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Covid e telelavoro:

1500 provinciali

continueranno da casa

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Giovedì prossimo 1° ottobre avrebbe potuto esserci il ritorno alla normalità, con il grosso dei dipendenti della Provincia che tornavano al lavoro in ufficio. Invece l’andamento dell’epidemia, anche se meno grave di qualche mese fa, non consente di abbassare la guardia. Così 1.500 provinciali, la metà circa degli amministrativi, continueranno a lavorare in smart working, cioè da casa. Ma non sono i soli.

Nell’industria le aziende si stanno organizzando per evitare l’incubo di un nuovo lockdown, che darebbe un colpo alle possibilità di ripresa. Nella parte non direttamente produttiva, almeno un quinto dei lavoratori e delle lavoratrici sono in modalità lavoro agile. Significa 1.600 degli oltre 8.000 impiegati del settore manifatturiero, che conta in tutto 31mila dipendenti. Nei servizi informatici, più di 2.500 addetti totali, fanno di più: usano tantissimo lo smart working, fino a metà degli addetti, e sperimentano la divisione dell’azienda in più sedi in modo che, se un ufficio dovesse chiudere per contagio, non si fermi l’intera attività. In tutto, quindi, sono in telelavoro più di 2.000 dipendenti dell’industria che, sommati ai provinciali, fanno almeno 4.000 smart worker.

«Sui 4.000 dipendenti della Provincia - spiega il direttore generale Paolo Nicoletti - un migliaio sono cantonieri, forestali, lavoratori che operano sul territorio. Dei 3.000 amministrativi, il 50% circa è in presenza, il 50% in telelavoro. Avevamo ipotizzato di tornare alla normalità il 1° ottobre, ma la situazione non lo consente ancora. Quindi andremo avanti così almeno in ottobre».

Diversa è la situazione nella scuola, dove con la riapertura sono quasi tutti in presenza, e nella sanità, dove un po’ di smart working c’è negli uffici amministrativi. «Le condizioni di sicurezza - precisa Nicoletti - richiedono che in una stanza di 12 metri quadri ci siano non più di due persone al lavoro, mantenendo la distanza di due metri». Quindi, in alcuni casi sono le condizioni logistiche a imporre il lavoro da casa.
«Stiamo studiando se questa modalità sia utile per la comunità e per il cittadino servito - aggiunge Nicoletti - La pandemia ci ha insegnato che certi tipi di lavori e di profili professionali sono adatti allo smart working. Inoltre, col telelavoro potrebbe diminuire il traffico degli 800 i dipendenti provinciali che ogni giorno si spostano dalle valli a Trento».

Nel settore privato lo smart working sembra essere un’opportunità, oltre che una modalità per contenere ulteriori impatti dell’epidemia. Secondo un’indagine dell’Aidp, l’Associazione italiana dei direttori del personale, oltre il 68% delle imprese prolungherà le attività di smart working anche nella fase di ritorno alla nuova normalità.

«Faremo un’indagine sul tema - afferma il direttore di Confindustria Trento Roberto Busato - ma già oggi molte aziende industriali lo utilizzano parzialmente e a turno nella parte non direttamente produttiva, anche per gestire le eventuali malattie o la quarantena dei figli che vanno a scuola». Sono stati presi i primi contatti col sindacato per regolamentare contrattualmente questo tipo di lavoro. «Si tratta però anche di un cambio di mentalità - sottolinea Busato - Lo smart working non è semplicemente lavoro da casa, è il lavoro per progetto, su obiettivi fatto da casa. Su tutto questo non abbiamo ancora nessun contratto di secondo livello. Una sperimentazione era partita prima del Covid come misura di conciliazione tra lavoro e famiglia».

In questa fase lavora in smart working a turno e per qualche giorno anche un quinto dei 50 dipendenti di Confindustria. «Nel terziario le imprese lo stanno usando moltissimo e spesso le aziende sperimentano la suddivisione in più sedi per evitare il blocco totale se un dipendente si ammala - dice Busato - Nella manifattura viene utilizzato per la parte amministrativa ma potrebbe esserlo di più anche nella ricerca e sviluppo se la fibra ottica, che consente di gestire grosse moli di dati, fosse più diffusa».

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