Decreto Ilva: smaltimento facile per le scorie di acciaieria

Ultimato nell’aula della Camera l’esame degli emendamenti al decreto legge Ilva. Tutte le richieste di modifica del testo sono state respinte, per cui il provvedimento, che martedì sarà messo in votazione con la fiducia, resta come è stato licenziato dal Senato. Qui, era stati approvato anche un contestato emendamento dei senatori Alessandro Maran (Pd) e Aldo Di Biagio (ex Pdl, poi Fli, Scelta civica e ora «Per l’Italia») che in sostanza consentirà l’utilizzo delle scorie dell’acciaieria in ex cave e nei cantieri stradali e ferroviari, senza alcun controllo specifico sui richi ambientali connessi.

A denunciarlo per primo è stato il presidente della commissione sui rifiuti, il deputato pd Alessandro Bratti, secondo il quale questa disposizione, che alla fine potrebbe estendersi a tutte le acciaierie, assicurerà fra l’altro una scappatoia ai soggetti attualmente sotto inchiesta perché sospettati di aver utilizzato in modo (all’epoca) illegale le scorie nel sedime di autostrade come la nuova Brescia-Bergamo-Milano (Brebemi) e la Valdastico sud.

Bratti, intervistato ieri da Radio Popolare, ha manifestato forte preoccupazione rispetto a una norma che di fatto annulla il regime attuale che prevede controlli scientifici sulle scorie, per verificare se possono cedere nel terreno sostanze tossiche, prima di consentirne l’utilizzo nei terrapieni sui quali si costruiscono strade, nelle cave da bonificare e riempire, nelle massicciate ferroviarie e in altri interventi di ripristino ambientale.

«Viene meno - spiega il parlamentare - il regime di controlli di laboratorio basato sul “test di cessione” e lo si sostituisce con una semplice valutazione che si richiama a un regolamento europeo che non c’entra niente con i rifiuti».

Ora, secondo l’esponente del Pd che guida la commissione parlamentare sui rifiuti, oltre all’eventualità assai probabile che per estensione la nuova normativa soft si applichi a tutte le acciaierie, si profila un rischio concreto per importanti inchieste giudiziarie sul traffico di rifiuti speciali delle quali si occupa anche l’organismo parlamentare sulle ecomafie.

L’emendamento firmato dai due senatori Pd e Fliè chiaro: «I residui della produzione dell’impianto Ilva di Taranto costituiti dalle scorie provenienti dalla fusione in forni elettrici possono essere recuperati per la formazione di rilevati, di alvei di impianti di deposito di rifiuti sul suolo, di sottofondi stradali e di massicciate ferroviarie (R5) o per riempimenti e recuperi ambientali (R10)».

Contestanto pesantemente questa nuova disposizione, che è stata proposta e approvata dal suo stesso partito, Bratti ha ricordato fra l’altro le inquietanti ricostruzioni sul business delle scorie fatte recentemente dal sostituto procuratore antimafia Roberto Pennisi, che ha spiegato di essere indotto a ritenere che la stessa autostrada Brebemi - quasi inutilizzata dagli automobilisti - sia stata realizzata al solo scopo di trovare un luogo dove seppellire rifiuti speciali.

Anche Legambiente contesta il decreto Ilva: «Un testo a senso unico, sempre più schiacciato sulle esigenze della produzione, invece che sulla protezione della salute e dell’ambiente. In attesa di capire se nel testo approvato siano state effettivamente indicate scadenze certe rispetto al completamento degli interventi previsti dall’Aia (autorizzazione statale, ndr), in luogo della indeterminatezza cui le lasciava il testo originale del decreto, l’unica cosa certa è che non si è voluto sbloccare il potenziamento degli organici di Arpa Puglia. Non sarà perciò possibile potenziarne l’attività di monitoraggio e controllo, in particolare del dipartimento di Taranto, che ha un ruolo essenziale per la prevenzione dei reati ambientali e per il monitoraggio di tutte le autorizzazioni ambientali relative agli stabilimenti industriali presenti nel territorio jonico».

Nella nota, firmata dal vicepresidente nazionale, Stefano Ciafani, dalla presidente di Legambiente Taranto, Lunetta Franco, e dal presidente regionale, Francesco Tarantini, si parla di «un pessimo segnale che non lascia spazio a molte speranze circa la presenza di effettivi elementi migliorativi, sotto il profilo ambientale, del vecchio testo».

Per parte sua, il movimento Cinque stelle si prepara a dar battaglia: «Martedì urleremo il nostro no al decreto Salva Ilva. Un decreto che come abbiamo detto salva l’azienda ma non la città. Che neanche la considera, la città.
E allora per questo noi lanciamo un appello aperto a tutti i cittadini e le cittadine di Taranto, e a tutte le associazioni impegnate in una battaglia per la salute e l’ambiente: venite alla Camera, martedì».

È l’appello lanciato dai deputati del Movimento Cinque Stelle attraverso il blog di Beppe Grillo. «Venite ad ascoltare - aggiungono - quello che il governo ha tramato per l’Ilva, venite ad ascoltare il nostro no. Anzi, i nostri no».

I grillini poi ricordano i loro nove no al decreto Ilva, a cominciare «dall’ultimo trucchetto - spiegano i deputati - per aggirare le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Si applica un criterio esclusivamente numerico: entro luglio va realizzato l’80% delle disposizioni dell’Aia, a prescindere da quali esse siano. Una disposizione vale un’altra, secondo un criterio esclusivamente numerico. Con l’azienda - puntualizzano - che festeggia».

Secondo il M5S non c’è «nessuna soluzione di lungo periodo, nessuna visione prospettica». Dov’è, si chiedono i grillini, «il piano industriale dell’Ilva? Quanto sta producendo l’azienda? A quanto ammontano le perdite reali?».

 

 

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