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Paolo Ruffini a Trento con «Up&Down»

L'intervista allo showman e attore cinematografico all'Auditorum il 3 novembre con gli attori della compagnia Mayor Von Frinzius

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«Il teatro, il cinema, l'arte, non sanno che farsene della normalità. La vita stessa non ci chiede di essere normali, la vita è un inno alla diversità. Siamo tutti diversamente normali e ugualmente diversi».
È questo lo spirito da cui è nato lo spettacolo Up&Down , in scena dal 2018 e atteso a Trento il 3 novembre all'Auditorium, che vede in scena, accanto allo showman Paolo Ruffini , gli attori della compagnia Mayor Von Frinzius.

Un happening comico, disobbediente e commovente che ha come filo conduttore le relazioni, tra cui quella con le emozioni, con il tempo, con la diversità come ci racconta Paolo Ruffini, assai noto anche come conduttore televisivo e attore cinematografico, in questa intervista.

Ruffini, le origini di «Up&Down»?

«Alcuni anni fa sono andato a trovare un carissimo amico a Livorno, un professore di storia e filosofia che teneva un laboratorio teatrale con un'idea di base: tutti possono essere attori a patto che abbiano un anima e un corpo. Un teatro aperto davvero a tutti, in grado di essere il contrario esatto dell'esclusività per esaltare la diversità. In quell'occasione ho assistito ad una rappresentazione che vedeva in scena diversi ragazzi con la sindrome di down: mi sono innamorato di quello spettacolo e ho pensato che sarebbe stato bello, appena possibile, riproporre qualcosa di simile».

In quale modo?

«A teatro si è già parlato di sindrome di down ma in una maniera che secondo me era stata declinata in una maniera troppo "chic" e in qualche modo elitaria. Da qui ho pensato che sarebbe stato bello fare un'operazione ultra pop, qualcosa di più vicino al pubblico, qualcosa anche di scorretto e irriverente, in grado di interrompere le liturgie teatrali e spezzare i pregiudizi riuscendo ad emozionare, divertire e, perché no, a commuovere. Il mio desiderio è quello di raccontare tematiche comuni quali la felicità e la normalità attraverso gli occhi di una vita diversa».

Com'è stato per lei correlarsi in scena con gli attori disabili della Compagnia Mayor Von Frinzius?

«Mi sono sempre divertito un sacco fin dall'inizio con i ragazzi che sono protagonisti dello spettacolo. Per me ora è più difficile lavorare con le persone non down. I ragazzi della Compagnia Mayor Von Frinzius non conoscono l'invidia e la competizione, sono fantastici e ogni sera le emozioni sono diverse».

Nelle note dello show si dice: «Questo spettacolo parla anche di te, solo che tu ancora non lo sai».

«È una battuta legata al fatto che, raccontando la vita e la felicità, parliamo anche di ognuno di noi come se fosse una piccola poesia che ognuno reinterpreta a modo suo. Nello show si parla anche dell'abilità intesa come opportunità di essere felici perché molto spesso ci rendiamo "disabili" ad accogliere la felicità perché non ce ne accorgiamo».

Cosa racconta Up&Down?

«Il gioco in scena è quello di un attore intenzionato a realizzare uno straordinario One Man Show. Un proposito che si scontra con una sequela di boicottaggi e rocambolesche interruzioni in cui gli attori fanno irruzione dimostrando di essere molto più abili di lui. Il tutto con una buona dose d'improvvisazione».

Vi aspettavate tutto questo successo?

«Francamente no, mi aspettavo anzi di ricevere attacchi e critiche che non ci sono state. Sono felice di aver creato uno spettacolo normale in cui gli attori, tutti professionisti, hanno solo delle peculiarità e delle condizioni genetiche diverse».

Cosa c'è nel suo futuro?

«C'è tanta televisione con programmi come "La pupa e il secchione", la nuova edizione del programma di cabaret "Colorado" e un film da regista».

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