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Il video inedito di Dal Bosco:

l'ultima notte della discoteca Joy

era il 1991 e finiva un'era

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Era il 1991, e chiudeva, dopo neanche sei anni di vita sfavillante, la discoteca «Joy» di Baselga di Piné. Per gli allora ragazzi trentini (ma anche dell'Alto Adige e del Veneto) era il tempio della new wave e del punk, che aveva portato una ventata di novità nell'asfittico panorama del divertimento provinciale. Se a Trento non c'erano discoteche (chiusa la Ufo di via Belenzani, poco dopo terminò anche l'esperienza del Waikiki di Gardolo), e gli altri locali sopravvivevano (la Gran Baita a Sopramonte, il longevo Shuttle di Andalo, il Fanum a Mori e l'Angelo Azzurro in Giudicarie, oltre al Paradisi Number One di Pergine, ma erano quasi tutti locali disco), il Joy era un'altra cosa: incarnava l'estetica un po' trasgressiva e un po' modaiola, dove potevi trovare dal New Romantic ai primi "dark", con una selezione musicale davvero europea.

Ora dalla rete spunta un documento eccezionale: il video che quella sera girò Luca Dal Bosco, della Filmwork, e ora pubblicato su Facebook. «L'ho girato personalmente - spiega Dalbosco - portandomi su a Piné un banco da registrazione: a quei tempi non c'erano le tecnologie e le telecamere per riprendere così a lungo. Ci feci anche la sigla, inventandomi la musica. Mi ero piazzato fuori dalla sala, all'entrata dei bagni, e intervistavo quelli che passavano perché, mi ero detto, il Joy chiude e bisogna che resti una testimonianza». 

Un documento stoorico, che vi proponiamo qui. 

LA STORIA DEL JOY SPIEGATA BENE

Come scrisse Gigi Zoppello sull’Adige nel 2004, in occasione della festa di celebrazione:

Ogni epoca, ogni tempo, ogni generazione, ogni città ha i suoi punti di riferimento. Per noi che adesso siamo sui quaranta, tutto cominciò con il Joy. Era la metà degli anni Ottanta e arrivava da lontano un vento nuovo che adesso puoi chiamare in tanti modi: dark, new wave, post-punk. Sono solo etichette, ma la verità è un’altra: al Joy di Piné in quegli anni prendeva vita il più fortunoso e glorioso cocktail di divertimento, cultura e tendenza mai visto sulla faccia di questa provincia.
Un locale che non era solo “trendy”: era molto più avanti. Anche perché, come ci spiegano i protagonisti di allora, «da allora, nessuno in Trentino ha mai speso così tanti soldi al solo scopo di far divertire gli altri, e senza guadagnarci». Ce lo dicono Gianni e Luca Fiorito, i due gemelli che con altri tre soci aprirono il Joy.
La storia del Joy val la pena di essere raccontata, se non altro per gli archivi, gli Eterni Archivi dello Stile e della Danza (se esistono).
A cominciare dalla formazione (sentimental-musicale) dei due Fiorito: «Frequentavamo Piné in vacanza, avevamo iniziato a fare qualche festicciola, a mettere su dischi - dicono i gemelli - finché arrivò la svolta». Folgorati, in diretta tv, da un programma di Renzo Arbore: «C’era “L’altra domenica” - dice Gianni - e gli ospiti in studio erano i Ramones». A dirla adesso, non fa nessun effetto. Ma se ripensate agli anni Settanta e pensate ai Ramones in un programma domenicale, capite che non si poteva rimanere insensibili.
Era arrivato il ciclone punk, c’erano i Sex Pistols e i Clash. E i Ramones, appunto. Ma bastarono pochi anni per far maturare gli eventi anche qui da noi. «Studiavamo a Bologna e Firenze - attaccano i due - e avevamo visto i primi locali di tendenza: il Ku-Bo e il Tenax. Lì abbiamo capito che c’era qualcosa di diverso, che funzionava. Era l’epoca dei Cure, dei Simple Minds, dei primi U2: lì si respirava un’aria europea, cosmopolita.
E quando tornavamo in Trentino ci dicevamo: e qui?» Qui, come spesso accadeva e come spesso accade anche adesso, era calma piatta. «Il Trentino era tagliato fuori: c’era il Number, il Wimpy e il Waikiki. Erano fermi a Saturday Night Fever» dicono i Fiorito. Che cominciano a portare su musica nuova. «Facevamo delle feste, ed era un successo travolgente» raccontano. «Finché a Piné non ci giunge la voce: il Comune concede in affitto lo Chalet de la Mot per sette anni al miglior offerente, con gara d’appalto in busta chiusa».
Il resto è storia: i due fratelli ed i loro amici partecipano per gioco, e vincono. «Avevamo offerto un sacco di più degli altri, e ci trovammo di colpo e senza nessuna esperienza a gestire un locale. Avevamo 23 anni e nessuna idea di come fare». Passata la leggera sensazione di essersi cacciati in un mare di guai, i cinque amici (Gianni e Luca Fiorito, Axel Paparelli, Marco Panko Pangrazzi e Walter Mosna) iniziano a lavorare sul locale. «L’arredamento, in vetro, cemento e ferro, ce lo inventarono gli architetti dello Studio 5, Capuzzo e Fadanelli. Amavano lo Chalet de la Mot per gli anni che avevano passato lì a fare i beat. E praticamente ci regalarono il progetto, o giù di lì».

