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Lo storico Biasiori: «Ricordare l'Olocausto è fondamentale ma non basta. Bisogna capirlo perché non si ripeta»

Giornata della memoria: le riflessioni del giovane professore trentino dell'università di Padova

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La Giornata della memoria è un momento prezioso di rigenerazione della consapevolezza collettiva su una pagina tragica della nostra storia. Ma si può fare di più per dare continuità a queste riflessioni e restituire, specie ai giovani, la dimensione dell'accaduto? Abbiamo girato la domanda allo storico trentino Lucio Biasiori (nella foto qui sotto), professore associato dell'Università di Padova, dove si occupa soprattutto di storia dell'età moderna e in particolare delle dinamiche culturali, religiose e politiche dell'Europa del Cinquecento         .

Biasiori, di là dalle celebrazioni nella ricorrenza e di quanto già si faccia nelle scuole, ritiene sia opportuno immaginare altri percorsi per restituire specialmente alle giovani generazioni la dimensione della tragedia dell'Olocausto sotto vari profili?

«Ricordare si deve, sempre. “Meditate che questo è stato” dice Primo Levi all’inizio di Se questo è un uomo e occorre farlo sempre perché l’orrore non si ripresenti. Occorre però allo stesso tempo fare attenzione affinché la memoria non diventi qualcosa di esclusivo. C’è una frase dello scrittore Luca Rastello che mi ha sempre colpito: “Non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce”. Rastello aveva ragione: ricordare e capire sono due cose diverse e la memoria non basta. Per due ragioni. In primo luogo perché è sempre qualcosa di imperfetto. Sempre Primo Levi, che pure è ancora il più straordinario testimone della memoria dello sterminio, all’inizio de I sommersi e i salvati, chiama la memoria “strumento meraviglioso ma fallace”.

Meraviglioso perché ci permette di serbare testimonianza di ciò che è accaduto, ma fallace perché tale testimonianza può scomparire o essere distorta. In secondo luogo la memoria è per forza qualcosa di soggettivo. Per quanto si parli spesso di “memorie condivise” è difficile che lo siano, perché la memoria – mettiamo – delle vittime del terrorismo nero non sarà mai condivisa con quella delle vittime del terrorismo rosso. Perciò questa soggettività della memoria si presta spesso al gioco della politica.

Basti pensare che, quattro anni dopo l’istituzione della Giornata della memoria della Shoah, i governi di destra hanno istituito la Giornata del ricordo delle Foibe, sempre con questa logica di trovare una controparte ideologica in una competizione tra memoria e ricordo. Da questa gara tra memorie se ne esce solo potenziando lo studio della storia. La memoria è monca se non è accompagnata dalla storia. La storia – intesa come studio del passato – è qualcosa di ben diverso dalla memoria.

La storia è meno soggettiva della memoria, nel senso che lo storico, o la storica, a differenza del testimone, ha per forza le sue idee, le sue fedi, i suoi gusti eccetera, ma nella sua attività di ricostruzione del passato le mette tra parentesi per arrivare alla verità. Una verità che non è ovviamente quella incontrovertibile della matematica, ma una verità che comunque si pone al di sopra dei punti di vista opposti delle memorie. Naturalmente è in grado di farlo, se è bravo nel suo mestiere e soprattutto onesto di cuore e di cervello. Per fortuna, c’è il giudizio della comunità scientifica a stabilirlo, come per un medico o un fisico».

Che cosa ci dicono questi fatti storici sulla dinamica potere/popolo, guardando sia alle Germania nazista e Paesi affini/occupati sia all'Italia fascista che aveva elaborato una sua dottrina razzista applicandola precocemente nei suoi campi di concentramento?


«Mi ha colpito molto che in occasione della giornata della memoria di quest’anno il presidente della repubblica Mattarella abbia insistito sul ruolo che nella deportazione degli ebrei italiani nei lager nazisti hanno avuto i loro concittadini, vicini di casa, colleghi di lavoro. È una cosa che gli storici sanno da tempo, ma che nel discorso pubblico non passa: si preferisce dare la colpa al cattivo tedesco e cullarsi nel mito “italiani brava gente”. Mentre le cose non sono andate così, le abbiamo semplicemente rimosse: in Italia non abbiamo avuto un processo di Norimberga. Quel che è peggio è che alcuni intellettuali pubblici aiutano questa autoassoluzione. Penso a un recente editoriale di Galli della Loggia, che assolve gli italiani dall’essere razzisti. Addolora che a scriverlo sia stato uno storico di formazione».

Altre pagine storiche recenti, fra le quali le guerre in ex Jugoslavia, hanno mostrato che l'Europa non era immune dal rischio che nuove pagine sanguinose e tragiche si ripresentassero anche sul registro dell'odio religioso. Sembra che l'esperienza della storia umana con i suoi errori pagati col sangue da milioni di persone non sia necessariamente un antidoto contro il ripresentarsi di vicende che si riteneva forse di aver rimosso per sempre.

Lei crede che sia così o in parte così e che la ricerca e la didattica possano contribuire a evitare queste "ricadute"?


«Sì, ci credo profondamente, altrimenti non farei questo mestiere. Essendo tra l’altro uno specialista di storia religiosa della prima età moderna, mi viene fatto di notare che Auschwitz non è stato un fungo velenoso cresciuto all’improvviso nella Germania del Novecento. Basti pensare che nella Spagna del Cinquecento, per ricoprire qualunque incarico pubblico, dovevi presentare un certificato di limpieza de sangre, in cui si dimostrava che non avevi antenati di religione ebraica. Il razzismo ha una storia molto lunga. Anche qui però la ricerca e la didattica sono condizioni necessarie ma non sufficienti, perché è vero che la storia insegna, ma gli uomini non imparano.

