Heidegger e il nazismo: nuovi riscontri in un documento

Gli ebrei responsabili del proprio sterminio, un destino necessario per il compimento dell'Essere. E il pensiero nazista nella filosofia di Heidegger ora ha delle prove. 

La "purificazione dell'Essere" inevitabile attraverso lo sterminio antisemita, che è stato semplicemente "autoannientamento", selbstvernichtung. È questa la parola chiave che riaffiora da uno scritto recentemente ritrovato e che potrebbe dare una svolta ad uno dei capitoli più controversi della storia del pensiero di Martin Heidegger. Secondo un documento ritrovato nella scorsa primavera, il filosofo tedesco, già in passato accusato di aver taciuto sulla questione della Shoah, gli ebrei si sarebbero autoannientati. Nessuno potrebbe allora essere chiamato in causa, se non gli ebrei stessi.

Il documento - come scrive il Corriere della Sera - è contenuto in un volume che sarà pubblicato in Germania: "Quaderni neri", curato da Peter Trawn. Si tratta delle note risalenti al periodo cruciale che va dal 1942 al 1948. E il quaderno del 1945/46, che sembrava fosse andato perduto, era il tassello mancante della costruzione filosofica di Heidegger in merito ai concetti di ebraismo. Dunque una prospettiva inedita sul suo pensiero, che dà voce a quello che era da sempre stato definito il "silenzio di Heidegger": la mancanza di una presa di posizione netta sulle atrocità dei campi di concentramento, qui considerati dal pensatore tedesco come l’industrializzazione della morte, la "fabbricazione dei cadaveri".

Il filosofo, che vede innanzitutto nella seconda guerra mondiale un conflitto diretto tra tedeschi ed ebrei, spiega che "solo quando quel che è essenzialmente ebraico, in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia". La Shoah avrebbe allora un ruolo decisivo nella storia dell’Essere, perché coinciderebbe con il "sommo compimento della tecnica" che, dopo aver usurato ogni cosa, consuma se stessa. In tal senso lo sterminio degli ebrei rappresenterebbe quel momento apocalittico in cui ciò che distrugge finisce per autodistruggersi. Culmine "dell’autoannientamento nella storia", la Shoah rende quindi possibile la "purificazione dell’Essere".

Esistono quindi dei punti di ancoraggio filosofici dell'adesione del filosofo tedesco al nazionalsocialismo, che potrebbe aver appoggiato il nazionalsocialismo non solo per convenienza. Una tesi che legittimerebbe il lavoro di ricerca svolto negli anni ottanta del secolo scorso da Victor Farias, storico cileno che pubblicò il best seller 'Heidegger e il nazismo'.

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Heidegger, la filosofia, il nazismo

di Massimo Sebastiani

La questione del rapporto (e del coinvolgimento) di Martin Heidegger col nazismo è da sempre controversa e tornò prepotentemente alla ribalta quando nel 1987 Victor Farias pubblicò il suo ‘Heidegger e il nazismo’, libro poi contestato da molti studiosi soprattutto per l’uso strumentale delle fonti.

Quel che è certo è che Heidegger aderì al partito nazista nel 1933 quando divenne rettore dell’università di Friburgo. Incarico dal quale si dimise un anno dopo non partecipando più ad alcuna attività politica ed entrando in un periodo di silenzio, anche accademico, durato circa otto anni.

Per provare a comprendere e contestualizzare il senso di alcune espressioni contenute nel cosiddetto Quaderno nero, è necessario fare riferimento ad alcuni concetti chiave del pensiero di Heidegger. Per lui la storia del pensiero occidentale è storia della metafisica, da intendersi i non come pensiero ‘ultraterreno’ ma come destino (in tedesco Geschick che si lega al verbo schicken, inviare o mandare, ma risuona anche nella parola Geschichte, storia) dell’Occidente. In cosa consiste questo destino? Nel pensare l’ente come l’essere, ovvero nel ‘confondere’ la natura dell’essere con quella (che ne esprime solo una parte) dell’essere. Cosa intendiamo quando pronunciamo l’espressione ‘è’? Un tavolo è, una mela è ma anche un tramonto, un’idea, un odore, una passione ‘sono’ (non parliamo poi dei fotoni, dei neutrini e di tutte le particelle elementari la cui natura è impossibile equiparare a quella di una sedia, che pure essi stessi costituiscono). Eppure l’idea dell’essere come ente è quella che ha prevalso in Occidente e che accomuna tutto il suo pensiero, anche quelli che apparentemente si contrappongono. Idealismo e realismo, spiritualismo e materialismo, soggettivismo e oggettivismo hanno in comune l’idea che l’essere sia essenzialmente ente: sono come due squadre che si combattono giocando in uno stesso campionato e con le stese regole.

Per questo, dice Heidegger, non si può far altro che aspettare il compimento del destino dell’Occidente, cioè la piena maturazione della metafisica. Lo sviluppo (incontrollato?) della tecnica è parte decisiva di questo compimento: solo un pensiero che pensa razionalmente l’essere come ente, e quindi come qualcosa di utilizzabile, sfruttabile, manipolabile, può produrre il motore a scoppio e la bomba atomica, la chirurgia e l’inquinamento, la grande ingegneria e la desertificazione e così via.
Cosa hanno a che vedere gli ebrei con tutto questo? Il loro contributo (così come quello dei cristiani, per la verità, e prima di loro dei greci re-interpretati) è stato decisivo per lo sviluppo della metafisica e dunque del pensiero della ‘tecnica’ . In questo senso va intesa l’espressione, scioccante, spiazzante, provocatoria, di ‘autoannientamento’ (sa selbst=stesso e Vernichtung, da Nicht=nulla, quindi auto-nullificazione): secondo Heidegger gli ebrei sono stati, inconsapevolmente, artefici del loro stesso destino in quanto parte attiva dello sviluppo della storia occidentale come ‘progresso della tecnica’.

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