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Manu Chao, il battito della patchanka nel live alla Campana dei Caduti di Rovereto

La recensione del concerto di lunedi 10 agosto, anticipato dai rintocchi di Maria Dolens, con l'artista francese in veste unplugged

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<Ciao Rovereto. Questo sarà uno show un poco differente da quelli punk e reggae che di solito propongo>. Sono queste le prime parole che Manu Chao ha rivolto, lunedì sera, alle persone salite alla Campana "Maria Dolens" sul colle di Miravalle a Rovereto per quel "Concerto della pace" che si è imposto come l'evento musicale più importante dell'estate trentina. Cinquecento i presenti, tutti divisi in tre settori e distanziati secondo i protocolli di sicurezza in atto, almeno fino al bis dove l'entusiasmo ha gioiosamente travolto o quasi tutte le disposizioni per il Covid – 19, ma molti anche coloro che hanno provato ad ascoltare il live fuori dalla struttura. Maglietta rossa e pantaloncini corti Manu Chao si è presentato sul palco alle 21.35 dopo i, sempre suggestivi, ritocchi di "Maria Dolens", sulle note di "Charango" un brano seguito da "Ekivokada" e "Tantas Tierras". La chitarra acustica del cantante francese si è specchiata nella creazione del  ritmo le percussioni del musicista percussionista paraguaiano Mauro Mancebo che da anni è al suo fianco. Manu Chao (qui nelle foto di Chiara Limelli) propone anche nuovi pezzi come "Viva tu" e quella "No solo en China hay futuro" tratta dal suo ultimo disco uscito solo in formato digitale.

Il pubblico incomincia a scaldarsi con un'intensa versione di "La vida tòmbola", scritta per il film di Emir Kusturica dedicato a Diego Armando Maradona, sulla casualità della vita cantando: "Se io fossi Maradona vivrei come lui, se io fossi Maradona di fronte a qualsiasi porta non sbaglierei mai...la vita è una lotteria di notte e di giorno". I versi in portoghese di "Amalucada vida", con le sue nostalgie romantiche introdotte però dall'urlo dell'artista "Fora Bolsonaro" contro il presidente del Brasile, portano alla urticante "Pòlitik Kills" canzone di rabbiosa denuncia contro i giochi di guerra dei politici di ogni parte del mondo. "Dia luna, dia pena" apre le porte all'album "Clandestino", il capolavoro da solista di Manu Chao, seguita da "En tre se fue" e da "Malegria".

I paesaggi di "Libertad" portano al manifesto della patchanka punk, "Mala Vida", classico della band dei Mano Negra di cui Manu Chao era fra le anime, che anche nella sua dilatata versione unplugged non perde certo il suo fascino con l'eco dei cori che attraversa gli spazi dell'anfiteatro. Il mood ipnotico ed irresistibile di "Clandestino", fra reggae e flamenco, spezza la forza di gravità, perché è impossibile un po' per tutti stare seduti mentre Manu Chao spara le rime del suo brano più famoso, quello della "Grande Babylon", della "Marijuana ilegal" e dell'invito a spazzare via tutti i confini in un'ottica internazionalista in opposizione a tutti i particolarismi così in auge oggi.

Tutti in piedi allora nel gran finale sulle note di "Tijuana", "Desparecido", "Que hora son" e "Por el suelo" con Manu Chao proteso verso il pubblico che quasi gli strappa la promessa di tornare, appena possibile. con tutta la sua band. Una promessa che, almeno per un attimo, ti toglie i pensieri di un presente fatto di mascherine, distanze, saluti a colpi di gomito, nella speranza di tornare presto a ballare senza il timore di rompere i protocolli e di tuffarsi liberi nei ritmi della patchanka

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