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Bar e ristoranti, rebus futuro
Lettera di 50 esercenti
«Follia la distanza di 2 metri»

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La riapertura di bar e ristoranti sia all’insegna di regole che salvaguardano la salute, ma che non mettono a rischio i bilanci delle aziende. Perché se non ci saranno prescrizioni che consentono di avere ricavi sufficienti per poter stare in piedi, molti ristoranti e bar potrebbero non riaprire e rimarrebbero chiusi. A chiederlo in una lettera, sono oltre 50 ristoratori e esercenti della città, come Nicola Malossini, del Forst, o Christian Ravelli della Pasticceria Viennese, Walter Botto del Tridente, Valter Rensi del Ristorante Rebuffo, Francesco Antoniolli del Ristorante al Vo’ e tanti altri.

Intanto, i sindacati del commercio e del turismo segnalano che per migliaia di lavoratori di ristorazione e servizi le aziende anticipano l’Inps. «Mentre il gruppo Gpi decide di non anticipare l’integrazione salariale per gli oltre tremila dipendenti del gruppo messi in cassa integrazione con riduzioni d’orario dal 20 al 50%, e scaricare sui propri lavoratori il peso dei ritardi e delle difficoltà dell’Inps, ci sono aziende in Trentino e nel resto d’Italia che invece decidono non a parole, ma nei fatti di non lasciare soli i loro addetti e da subito comunicando la decisione di ricorrere alla cassa integrazione si sono resi disponibili ad anticipare la quota di ammortizzatore sociale» spiegano i sindacati che vanno all’attacco di Fausto Manzana.

«La differenza è tra chi invoca la responsabilità sociale a parole o dalle pagine dei giornali e chi invece si comporta in modo responsabile nei confronti di dipendenti e comunità» incalzano i segretari generali di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs. Tra chi ha deciso di intervenire anticipando la cassa ci sono tra le altre Risto 3, Pulinet, la Vales e la coop Le Coste, coop Aurora e Ascoop che pur costrette a mettere in cassa migliaia di addetti della ristorazione collettiva o del pulimento sono rimasti a fianco dei loro dipendenti. «A questi si aggiungono altri grandi gruppi nazionali con migliaia di dipendenti come Dussman, Cirfood, Markas, Rekeep - proseguono i sindacati - ma anche piccole realtà». Insomma, se già tanti sono i lavoratori in cassa integrazione nei servizi e nel terziario, la lettera dei pubblici esercenti diventa un appello a far sì che quei cassintegrati non diventino disoccupati.

«Il nostro lavoro - scrivono i pubblici esercenti - si basa principalmente su un servizio fatto nel locale; è impensabile che puntando sul delivery si possa recuperare il mancato fatturato derivante da norme troppo stringenti. Prima di questo virus non erano certo rose e fiori per molti di noi, per rimanere aperti bisognava fare “numeri”: i due 2 metri di distanza sono una follia. Quanti locali possono permettersi logisticamente questa soluzione? Si ridurrebbe la disponibilità del 60%. Quanti giorni riuscirebbero a rimanere aperti i bar?» si legge nella lettera inviata a Massimiliano Peterlana e Marco Fontanari. Altro dubbio riguarda «quanti ristoranti potranno, realisticamente, garantire distanze di 2 metri tra i tavoli». Insomma, continua la lettera, «nella migliore delle ipotesi gli incassi si dimezzeranno, come dovremmo comportarci con il personale in esubero? Sarebbero drammatico dover licenziare risorse umane preziose per il futuro dell’azienda».

Se poi, «conti alla mano, le restrizioni dovessero essere impraticabili, saremmo impossibilitati ad aprire» e «per non vedere aziende costrette a “portare i libri in tribunale” l’ente pubblico deve farsi carico in toto della situazione: Cassa integrazione fino ad apertura totale, moratoria sugli affitti dei locali e blocco totale di utenze e tributi». Per Malossini, «ora il problema non è quando riapriremo ma come riapriremo, se il come è peggio di restare chiusi meglio restare chiusi con i sostegni pubblici. Ma è fondamentale, per evitarlo, avere un confronto con le autorità per poter capire cosa si può fare. Prima che ci siano le regole serve un confronto. Inoltre al Comune chiediamo che dia in fretta la autorizzazioni su ampliamenti dei locali o modifiche interne se serve per la sicurezza sanitaria».

A raccogliere il grido di allarme dei ristoratori e baristi sono Peterlana e Fontanari. Per Peterlana, accanto al rinvio delle tasse, per marzo e aprile «visto che non si incassa, è utile cancellare le imposte da versare». «Sulla ripresa, serve che ci siano condizioni che permettano di far aprire le attività. Serve un tavolo di lavoro con prefettura e autorità sanitarie». Anche Fontanari chiarisce che «benché ad oggi non ci sia alcun provvedimento definito, chiediamo di essere coinvolti nella scrittura delle regole in modo tale che la riapertura sia sostenibile, per far sì che i ricavi siano maggiori dei costi».

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