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Ambiente, Leggimontagna

premia Cason e Nardelli

per "Il monito della ninfea"

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Alberi schiantati in val di Fiemme dalla tempesta Vaia

Fonte:

Giorgio Salomon

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Tempo di lettura: 
7 minuti 38 secondi

Michele Nardelli e Diego Cason sono stati premiati al concorso «Leggimontagna 2020», per la categoria Saggistica, per il loro libro Il monito della ninfea. Vaia, la montagna, il limite (Bertelli Editori, Trento).
Il libro dei due studiosi, l'uno trentino e l'altro bellunese, si è classificato al secondo posto nella sezione Saggistica.

Per la giuria si tratta di «un libro documentatissimo, ma agile, dedicato al tema degli equilibri, dei disequilibri e dei limiti. Un volume militante che nasce dalla constatazione che è ormai impossibile pensare alla realtà della montagna prescindendo da ciò che è accaduto alla fine di ottobre del 2018. Vaia, infatti, non ha lasciato soltanto segni di devastazione; ha inciso in profondità anche su analisi, riflessioni, capacità progettuali, obbligando a riflettere sugli effetti diretti e indiretti del nostro stile di vita e sulle scelte economiche e politiche che lo reggono. Ogni passaggio è sorretto da cifre e statistiche e accompagnato da citazioni mai casuali che rafforzano il concetto che è necessario uno sguardo globale che superi e dia significato alle analisi specialistiche e alla quantità di dati prodotti dai diversi settori della ricerca scientifica e sappia porre le basi per offrirci la capacità di cogliere le interrelazioni fra i fenomeni che caratterizzano gli squilibri ambientali e che possono influire anche su eventi ancor più drammatici come le pandemie».


Il disastro della tempesta Vaia come monito sulla necessità di modificare il rapporto fra gli esseri umani e l’ambiente naturale. Quei cimiteri di alberi sulle Dolomiti come spia di un «limite» raggiunto e di un cambio di rotta necessario per non toccare il punto di non ritorno. È chiaro il messaggio del nuovo libro Il monito della ninfea. Vaia, la montagna, il limite (Lineagrafica Bertelli editori), scritto da due intellettuali dolomitici: il bellunese Diego Cason e il trentino Michele Nardelli. Vale per la montagna ma a maggior ragione per le pianure metropolitane che veicolano un modello economico e sociale insostenibile, energivoro. E minaccioso nei riguardi delle aree alpine, spesso colpite da fenomeni inquietanti, quale il progressivo spopolamento, oggi tipico dei territori non dotati di forme di autogoverno.

«Volevamo cercare di comprendere il segno lasciato nelle nostre comunità alpine dagli eventi traumatici della fine di ottobre 2018, con le devastazioni forestali, l’interruzione di strade, acquedotti e linee elettriche, l’isolamento prolungato di interi paesi», spiega Nardelli, che ha attraversato con Cason l’arco dolomitico, dal Trentino alla Carnia passando per tutto il Bellunese, in un cammino di conoscenza.

«Abbiamo incontrato i rappresentanti del territorio e per me l’esperienza si è aggiunta ai viaggi “nella solitudine della politica” che ho intrapreso da qualche anno, per tentare di comprendere la crisi del presente e le prospettive di un futuro diverso».
Gli fa eco Diego Cason, sociologo, sottolineando quanto sia pericolosa la parabola che ci allontana da Madre natura. «Una separazione di cui sono causa, epicentro e simbolo le grandi aree metropolitane di pianura che impongono il loro modus e minacciano anche le zone marginali. In questo caso, le Alpi, viste come serbatoio infinito di risorse naturali da sfruttare a buon mercato, enorme arena per il divertimento di massa sempre più smodato, alibi naturalistico per compensare nella rappresentazione pubblica la devastazione cementificatrice delle megalopoli diffuse e iper-urbanizzate. In Veneto la gran parte del territorio sotto tutela ambientale si trova in provincia di Belluno, cui fra l’altro si nega pervicacemente l’agognato autogoverno. Nel resto della regione, invece, c’è stata quasi dappertutto una corsa sfrenata al consumo di suolo».

Crisi ecologica e allarme climatico sono il filo conduttore di queste esplorazioni, come spiega ancora Nardelli: «Il racconto non si limita alla questione Vaia, ma propone una riflessione sul nostro tempo, sulla relazione tra l’essere umano e il resto della natura natura, sulla fuorviante fiducia nell’evoluzione scientifica in grado di risolvere sempre tutto e di metterci al riparo dalla catastrofe. Non è un caso se la prefazione è scritta da Gianfranco Bettin, noto politico e sociologo veneziano, che ci aiuta a tenere insieme altri sintomi emblematici di un quadro clinico planetario assai grave. Si va dall’acqua alta a Venezia, appunto, all’Australia che brucia, all’Artico che si scioglie. Persino insidie come il coronavirus sono in qualche modo connesse con l’insostenibilità del modello imperante delle megalopoli e l’inevitabile promiscuità sociale. Perciò, nel dopo Vaia ci siamo interrogati sulla possibilità di andare oltre la sola risposta emergenziale e la riparazione dei danni. Abbiamo cercato uno sguardo aperto, per indagare anche le cause e proporre rimedi, prima che sia troppo tardi. Bisogna innanzitutto evitare l’illusione ottica rassicurante che deriva dal vivere nei vasti spazi naturali della montagna. Da qui la metafora della ninfea e della sua modalità di espansione: il giorno che precede l’intera copertura dello stagno, la metà della superficie risulta ancora libera. Ecco, dobbiamo interiorizzare la consapevolezza sui rischi concreti, sulla fragilità dell’ambiente, sottoposto a decenni di crescenti pressioni antropiche su ogni fronte».

