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Al museo Diocesano in mostra

le immagini della quarantena

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Il coronavirus come un incubo ricorrente, incarnato in un mostro: «Ora ti strangolo – dice l'eroina nel sogno – così vedi quanto è brutto restare senz'aria e te ne vai».

Cornelia B. è una degli autori delle 120 foto di oggetti che hanno aiutato i trentini (e più in generale gli italiani) a convivere con la fase più acuta dell'emergenza sanitaria e il cosiddetto lockdown, l'isolamento forzato e il blocco di tante attività quotidiane. Il Museo della quarantena è un'opera collettiva e popolare, una mostra fatta da 120 foto di oggetti inviate da semplici cittadini (la maggior parte trentini, ma sono arrivati contributi anche dalle Marche e dalla Sicilia).

Gli oggetti sono a volte banali, a volte insoliti. Talvolta si tratta di metafore, stati d'animo, situazioni. Fissate in una foto e recente memoria di un periodo dal quale non siamo ancora fuori e che resterà nella storia. Il Museo Diocesano ha promosso questa raccolta di foto di oggetti «totemici» che ci hanno aiutato a convivere con la paura, offrendoci sprazzi di quotidianità. La mostra è composta da 120 foto (ma ne stanno arrivando altre) riportate su fogli plastificati corredati da titolo e motivazione, appesi a dei fili che circondano le mura esterne di Palazzo Pretorio, sede del museo.

L'esposizione, inaugurata ieri pomeriggio, non ha una data di chiusura. «I materiali continuano ad arrivarci. Abbiamo aperto la raccolta il 7 maggio. Volevamo fare un flash-mob – ricorda la direttrice Domenica Primerano – con gli oggetti fisici, ma per precauzione sanitaria abbiamo poi optato per l'invio e l'esposizione delle foto. Che dimostrano come un museo possa essere antenna e spugna di pensieri e bisogni».

Le foto sono state catalogate dal Museo in base all'ordine di arrivo, mentre sono esposte senza un criterio cronologico o tematico. Ma cosa hanno individuato i cittadini-artisti come oggetto simbolo della propria quarantena, con corredo di libertà limitate? «Abbiamo lasciato piena libertà per raccontare questo periodo strano, di distopie» premette Lorenza Liandru , curatrice e catalogatrice delle «opere».

C'è chi ha fotografato le matite finite, chi una vecchia Vhs servita per vedere un film d'antan, chi ha scandito le giornate grazie a un orologio a pendolo, chi ha fotografato i giornali locali, fedele compagnia per aggiornarsi su cosa succedeva fuori dalle sempre più strette mura di casa (e forse anche «scusa» per uscire almeno dal giornalaio). Non manca la musica: il pianoforte, le cuffie, lo speaker (piccola cassa per ascoltare musica).

Spopolano pizze, biscotti e lievito madre. In quarantena siamo tutti diventati pasticcieri e fornai. E poi la moka, apprezzato sostituto dell'espresso al bar, diventato un agognato miraggio per oltre due mesi. Abbigliamento poco, ma che provoca un tuffo al cuore: una signora ha fotografato il pigiama della mamma, che non c'è più. Facile capire che se l'è portata via il subdolo e invisibile virus. Leggerezza e ironia non guastano: un cavatappi («strumento di benessere durante l'isolamento» spiega l'anonimo autore). Due giovani fidanzati si incontrano furtivamente su un tetto: il titolo dell'opera è significativamente «Luogo segreto». C'è anche chi ha immortalato i nuovi alleati domestici contro il nemico: un tris di flaconi di disinfettanti. Stato di salute? «Quasi esauriti». Forse come chi li ha fotografati…

Qualcuno ha evitato il declino fisico attraverso un tappetino da ginnastica e l'ha immortalato a simbolo di questi cento giorni. Alcune copie della settimana enigmistica hanno scandito i pochi momenti liberi di un cittadino tra l'amato-odiato smart working e le immancabili videoconferenze. La cultura è rappresentata dai libri. L'aspetto ludico dai giochi da tavolo, riscoperti dopo alcuni lustri. Come il punto croce. Ma c'è anche chi ha già trovato il vaccino: una sedia sdraio per abbronzarsi. «Adatta all'accumulo di vitamina D» recita la didascalia. La religione e la fede? Marginale: un Papa Francesco che prega solitario e un rosario.
«Si tratta di sentimenti e intimità positivamente messi in piazza» ha commentato l'assessore comunale alla cultura, Corrado Bungaro . «È un recupero di riconoscenza per questi oggetti che alla fine dei conti ci aiutano a vivere» ha sintetizzato don Andrea Decarli , parroco del Duomo e di Santa Maria Maggiore.

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