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Allarme negli alberghi trentini

non si trovano più stagionali

"i giovani trentini lo snobbano"

Il settore è in sofferenza, mancano 1.600 addetti

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Non si trovano camerieri, lavapiatti e cuochi. Quello che era il tipico lavoro estivo per tantissimi giovani trentini, che durante l’estate cercavano un impiego per mettere da parte qualche euro, oltre a rispettare il vecchio detto “impara l’arte e metti da parte”, oggi non lo è più. I dati sono impietosi: secondo Unioncamere a luglio le aziende del settore avrebbero avuto bisogno di oltre 3.500 tra cuochi e camerieri ma 1.600 posti sono rimasti vacanti. Del totale 1.150 per mancanza di candidati e 450 per una preparazione inadeguata di chi si era offerto.
Il tema è ampio e complesso: non possiamo dire che 1.600 giovani hanno preferito la piscina alla sala da pranzo, ma nemmeno che il lavoro è un miraggio e che centinaia di persone sono a casa per assenza di offerta.

«La carenza di personale è un dato di fatto - spiega Gianni Bort, presidente dell’Unione commercio - e gli albergatori trentini sono in affanno, così come pubblici esercizi, bar e ristoranti. La criticità riguarda tutto il territorio. Le motivazioni? Parecchie. La mancanza di preparazione, ma anche una non reale disponibilità. Mentre non credo che la questione economica incida così tanto».

Appunto, il compenso. «Dipende dal ruolo - dice il presidente dell’associazione albergatori Gianni Battaiola - ma un cameriere che inizia prende tra i 1.300 e i 1.500 euro, compresi vitto e alloggio. Più le mance: se si è bravi si riesce a mettere da parte quasi integralmente lo stipendio. I cuochi, invece, prendono di più».

Nel settore turistico le tipologie di lavoratori sono fondamentalmente due: i giovani che escono dalle scuole professionali e sanno che quello sarà il lavoro della loro vita e quelli che, durante gli studi superiori o universitari, cercano un’occupazione temporanea per pagarsi gli studi o i “vezzi” (un viaggio, il motorino, il telefono o semplicemente dare un contributo alla famiglia ed evitare di oziare durante l’estate).

«In tal senso - prosegue Bort - va sottolineata l’incidenza della percezione che i giovani hanno di queste tipologie di lavoro: va detto che hanno una dignità come altri mestieri, anzi».
«Ci dovrebbe essere - aggiunge Giannina Montaruli, responsabile dell’area lavoro di Confcommercio - un rapporto più forte tra scuola e lavoro, per rendere la formazione professionale ancora più spendibile. Tanti giovani a fine percorso scelgono altre strade o se ne vanno dal Trentino. Quindi dobbiamo incentivare maggiormente la loro permanenza qui sul territorio e come Confcommercio stiamo supportando le aziende per la fidelizzazione dei lavoratori per più stagioni. Come? Sostenendo le imprese e abbattendo i costi del lavoro. Il tema della precarietà è inevitabilmente legato alla stagionalità di questi mestieri».

«Soprattutto per le strutture che aprono per meno tempo - prosegue Alberto Frizzera, responsabile dell’ufficio legale di Confcommercio - trovare personale qualificato è un’impresa. E allora devono ripiegare su quello meno preparato. Destagionalizzare, pur essendo un obiettivo del turismo trentino e anche nazionale, è difficile da noi, perché è evidente che novembre è diverso da luglio».

Un altro aspetto importante riguarda la tipologia di contratto: la cosiddetta Naspi, la Nuova assicurazione sociale per l’impiego, è stata ridotta. Una volta a fronte di 6 mesi di lavoro ce n’erano 6 di disoccupazione, mentre ora con mezzo anno di impiego ci sono solo 3 mesi di disoccupazione.