Data d’apertura: primo novembre 1985. Un successo strepitoso, che cresce di settimana in settimana. «Altrove queste cose funzionavano - spiega Luca Fiorito - e non si capiva perché da noi no. Siamo stati i primissimi, con il Pasiel, a portare i gruppi dal vivo. Solo che al Pasiel facevano il blues. Noi invece pescavamo i gruppi che transitavano al Ku-Bo di Bologna. I giornali se ne accorsero, e grazie ad alcuni giovani giornalisti che iniziarono a scriverne, cominciammo ad avere spazio sulle pagine dei giornali locali». Il «fenomeno Joy» era lanciato. «Era cultura. Cultura per i giovani fatta dai giovani. In sostanza - spiegano i gemelli - nessuno ci faceva un locale come volevamo noi, e così ce lo facemmo da soli».

Dopo l’avvio, la fama del locale si consolida: arriva gente da Bolzano, da Verona, da Rovereto... «Abbiamo portato qui gruppi italiani che poi sono diventati famosi, dagli Statuto agli Avion Travel, i Pitura Freska... e poi i gruppi trentini, il Charley Deanesi, i Gaià, i Mistery Man. Ma soprattutto gruppi americani della scena underground come Lyres, Chesterfields Kings, Fourgiven, Unclaimed. Gente che suonava in giro per il mondo 200 giorni all’anno, che facevano spettacolo vero, ma che amavano trovare la dimensione a loro cara del club, con il pubblico a venti centimetri dal palco».

Non solo musica dal vivo: il sabato era discoteca, con una musica così diversa dal passato, che era incendiaria. Ma assolutamente eterogenea. «In uno dei primi articoli, sulla “pagina dei giovani” dell’Alto Adige, ci bollarono come “i dark”. Pazzesco, eravamo etichettati. Invece da noi c’era di tutto, con un’offerta eclettica, dal sound Sixties al mod, dal Beat al punk... e anche il pubblico era così - spiega Luca Fiorito - con il dark accanto al rockabilly, e non si menavano! Tutti avevano il loro posto e il loro momento per farsi vedere. Erano altri tempi, c’era il muro di Berlino, e si beveva il cocktail Gorbaciov».

Era un beverone inventato da loro: «Avevamo una fornitura pazzesca di brandy, ordinata per avere in regalo una tv a colori. Ci inventammo il cocktail per smaltirlo: andava alla grande».

La cosa bella del Joy, e si sente ancora adesso, è che i gestori non lo facevano per i soldi, ma per divertirsi: «Andavamo in pari per miracolo. Il bello era l’atmosfera, la gioia dei clienti, la nostra. Tutto fatto in condizioni incredibili - spiega Luca Fiorito - con un abisso tecnologico. Pensa: i manifestini li facevamo con il collage, e fotocopie in bianco e nero. Non c’erano i computer, non c’erano i fax né i telefonini. Una fotocopia a colori costava 4 mila lire in A4. Per mettere fuori i manifestini, partivamo il lunedì mattina e andavamo a Bolzano, a Riva, a Rovereto a metterli in giro».

Altri tempi, quasi eroici. Ma non è solo la nostalgia: «La cosa bella era che i gruppi americani venivano qui, e poi nei loro diari scrivevano “miglior data del tour europeo”! Uno ci scrisse: “Meglio del CSBS”. Impazzivano per gli spaghetti al pesce della Scardola».

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