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Quentin Tarantino

con Di Caprio a Roma 

«La mia opera è violenza»

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«La conferenza stampa più intellettuale che abbia mai fatto». Si chiude così, tra le rumorose e sincopate risate di Quentin Tarantino, la conferenza stampa di “C’era una volta... a Hollywood” che sarà in sala dal 18 settembre con la Warner Bros.

Insieme a lui, che indossava un’emblematica t-shirt nera con la scritta Brutalism, Leonardo Di Caprio e Margot Robbie, due dei protagonisti del film che sono stati oggetto di vero tifo da stadio ieri sera all’anteprima romana.

Nessun accenno alle molte polemiche che accompagnano il film - da quella degli animalisti per il trattamento del pitbull Sayuri a quella della figlia di Bruce Lee per la rappresentazione, fino alla ricostruzione del caso Sharon Tate senza aver neppure consultato Polanski - che tra l’altro va forte al box office.

Comunque un Tarantino “tarantolato” quello che si è visto ieri a Roma. A un certo punto parlando della sua passione per gli spaghetti western dice: «Un critico inglese, Laurence Staig, anni fa ha scritto il libro “Italian Western. The Opera of violence” ed è in fondo, almeno per quanto riguarda la violenza, quello che sto facendo io con tutta la mia opera».

Tre gli interpreti principali di questo film, passato al Festival di Cannes in concorso e ambientato nella Hollywood di fine anni Sessanta, Leonardo Di Caprio nei panni di Rick Dalton, attore di western tv di serie B pieno di fragilità, e Brad Pitt (Cliff Booth), suo stuntman e amico di lunga data che è come la parte mancante di Dalton, una persona che potrebbe ucciderti con un cucchiaio. Infine, a completare il quadro, la bellissima Margot Robbie nei panni di Sharon Tate (uccisa proprio nel 1969 dalla setta di Charles Manson) che, guarda caso, è una vicina di Rick Dalton.

«Credo ci sia un elemento di nostalgia in questo film - ammette Tarantino - . Hollywood era diversa allora, il cinema stesso era diverso. La prima cosa che mi viene in mente quando mi fanno questa domanda sono i set meravigliosi che c’erano allora. Tutto veniva costruito da zero e servivano un sacco di soldi. Ora neppure le grandi produzioni - spiega il regista di Pulp Fiction - se lo possono permettere. E tutto questo a danno dell’artigianato che sta scomparendo».

Dice invece della sua storica passione per il cinema italiano: «Adoro i film di genere, i cosiddetti B-movie, e ho sempre amato quelli italiani, western o commedia sexy, cappa e spada, peplum o polizieschi. Va detto che gli italiani hanno reinventato questi generi, parlo di registi come Sergio Leone, Sergio Corbucci, Sergio Sollima e Duccio Tessari. Anche perchè molti di loro avevano iniziato come critici o come grandi appassionati di cinema».

In “C’era una volta... a Hollywood” un ennesimo tentativo, da parte di Tarantino, di cambiare la storia verso il meglio, proprio come aveva fatto in “Bastardi senza gloria” e “Django Unchained”: «È vero, con questo film chiudo una trilogia. Non posso dire però che il cinema abbia il potere cambiare la storia, ma certo può avere la sua influenza».

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