Mi scuso se cito ancora Primo Levi, ma in tema di giornata della memoria non mi pare fuori luogo. C’è un suo racconto intitolato Decodificazione, che non ho visto ricordato quando nei giorni scorsi, proprio nel suo Piemonte, qualcuno ha scritto “Juden hier” sulla porta di casa di un ex deportata.

Praticamente, Levi sta passeggiando in campagna quando comincia a vedere svastiche e scritte razziste a bomboletta sui segnali stradali. Scarta l’idea di andare dai carabinieri, va invece dal ferramenta che lo mette sulle tracce di un ragazzino del luogo. Levi si trova di fronte non un nazista in erba ma un ragazzino con lo sguardo fisso nel vuoto che gli confessa di averle fatte perché voleva «farla finita di avere quindici anni» con tutti i problemi di scuola, ragazze eccetera che quell’età porta con sé.

Questa sorpresa porta Levi a riflettere da un lato sulla «misconosciuta forza dei deboli e dei disadattati», capaci di contagiare gli altri con i loro fallimenti, ma anche sulla necessità di aiutare queste persone. "È sgradevole aiutare gli uomini sgradevoli" – commenta Levi, però è necessario per evitare catene di fallimenti. Penso che questa compresenza tra condanna e aiuto, senza ipocrisie e moralismi, sia una delle lezioni più importanti che ci ha lasciato».

In proposito, è abbastanza diffuso nelle nostre società un esercizio "ermeneutico" che ammonisce sull'esistenza di nuove forme di discriminazione e finanche di deportazione, ai danni di strati deboli delle popolazioni. Per esempio i migranti o esuli rinchiusi nei "lager libici" o nei campi di detenzione turchi su commissione delle potenze europee. Che ne pensa?

«L’antisemitismo è stata la forma più orribile di odio razziale che ci sia stata nella storia, che ha portato all’esito più disastroso, cioè lo sterminio degli Ebrei d’Europa. Però occorre dire con forza che combattere l’antisemitismo non significa appoggiare in toto le politiche dello stato d’Israele, come ha dichiarato di voler fare recentemente Salvini promettendo che da premier ne riconoscerà ufficialmente Gerusalemme come capitale e allo stesso tempo scaricando le colpe dell’antisemitismo montante sui migranti di fede islamica. Se non fosse pura tattica politica (cosa in effetti possibile) e Salvini credesse di dimostrare veramente in tal modo il suo rifiuto dell’antisemitismo, si sbaglierebbe di grosso. No, l’antisemitismo non si combatte così, ma lo si combatte riconoscendolo per quello che è: una manifestazione – quella storicamente più distruttiva, certamente, ma pur sempre una manifestazione – di un fenomeno più generale che è il razzismo.

Quello che voglio dire è che non essere antisemiti non significa mettersi una kippah in testa e farsi fotografare con Netanyahu, ma combattere la discriminazione razziale in tutte le sue forme.

Del resto, la storia del Novecento è piena di altri genocidi, come quello dei rom, degli armeni o dei Tutsi in Rwanda. E poi ci sono, come hai giustamente detto tu, le immagini raccapriccianti dei lager libici e l’atteggiamento lavativo dell’Europa di pagare la Turchia per sbrigare il “lavoro sporco”.

Quando da storici ci chiediamo perché gli alleati non hanno fermato Auschwitz bombardando le ferrovie che trasportavano gli Ebrei da tutta Europa, oppure quando ci chiediamo se la gente comune sapesse che a pochi chilometri dalle loro case quelle colonne di fumo erano fino a qualche ora prima dei loro simili stiamo in realtà interrogando non il passato, ma il presente. Allora varrebbe la pena chiedersi, visto che anche noi come e più di loro sappiamo, perché non facciamo nulla. Io personalmente sento molto la frustrazione di poter solo indicare il problema ma di non aver trovato ancora strumenti per risolverlo».

Quanto è o sarebbe importante un'indagine profonda e trasparente della storia anche locale per far emergere processi, ruoli, contraddizioni e difficoltà vissute in un dato contesto storico? Nel quale, magari, si poteva facilmente scivolare in un collaborazionismo se non ideologico utilitaristico o "banale" (direbbe la Arendt) condannando i vicini di casa alla deportazione o alla prigionia o al confino. In proposito quanto reputa sia importante la memorialistica e la testimonianza dei vivente su fatti relativamente a noi vicini quali il fascismo, il nazismo, le persecuzioni/deportazioni/sterminio di ebrei, nomadi, oppositori politici, testimoni di geova, omossessuali, disabili eccetera?

«Come dicevo prima, la memoria è per definizione qualcosa di soggettivo. Perciò la memorialistica e le testimonianze sono preziosissime, ma insufficienti. Bisogna portarle sul terreno della storia. È però un’operazione molto difficile, perché tutte le comunità umane fanno necessariamente parte di un mondo più vasto e complesso. Come ha scritto lo storico Eric Hobsbawm, «una storia scritta solo per gli ebrei (o per gli afroamericani, le donne, i proletari, gli omosessuali) non può essere una buona storia, anche se può essere di conforto a coloro che si professano tali». Ma, purtroppo e per fortuna, la storia non è conforto, ma qualcosa che ci fa stare sempre scomodi».

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