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Il viaggio nel tempo di Luca Carboni

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Un battito elettronico che s’intreccia a puntino con il pop d’autore che segna da sempre la dimensione musicale di Luca Carboni. È quello che attraversa il suo ultimo album Sputnik al centro dello show del 15 marzo all’Auditorium di Trento. Il sound di Luca Carboni, come ci racconta lui in questa intervista, nel live punta a sorprendere con uno show colorato, dove luci e laser emergono da un maxischermo digitale con le immagini raccontano e amplificano il lavoro musicale con le fotografie della propria carriera si uniscono a quelle che hanno segnato la storia da sessanta anni fa ad oggi.

Luca Carboni, Sputnik è un disco particolarmente ispirato e anche diretto nelle forme: lo sarà anche il concerto che porterà a Trento?

Ringrazio per l’apprezzamento: quando ho registrato questo cd avevo voglia di far emergere una certa parte di me sia nei testi che nella musica e penso che questo si possa cogliere ascoltando il disco. Per me però resta il momento del live quello in cui si percepisce per davvero quello che le nuove canzoni hanno dato alla gente, a chi ti ascolta. Vedremo anche a Trento quale sarà la risposta all’Auditorium, un teatro in cui sono sempre stato accolto molto bene.

In scaletta non ci saranno ovviamente solo brani nuovi.

Il concerto parte con l’idea di raccontare Sputnik ma alla fine diventa una sorta di viaggio nel tempo che parte dalle atmosfere del nuovo disco per toccare i territori che ho esplorato in questi 35 anni di musica fra momenti più rock e più intimi nelle loro forme.

C’è tanta elettronica, un segnale di come vuole essere al passo con i tempi o piuttosto una voglia di guardare anche agli anni ’80 di certo electropop e della new wave?

Il nostro presente è attraversato dall’elettronica ma le mie radici sono sempre state legate alla new wave e a gruppi fondamentali quali i Kraftwerk capaci di influenzare artisti come Davide Bowie. Queste influenze wave e post punk hanno segnato la mia gioventù e ogni tanto vengono alla luce. A pensarci anche il mio secondo album “Forever” si era nutrito di certi suoni pur calati nella realtà italiana.

Che show ha studiato per questo live?

È uno show molto colorato e curato nei dettagli. Con la mia band ci troviamo immersi a suonare dentro delle immagini che scorrono su due grandi lead wall. Immagini che sono sempre al servizio dell’emotività della musica che stiamo suonando in quel momento.

Quanta nostalgia c’è in un titolo come «Sputnik»?

Io sono un ragazzo del 1962 e mi sono reso conto che la parola Sputnik, il nome del primo satellite lanciato dall’Unione Sovietica nel 1957, conteneva molta storia di chi ha vissuto nell’epoca della guerra fredda, quella che Lucio Dalla cantava con i versi “I russi i russi, gli americani”, quella del mondo diviso da un muro. Nello stesso tempo è il primo satellite mandato nello spazio e di fatto il primo passo di una nuova era. Sputnik significa anche “compagno di viaggio” un termine che può essere adatto anche ad un disco capace di accompagnarti per una parte della tua vita.

Che pubblico sta incontrando Luca Carboni in questo tour?

La prima parte del tour era nei club e devo dire che sono rimasto davvero sorpreso dalla presenza di molti giovani che si sono avvicinati a me con gli ultimi tre dischi. Ma al di là di questo ho capito anche che i ragazzi pur essendo tanti pianeti isolati e apparentemente meno uniti di noi che da ragazzi non avevamo i social, riescono comunque ad essere in sintonia ed uniti. Non sono così scollegati dalla realtà come dicono molti ma la stanno costruendo alla loro maniera, secondo le loro diverse sensibilità.

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