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Bar e ristoranti temono il collasso

Il 28 ottobre in piazza a Trento

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Anche l’associazione dei Ristoratori del Trentino e l’associazione dei Pubblici esercizi del Trentino, aderenti a Confcommercio Trentino, scenderanno in piazza mercoledì 28 ottobre per ricordare il loro grande valore economico e sociale, chiedendo alla politica azioni importanti a sostegno delle attività duramente colpite dalla pandemia.

Ad annunciare la partecipazione a tale iniziativa il presidente Marco Fontanari: «Credo che nessuno di noi - spiega - ricordi un momento così drammatico per la nostra categoria. Certo, è un momento drammatico per tutta la nostra provincia, per l’Italia e per il mondo intero. Questo però non deve distoglierci dalle conseguenze devastanti che l’emergenza coronavirus sta causando alle nostre attività. Non tanto il virus, per quanto esso sia temibile, ma le misure imposte per contrastarlo.

Siamo stati presenti sui tavoli di lavoro fin dai primi istanti di questa crisi, abbiamo contribuito a stilare i protocolli per la riapertura, cercando di salvare quanto più possibile. Ad oggi le prospettive sono ancora più pesanti. Ci avviamo verso una progressiva stretta sulle nostre attività senza che, a compensazione, si stiano prevedendo misure adeguate per consentirci di sopportare limitazioni, oneri aggiuntivi, chiusure anticipate o, addirittura, definitive».


Sui rischi per la tenuta del tessuto economico interviene anche la Cgia di Mestre, spiegando che anche a causa del Covid, l’artigianato è sempre più in affanno.

Nei primi sei mesi di quest’anno le imprese del settore sono diminuite di 4.446 unità, facendo scendere il numero complessivo presente in Italia a quota 1.291.156. Sia nel primo che nel secondo trimestre 2020 (+6.456) i saldi sono stati tra i peggiori degli ultimi 10 anni, a conferma che l’artigianato, come del resto tutte le attività di prossimità, non è stato in grado di reggere l’urto dello shock pandemico.

Se fosse proclamata una nuova chiusura totale del Paese, molto probabilmente assisteremmo al colpo del definitivo ko. 

Per il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, «un nuovo lockdown generalizzato darebbe il colpo di grazia a un settore che da 11 anni a questa parte sta costantemente diminuendo di numero. Dal 2009, infatti, hanno chiuso definitivamente la saracinesca 185 mila aziende artigiane. Questo ha avviato la desertificazione dei centri storici e delle periferie, contribuendo a peggiorare il volto urbano delle nostre città che, anche per questa ragione, sono diventate meno vivibili, meno sicure e più degradate».

«Sia chiaro: soluzioni miracolistiche non ce ne sono, anche se è necessario un imminente intervento pubblico almeno per calmierare il costo degli affitti, ridurre le tasse, soprattutto quelle locali, e facilitare l’accesso al credito. Nonostante i prestiti erogati con il decreto liquidità, sono ancora tantissime le imprese artigiane che non trovano ascolto presso le banche, con il pericolo che molte di queste finiscano nella rete tesa dagli usurai», conclude. Se, in questo periodo di Covid, i settori tradizionali dell’artigianato continuano a soffrire, l’edilizia, invece, è in netta controtendenza. Secondo la Cgia le ragioni di questo incremento sono riconducibili a due aspetti: il primo è legato all’apporto dato dai neoimprenditori di nazionalità straniera; il secondo dall’introduzione del superbonus del 110 per cento che, molto probabilmente, ha innescato delle aspettative positive tra gli addetti ai lavori del comparto casa, a tal punto da spingere molti dipendenti a mettersi in proprio. Nei primi 6 mesi dell’anno le regioni che hanno subito i saldi negativi più importanti sono state quelle del Nord: Lombardia (-1.244), Emilia Romagna (-881), Veneto (-687) e Piemonte (-455).

In controtendenza, invece, vanno segnalati gli score conseguiti dal Trentino Alto Adige (+118), dalla Campania (+345) e dal Lazio (+509); regioni, tra l’altro, che nella primavera scorsa sono state solo sfiorate dal Covid. A livello provinciale, infine, Milano (-261), Vicenza (-204) e Bologna (-192) sono state le realtà che hanno sofferto di più la diminuzione del numero delle imprese artigiane, mentre le situazioni più virtuose si sono verificate a  Bolzano (+120), Napoli (+390) e Roma (+629).
Infine, la difficoltà di accedere al credito bancario da parte delle piccolissime aziende potrebbe addirittura peggiorare a partire dal 2021. «Dal prossimo 1° gennaio, le banche italiane applicheranno le nuove regole europee sulla definizione di default. Queste novità stabiliscono criteri e modalità più restrittive rispetto a quelli finora adottati», sottolinea il segretario della Cgia Renato Mason.

«Altresì, è previsto che le banche definiscano inadempiente colui che presenta un arretrato consecutivo da oltre 90 giorni, il cui importo risulti superiore sia ai 100 euro sia all’1% del totale delle esposizioni verso il gruppo bancario. Se dovesse superare entrambe le soglie, scatterà la segnalazione presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia che, automaticamente, bollinerà l’imprenditore come cattivo pagatore, impedendogli così di poter disporre per un determinato periodo di tempo dell’aiuto di qualsiasi istituto di credito. Una situazione - conclude Mason - che rischia di interessare tantissime partite Iva che tradizionalmente sono a corto di liquidità e con grosse difficoltà, soprattutto in questo momento, a rispettare i piani di rientro dei propri debiti bancari».

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