Emergenza / Allarme

Un drone per le ricerche donato al Soccorso Alpino dai familiari dell'inglese morto sul Caré Alto

Mentre Ziriat è sempre disperso, le ricerche sono state sospese. Ma i familiari di Sam Harris hanno ringraziato tutti: «Il drone chiamatelo Ebay, era il suo soprannome ai tempi della scuola»

RICERCHE Adamello, trovato il corpo senza vita del 36enne Samuel Harris

di Francesca Cristoforetti

TRENTO. «Abbiamo visto il vostro duro lavoro e la determinazione nel trovare i nostri amici Aziz e Sam. Come ringraziamento vogliamo donarvi questo drone. Il soprannome di Sam ai tempi della scuola era Ebay (non chiedeteci perché). Vorremo che il drone si chiamasse così per immaginarlo in volo tra le montagne in aiuto a chi avrà bisogno, negli anni a venire». Una lettera commovente quella lasciata dai familiari dei due amici inglesi, Samuel Harris, 35 anni, trovato privo di vita e Aziz Ziriat, 36 anni, che risulta ancora disperso dal primo gennaio.

Ed è ancora forte la tensione percepita attraverso le parole di Maria Pia Amistadi, portavoce di Psicologi per i popoli, chiamati a supporto della maxi-operazione nel gruppo dell'Adamello organizzata per il loro ritrovamento. L'ansia di chi ha prestato soccorso in quota e chi è rimasto alla centrale operativa allestita in loco, nella caserma dei vigili del fuoco di Spiazzo Rendena, non riesce a sciogliersi del tutto a distanza di giorni.

Le ricerche, scattate con la segnalazione giunta dall'Inghilterra, sono proseguite incessantemente dal 7 gennaio scorso. Ora, temporaneamente, l'attività in vetta è stato sospesa in attesa che le condizioni ambientali diventino più favorevoli. E accanto alla "tecnica", fondamentale in questi momenti, è anche l'aiuto psicologico fornito appunto dalla squadra trentina di PxP, presente sul posto per tutta la durata delle operazioni.

Dottoressa, quando siete stati chiamati sull'Adamello?

Quasi subito a supporto sia per le squadre di soccorso che per i familiari dei due giovani. È stato un continuo aiutarsi a vicenda tra volontari di vari corpi. Noi non interveniamo mai da soli ma in team. Il valore aggiunto è l'equipe, lavorando fianco a fianco nel rispetto istituzionale nel ruolo di ognuno. Noi interveniamo quando il 112, mediante la centrale di secondo livello dei vigili del fuoco permanenti ci chiama sia su micro interventi locali come incidenti gravi per supportare superstiti che stradali ma anche catastrofi come Vaia, o l'evento in Marmolada o per persone scomparse e disperse.

Quanti eravate?

Una decina, con turni a rotazione. La nostra presidente, Catia Civettini, era una presenza fissa per il coordinamento. Siamo tutti volontari, professionisti, iscritti all'albo degli psicologi.

Nel concreto, che tipo di approccio avete avuto con i familiari arrivati dall'Inghilterra?

Come da prassi ci siamo attivati per offrire un pronto soccorso psicologico per delle persone che vivono un cambio radicale della loro vita, dovuto a eventi imprevedibili, come un lutto improvviso. Si fa fatica ad elaborare certe situazioni in particolare come per Sam e Aziz. L'assenza è un vuoto. Noi viviamo con gli altri per gli altri. Quando una parte manca, viene meno anche una parte di noi. Ancora di più per questo tipo di decessi, che nascono da situazioni impreviste: la mente si deve riorganizzare perché non si hanno più coordinate di alcun tipo.

Ci sono state difficoltà nel relazionarvi con loro?

Forse uno degli ostacoli maggiori è stata la barriera linguistica, nonostante sia nostri colleghi che soccorritori del soccorso alpino lo parlino bene. Eppure loro subito hanno saputo fidarsi di noi. C'è stato un dialogo reciproco ma sempre lasciando loro molta libertà. Nei loro confronti c'è sempre stata molta chiarezza: hanno capito che eravamo tutti lì per loro e sempre a disposizione. Purtroppo hanno capito che si dovevano aspettare il peggio quando hanno visto il contesto in cui si trovavano i due. Solo lì è nata una certa consapevolezza. Sono state persone molto "discrete" anche nel dolore. Hanno capito l'immane sforzo da parte nostra e di questo sono sempre stati molto grati.

La speranza in loro non si è mai spenta nemmeno per Aziz Ziriat.

La speranza c'è stata fino alla fine anche per gli stessi soccorritori che volevano e vogliono dare loro una risposta. Il processo dell'elaborazione del lutto è molto complesso e implica il pianto su un corpo. Se non c'è questa possibilità si crea un limbo.

Cosa vi è rimasto più impresso?

Ogni esperienza è a sé per ognuno di noi, richiamando ad altri nostri vissuti interiori. Sicuramente questo lavoro è stato prova di grande professionalità e lavoro di squadra. Credo che siano questi gli esempi massimi di gratuità. Ci portiamo tanto a casa nel bene e nel male. Le esperienze dolorose anche se impattanti, arricchiscono. Poi c'è stata la lettera e il drone donato dagli amici e dalle famiglie.Sì, hanno regalato un drone termico ai soccorritori: la richiesta è stata quella di dargli il soprannome di Sam "Ebay". Un dono che ha un significato ben più profondo. Poi ci hanno consegnato una lettera per ringraziarci scritta con Google traduttore. È stato commovente. Ci hanno fatto capire che anche nel contesto più disperato c'è sempre una scintilla.

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