I due studiosi tengono a sottolineare che in questo quadro i territori alpini, delicati e incompresi dai poteri centrali, sono chiamati a un salto di qualità per cooperare, coordinarsi, costruire rete e forza d’urto davanti all’invasività dannosa del modello socioeconomico metropolitano di pianura. «La stessa vicenda del recupero del legname degli schianti dopo Vaia ha mostrato quanto tutto sia più efficace laddove, come in Trentino, il potere locale può decidere, rispetto a Belluno, dove la regia se la prende la Regione Veneto, cioè chi comanda a Venezia, peraltro senza poi nemmeno svolgere realmente il ruolo che anche stavolta ha preteso per sé», commenta Cason.
Ma per costruire un fronte compatto delle comunità alpine è necessario che ognuna di esse sia dotata di strumenti di autogoverno simili, altrimenti l’asimmetria renderebbe tutto più complicato se non impraticabile. Oggi le cose stanno così.

«In provincia di Belluno - attacca Cason - lo Stato nazionale e la Regione Veneto continuano a impoverire un tessuto già fragile. È evidente che per poter rispondere alla sfida di quest’epoca di transizione a noi serve uno status istituzionale differenziato, una nostra forma di autonomia per poter mettere in atto politiche adeguate a un territorio alpino e per poterci coordinare alla pari con gli amici delle comunità vicine, come Trento e Bolzano. Invece per la Regione Veneto il Bellunese è solo terra di conquista, con risorse naturali da sfruttare, che siano l’acqua per irrigare le colture della pianura o i caroselli del divertimento turistico. L’importante per loro è controllarci. Esistono leggi regionali di 7-8 anni fa che prevedono la cessione di molte competenze (agricoltura, ambiente, energia, turismo e altre) da Venezia a Belluno, per costruire intanto una piccola autonomia. Ma la Regione non rispetta neanche le sue stesse norme. E nel frattempo Roma, con la riforma Delrio delle Province ordinarie, ha depauperato un ente d’area vasta importante, cancellandone risorse e persino l’elettività diretta. Un disastro. Noi resistiamo, ma il prezzo delle offese a questa minoranza alpina si legge purtroppo nei processi come lo spopolamento di molte vallate. Ora la provincia di Belluno è scesa sotto la soglia dei 200 mila abitanti, ma nessuno si muove per attribuirci gli strumenti necessari e tanto reclamati per affrontare seriamente questo dramma. Forse a Venezia preferirebbero avere mano libera in un territorio senza più quei montanari che si lamentano...».

Anche Nardelli insiste sulla questione: «Se in Trentino e in Sudtirolo il problema dell’abbandono della montagna è marginale, abbiamo invece un grave rischio di trasformare le nostre valli in un “divertimentificio”. Ne va dell’autenticità delle comunità. La montagna deve tornare a essere abitata e vissuta nella sua quotidianità, senza cedere al modello di uno sfruttamento turistico orientato solo alla quantità, inadeguato in un contesto fragile come quello alpino. Bisogna trovare il giusto equilibrio, anche nelle attività economiche, come l’agricoltura, per far tornare stabilmente le persone in montagna. I nostri boschi ce lo hanno ricordato con Vaia: spesso sono piantagioni monovarietà, hanno perso la naturalità e su questo bisogna riflettere. Il ritorno alla terra e alla montagna, inoltre, ci dice che si può vivere meglio e con meno. In città a una famiglia servono due stipendi. Da noi con una relazione più diretta con la terra si può costruire una risposta diversa e soddisfacente.

Anche il tema dell’architettura istituzionale in montagna è prioritario. Dove non c’è l’autonomia si soffre anche in termini di spopolamento. Nelle zone bellunesi che abbiamo visitato, l’unico vero baluardo rimasto sono le forme di autogoverno collettivo dei beni comuni, come le storiche Regole. Serve un nuovo assetto con il trasferimento di maggiore potere nelle zone alpine oggi non autonome. Qui da noi dovremmo ragionare seriamente in termini di Regione dolomitica. Le aree montane devono associarsi e autogovernarsi in uno spirito federativo. Vanno respinte in toto, invece, idee improprie come la macroregione alpina comprendente metropoli e intere regioni, quali Lombardia, Veneto  e Baviera: sarebbero di nuovo le pianure che governano la montagna riproponendo la forma stato nazionale.
Urgono nuove geografie istituzionali, gli stati nazionali non hanno più senso in questa prospettiva. Mi rendo conto che il tema, così importante, è tristemente assente nell’agenda politica, manca il coraggio. Un tempo è finito e si fatica a intravvedere quello nuovo. La politica deve trovare la forza di innovarsi e compiere questo salto di paradigma, prima che sia troppo tardi».

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