Gli albergatori: un problema culturale

«Non basta piangersi addosso: bisogna reagire, capire, analizzare e porre dei rimedi. Ad esempio stiamo ragionando sul dare compensi più alti per essere più competitivi e più attrattivi, come settore, nei confronti dei lavoratori».
Gianni Battaiola, presidente dell’associazione albergatori, è ovviamente a conoscenza del problema, lo vive ogni giorno sulla propria pelle.
«La questione è seria e preoccupante: il problema della carenza di personale e della difficoltà nel reperirlo è evidente e innegabile. Le motivazioni? Se le sapessimo con esattezza avremmo già posto rimedio: la verità è che la situazione è complessa e i ragionamenti da mettere in campo sono tanti e riguardano varia aspetti, da quello sociale a quello economico. Il nostro mondo si basa su due assi portanti: quella diciamo strutturale e quella dei collaboratori. Decisivi sono i secondi: averne di qualità, competenti e preparati diventa fondamentale. Non averne per niente è il motivo per cui si lancia un grido d’allarme, che tra l’altro non riguarda solo noi, ma anche Austria e Germania, ad esempio. Trovare stagionali è difficilissimo».
Come accennato le motivazioni sono tantissime e per ognuna vengono chiamati in causa settori diversi, dalla scuola alla politica, dai sindacati alla società.
«Ci abbiamo ragionato e le motivazioni sono le più disparate. Ci metterei il fatto di dover lavorare il sabato e la domenica, e in generale durante tutte le festività: è il nostro lavoro, quando gli altri vanno in vacanza noi sgobbiamo. Poi c’è la riduzione del Naspi, l’indennità mensile di disoccupazione, che non assicura più dodici mesi, tra lavoro e disoccupazione, di entrate. E poi, se mi passate il termine, non è un lavoro così “figo”: e questa è una questione culturale».
Altro aspetto: chi leggerà questa intervista e quanto scritto in queste pagine e magari è da mesi alla ricerca di un lavoro, cosa deve pensare? In generale, come detto, vanno fatti dei distinguo: per lavori a tempo indeterminato serve essere preparati e qualificati, mentre per i classici stagionali estivi servono un minimo di flessibilità e di elasticità.
«Tra l’altro in questo secondo caso, in momenti come quello che stiamo vivendo, il potere contrattuale può essere dalla parte dei lavoratori, che possono chiedere qualcosa in più a livello economico e vederselo dare. Poi, oltre ai ragionamenti su stipendi più alti, stiamo pensando di attivarci per i contratti di secondo livello. Infine gli stranieri: reperire lavoratori dall’estero è più difficile. Anche perché paesi come la Romania, che fornivano tanta mano d’opera, stanno facendo politiche di incentivazione per fare restare dentro i confini nazionali i propri lavoratori».


I sindacati: una paga più alta aiuterebbe

Se si parla di lavoro, che sia stagionale o meno, ovviamente anche i sindacati entrano in campo. Spesso per gli studenti che fanno un lavoro estivo per racimolare i soldi per il motorino o per il telefonino l’ultimo dei problemi sono i contributi, i diritti, le condizioni.
Sbagliando, ovviamente, ma l’importante è che alla fine del o dei mesi di impegno arrivi sul conto corrente la cifra pattuita.
Sulla questione della caccia ai lavoratori nel settore del turismo, in particolare camerieri e cuochi in alberghi, ristoranti e bar in tutto il territorio trentino, interviene anche Andrea Grosselli della segreteria Cgil.
Che prima di tutto chiama in causa la questione demografica.
«Bisogna tenere conto del fatto che i giovani sono e saranno sempre meno. I dati demografici sono evidenti e ci dicono questo. Poi c’è una questione legata alla retribuzione, che deve essere più alta. La nostra proposta è di sederci a un tavolo con tutte le parti coinvolte e studiare un contratto collettivo territoriale nel settore turistico».
Insomma, se prima i ragazzi in età “da stagione” erano tanti, oggi sono molti meno e quindi diventa più difficile coinvolgerli e trovare quelli giusti, ovvero quelli bravi e disponibili a svolgere un lavoro comunque duro, sia per gli orari sia per le tante competenze richieste. Al giorno d’oggi, infatti, come ci ha spiegato Gianni Bort dell’Unione Commercio, «il turista milanese a colazione chiede anche dove fare la passeggiata, quali sono le difficoltà e le caratteristiche, oltre a volere sapere quali sono i prodotti del territorio: ci vuole una formazione mirata, perché anche il cameriere è un vettore, ad esempio, di vini e formaggi. E poi la cultura del Trentino, perché gli ospiti vogliono sapere un po’ della storia del posto dove trascorrono le vacanze. Tutto questo fa sì che questi ragazzi debbano avere una formazione mirata e trasversale».
Tornando alle questioni sindacali, Grosselli spiega che «sono fondamentali anche il salario e le condizioni di lavoro. Fino al jobs act c’era una situazione, che permetteva una copertura anche per chi lavorava pochi mesi, poi con il Naspi è cambiato e questo ha creato una forte disincentivazione soprattutto per chi vuole fare questo mestiere per tutta la vita. Ritengo che quel settore sia necessario rendere più attrattive le occasioni di lavoro».
Come? Grosselli non ha dubbi.
«Appunto con una paga più alta rispetto a oggi e offrendo condizioni di lavoro migliori, ma anche con un sistema di ammortizzatori sociali tra periodi lavorati e non lavorati. E anche le aziende devono investire sul loro prodotto».


 

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