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Coster, l'azienda globale aggira la crisi

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Un gruppo industriale che dal lago di Caldonazzo ha esportato fabbriche in tutto il mondo e cresce del 5% anche nell'annus horribilis 2012, a 172,5 milioni. Fruttando un utile consolidato appena dimagrito, da 6 a 5,7 milioni.
Una realtà di eccellenza, in controtendenza sulla crisi generale. Ma è un'anomala società industriale, la Coster, perché guidata da un anomalo imprenditore, l'ingegnere Rolando Segatta. Classe 1925, un coetaneo di Napolitano e come lui giovanile e pimpante. Trentinissimo che non liscia il pelo al Trentino (come si legge anche nell'inquadrato a destra).
E che, dopo un bilancio così, ti prende in contropiede: «Sta andando abbastanza male. Il margine è sicuramente deludente, dal 2004-2005 ha continuato è cominciato a calare. La crisi internazionale invece l'abbiamo sentita meno, se non per la riduzione dei prezzi di vendita. Ma il nostro problema maggiore si chiama Italia, inutile girarci intorno. La gran parte della produzione è qui, e siccome l'Italia è uno dei peggiori posti al mondo per produrre, facciamo sempre più fatica».
Segatta snocciola i numeri che conosciamo e che sono crudi. Total tax rate: in Italia 68%, in Inghilterra la metà, gli altri Paesi a metà strada. Cuneo fiscale sul lavoro 54%, media Ocse 35%. Costo energia elettrica 180 euro/kwh in più rispetto alla media Ue, più del doppio: e Coster consuma in Trentino 24 mln di kwh all'anno, incluse Costerplast e Tecnocoster. «E 1 milione di euro lo paghiamo per i gravami del fotovoltaico: senza alcun beneficio per noi, e invece con vantaggio indiretto per i nostri concorrenti inglesi, tedeschi, americani, che pagano l'energia molto meno».
Il 50% della produzione Coster è fatta di valvole aerosol: a livello internazionale hanno chiuso tutti i produttori tranne 5, oltre alla Coster tre aziende americane e una tedesca, «che ha appena costruito un nuovo stabilimento a nord di Berlino, ottenendo un contributo a fondo perduto del 50%, oltre alla manodopera che costa meno, l'energia la metà...». Inevitabile dunque, spiega Rolando Segatta, che Coster investa «10-12 milioni l'anno in nuovi impianti automatici e macchine di stampaggio, per attenuare le differenze con il costo del lavoro dei concorrenti. E che ben il 15% dei ricavi se ne vada in ammortamenti dei macchinari, anche qui una percentuale doppia rispetto alle altre aziende del settore».
Eppure. Eppure, spiega il consigliere   Diego Cattoni  (in quota Vinifin-Lunelli, secondo azionista dopo la Sero srl di Segatta, che detiene il 45,5%), il bilancio del gruppo è sano, positivo. Il consolidato ha chiuso con una crescita di oltre il 5%, a 172,5 milioni di euro: l'Italia rappresenta il 17%, l'Ue il 42%, resto del mondo 41%. Tendenzialmente, la Coster è un'impresa globale con mercato globale diversificato in varie aree ma con due sole divisioni industriali: le valvole (che rappresentano il 90% del fatturato) e le macchine. Gli acquirenti sono i grandi gruppi multinazionali, da Unilever a Procter & Gamble in giù. «Il risultato economico - spiega Cattoni - è in linea con il 2011, da 6 a 5,7 mln, ma qui incidono anche le differenze di cambio. Tra i vari stabilimenti, le maggiori soddisfazioni arrivano dall'Argentina, che sta crescendo a ritmi molto importanti (è fornitrice del Brasile boom), che realizza un +30% di fatturato, ed è diventata la prima partecipata con oltre 34 milioni».
In termini di dipendenti, per Coster in Italia lavorano 291, mentre tutto il gruppo ne totalizza circa 900.
Tra i mercati sono cresciuti molto l'India (+16%) e gli Usa (+12%). L'Italia è piatta, come il suo trend del pil. Nel bilancio della spa italiana capogruppo, la holding Coster tecnologie speciali spa, ci sono ricavi per 79,9 milioni, stabili. «Il segreto di quest'azienda? - così Cattoni conferma le parole del presidente - È semplicemente l'innovazione continua del processo produttivo, che consente una tecnologia sofisticata all'avanguardia, in una costante ricerca di miglioramento».
 twitter: pgheconomiadige

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