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«Lilli» Mascagni, più forte degli aguzzini

Oggi il ricordo a 10 anni dalla scomparsa

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È il pomeriggio del 29 novembre 1944. Al Centro scolastico di Cavalese, un bidello avverte una giovane insegnante che un uomo desidera vederla. Niente divise, è vestito «appropriatamente in borghese». Ma pronuncia una sola parola che, a quei tempi, bastava per gelare il sangue a chiunque: «Gestapo!». La giovane maestrina sobbalza, ma subito risponde: «Lilli».

Nella «Lilli» Mascagni poco più che ventenne, è una partigiana, una staffetta a cui il Cnl di Cavalese affida i collegamenti tra le cellule dell’intera valle con Bolzano e soprattutto con Trento. Oggi ricorre il decennale della sua scomparsa, avvenuta a Trento il 27 febbraio 2009, e la sua figura verrà ricordata dall’Anpi questo pomeriggio, alle 18.30, al centro culturale «Trevi» di Bolzano.

Sarà l’occasione per rivivere le gesta coraggiose di una delle  protagoniste di quella resistenza diffusa che, forte solo del proprio coraggio e della propria determinazione, seppe opporsi alla barbarie nazifascista.

La scelta di Lilli fu, per così dire, naturale: il deciso antifascismo respirato in famiglia divenne ben presto adesione incondizionata alla Resistenza, soprattutto dopo l’8 settembre.

In Regione, e precisamente a Bolzano, Lilli, nata a Villarvernia, in provincia di Alessandria, il 18 settembre del 1921, era arrivata al seguito della famiglia: il padre, ferroviere in servizio a Genova, finito nel mirino dei fascisti di quella città, era stato «comandato» alle ferrovie nel lontano Alto Adige.

Costretta dalla guerra a interrompere gli studi universitari alla facoltà di Magistero dell’Università di Torino e legatasi nel frattempo al musicista Andrea Mascagni (lui stesso in prima linea nella guerra partigiana col nome di «Comandante Fausto Corsi», membro del Cnl di Trento e poi alla guida di quello di Bolzano), Lilli si trovò ad operare soprattutto in val di Fiemme: sfollata a Predazzo insieme al fidanzato e alle rispettive famiglie, collaborò attivamente a organizzare una rete clandestina.
A Cavalese, venne arrestata una prima volta, il 29 novembre del 1944. Tradotta nel carcere di via Pilati a Trento, viene poi rilasciata, dopo aver subito pesanti interrogatori che le stessa ricorda in una toccante testimonianza affidata ai Quaderni della memoria» dell’Anpi di Bolzano: «(...) un’insistente requisitoria accompagnata da robusti ceffoni, non da torture». E ancora: «Le botte che si alternano riesco a sopportarle».


Un successivo arresto da parte della Gestapo, nel febbraio del 1945, rischia di avere conseguenze assai più drammatiche e la porta ad essere internata nel famigerato lager di Bolzano, con la matricola numero 10599. È il regno infernale dei boia ucraini Misha Seifert e Otto Sain, della «tigre» Hildegard Lächert, degli aguzzini delle Ss, della violenza e della prevaricazione: «Le celle sono una cinquantina, abitate per una buona parte da numerosi patrioti di Bolzano e di Trento, sottoposti a continui interrogatori per conoscere e intervenire, sapere e colpire. La resistenza ai diversi tipi di violenza è fortissima».

Erano, per Lilli, ricordi dolorosi. Ma proprio alla memoria, al ricordare, per quanto duro, Nella Mascagni ha dedicato una parte importante della sua attività nel Dopoguerra, con «dedizione morale». «Ricordare - scriveva - perché  impossibile disperdere i duri eventi subiti». Una lezione tanto più attuale in tempi in cui la memoria della lucida follia nazifascista rischia di soccombere sotto i colpi di nuovi estremismi e nazionalismi, i cui semi trovano, oggi come ieri, terreno fertile nelle coscienze anestetizzate.

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