Montagna / L’intervista

Caduto mentre arrampicava in falesia durante il lockdown: massacrato sui social, «ma in montagna c'erano in tanti»

La guida alpina Silvestro Franchini precipitò da un'altezza di 20 metri ferendosi gravemente. Oggi racconta tutto in un libro

di Elena Baiguera Beltrami

MADONNA DI CAMPIGLIO. È il 6 aprile 2020, la pandemia dilaga, l’Italia è ferma da un mese ormai, per il nostro paese il momento più duro arriva attorno il 22 marzo, con il secondo decreto ministeriale che chiude tutte le attività produttive, tutti i luoghi pubblici e privati, non ci si può spostare, siamo tutti quanti chiusi in casa, le vittime del virus sono oltre mille al giorno.

A vivere malissimo questi divieti sono principalmente i giovani, niente ritrovi, niente amici, niente università, niente scuola, niente sport, niente ragazze e ragazzi, niente di niente. Per Tomas e Silvestro Franchini, due giovani promesse dell’alpinismo dolomitico, entrambi Guide Alpine, il lockdown è una condanna. Alpinisti e Guide Alpine devono allenarsi, sempre, per contratto, ma dopo un mese di attrezzistica da casa, la voglia di natura, di vento fresco sulla faccia e mani sulla roccia esplode in tutta la sua forza propulsiva.

Silvestro all’epoca ha 33 anni, quella mattina parte in bicicletta, in dieci minuti raggiunge una falesia poco distante da casa, ma c’è ansia, c’è pressione psicologica, tanta pressione, la mente non è libera. “Se ti scoprono… sei una Guida Alpina, non ci fai una bella figura”, l’opinione pubblica è implacabile con chi sgarra, gli ospedali sono pieni, se ti fai male scarichi sulla sanità un altro problema. Chi non ricorda il famoso motto divenuto virale sui social “Io resto a casa”. La scalata è frettolosa, clandestina, dopo qualche tiro di corda il corpo del ragazzo vola nel vuoto da un’altezza di 20 metri, un errore fatale, una dimenticanza nel legare il capo di una corda. È cosciente. Strisciando per 50 metri riesce a recuperare il cellulare. Il padre accorre, poi l’elisoccorso, la terapia intensiva, il coma farmacologico, ma è vivo. Il bilancio però è pesantissimo: contusioni a fegato e reni, nove costole rotte, la terza vertebra lombare frantumata, un taglio sulla fronte.

Oggi Silvestro Franchini fisicamente ha recuperato moltissimo ed è una persona diversa, un uomo diverso, perché quella esperienza lo ha cambiato profondamente e lo racconta in un libro fresco di stampa: “Farsi male è un attimo a guarire ci vuole tempo - Consigli per superare l’infortunio” ed. Gruppo Albatros.

Quando è nata l’idea di un libro?

“In ospedale le ore erano interminabili, i dolori non mi davano pace, l’idea del libro non è nata subito. Ho iniziato a tenere un diario, mi aiutava. Una volta tornato a casa dopo qualche tempo, ho ripreso in mano gli appunti, mi è venuto spontaneo integrarli. Mi è sempre piaciuto scrivere, sentivo di fare qualcosa di utile per me stesso e per gli altri. Tutta questa inabilità mi pesava e mi poneva interrogativi inquietanti sul fatto di poter tornare come prima dell’incidente. Man mano che scrivevo però capivo che avevo sempre avuto una direzione sola nella mia vita, ossia curare in modo parossistico la mia resa dal punto di vista alpinistico. Ed invece c’erano tante altre cose che potevo fare. Così ho provato a scrivere.

Su quella tua imprudenza in quel frangente, si è scatenata una polemica feroce sui social con commenti pesanti, il libro rappresenta una risposta a tutto questo?

Il libro è anche questo, ma non solo. Non mi sono mai nascosto dietro un dito e l’introduzione del libro parte proprio dalle considerazioni su quel maledetto 6 aprile. Ho sbagliato, ho pagato di persona e ho pagato un prezzo altissimo. Quando sono stato in grado di leggere i commenti ho salvato quelli delle persone che mi vogliono bene, perché le critiche sono sempre uno stimolo, ma nella maggior parte dei casi le critiche erano fuori luogo, a random, senza conoscere i fatti. Le Istituzioni e le Forze dell’Ordine hanno fatto ciò che dovevano fare, anche qualche sponsor si è tirato indietro, ma la mia condizione fisica era talmente compromessa che non potevo permettermi di farmi condizionare psicologicamente. C’erano tanti alpinisti in giro per le montagne in quel periodo, a me è capitato di cadere.

L’esperienza, i consigli, le imprese, ma nel libro descrivi anche la tua paura dopo quel 6 aprile 2020 e di avere in qualche modo compromesso il tuo lavoro di Guida e demotivati i tuoi clienti.

“L’idea di non poter più fare il mestiere di Guida Alpina mi ha attraversato per mesi, il fatto di aver perso per molto tempo alcune funzionalità corporali era l’aspetto più penalizzante, forse più dei dolori, di recuperare, non dico alla normalità, ma almeno a una quotidianità accettabile. Capivo che lavorare in queste condizioni sarebbe stato quasi impossibile. Allora mi sono detto che forse avrei potuto fare anche altro, come gestire un rifugio, oppure avere un ritmo completamente diverso da quello di prima, dedicarmi a lezioni di arrampicata meno estreme, con più lentezza. E così è stato e con il tempo questo nuovo approccio mi è piaciuto molto”.

Il titolo di questo libro racconta anche l’intento di fornire dei consigli a chi subisce un infortunio? Che tipo di consigli?

“Il messaggio più forte che ho voluto trasmettere è che non bisogna mai farsi sopraffare dal contingente. Quell’infortunio non è stato l’unico della mia carriera, nel libro ne descrivo alcuni. Forse è stato quello che mi ha tolto e al contempo e mi ha dato di più in termini di crescita interiore. Trovare il lato positivo di ogni accadimento, anche se sul momento sei al buio, è importante. Gli alti e bassi ci sono e allora i bassi bisogna accettarli, farli entrare nel proprio vissuto. Si tratta di un lavoro sul proprio corpo, ma che aiuta moltissimo la mente”.

Il libro ha peraltro un lieto fine, il nostro “miracolato” come lo hanno definito i medici e molti amici suoi, ha recuperato molto bene, continua nel suo lavoro di Guida Alpina, nel frattempo è diventato felice papà della piccola Brenta e la scorsa primavera ha perfino raggiunto in solitaria la vetta dell’Ama Dablam (6.815 metri) in Himalaya. È stata una maturazione a dir poco traumatica, ma le tappe della vita sono imperscrutabili e soprattutto sono uguali per tutti. Il libro verrà presentato venerdì 2 dicembre alle 20 al teatro di Lasino e il 9 dicembre alle 18 alla sala della Cultura di Madonna di Campiglio.

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