Salta al contenuto principale

Europa, tramonto e poi la tempesta

Venezia, nel film di Nemes un richiamo alla nostra realtà

Chiudi

Tramonto, di Laszlo Nemes

Apri
Per approfondire: 
Tempo di lettura: 
2 minuti 53 secondi

Vi sono momenti morbosi e confusi nella Storia in cui gli eventi del presente non possono più essere compresi dalle persone coinvolte: il vecchio mondo (nel quale era nate e costruito progetti di futuro) che aveva definito gli orizzonti del domani sta rapidamente naufragando.

Ma chi ne è inconsapevolmente testimone non ha occhi per vederlo. Il mondo nuovo fatica ad emergere e non se ne intravvedono le forme e i modi. Il parto del nuovo mondo non sarà certamente indolore, le doglie possono essere lunghe e dagli esiti indecifrabili. Uno di questi momenti è stato certamente l’inizio del secolo scorso, come hanno, con sottolineature e strumenti diversi rilevato storici, artisti e letterati soprattutto, ma non solo, che erano stati cittadini dell’Impero austro-ungarico e dell’Impero tedesco.

Il regista ungherese Làszlò Nemes (autore del memorabile «Il figlio di Saul», con cui vinse a Cannes e nel 2016 l’Oscar per il miglior film straniero) con Tramonto (Napszàlta) indaga proprio sulla condizione di chi è stato testimone disorientato e impaurito degli anni che hanno segnato la fine della vecchia Europa. Lo fa con estrema efficacia espressiva grazie, anche, ad una sceneggiatura perfetta e a un rigore figurativo che ha contraddistinto in passato la cinematografia magiara con maestri come Jancsò e Tarr.

Budapest 1913: la seconda delle città dell’Impero nel cuore dell’Europa, fiorente e orgogliosa. È qui che ritorna Irme Leiter, figlia del proprietario di un elegante negozio di cappelli per signora. Il palazzo fu distrutto da un incendio in cui morirono i suoi genitori. Lei, dopo un periodo in orfanatrofio fu mandata a Trieste. Tutti la spingono ad andarsene e a non scavare nel passato. Ma, come il protagonista di «Il processo» di Kafka, è spinta da una forza interiore a restare, a indagare, a incontrare persone ambigue che confessano mezze verità, ad affrontare situazioni indecifrabili e inquietanti, ad essere testimone di menzogne, ipocrisie, violenze. Diviene una sorta di naufrago in una tempesta che non può evitare.

L’approdo è la tragedia della Grande guerra, un antro in una trincea, nel buio, ancora più spaesata e sola, prigioniera di un domani senza futuro.
Un lavoro straordinario che, a ben vedere, riguarda anche la realtà europea contemporanea che, settant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si propone spesso come un labirinto pieno di ostacoli e di zone buie, con le lampade e le bussole del passato recente che stanno perdendo la capacità di fare luce e di suggerire il senso delle mete che vengono proposte.
Uno dei più originali e importanti dei titoli in concorso per il Leone.

Lo stesso si può dire (anche se il film non è pienamente riuscito) di Che fare quando il mondo è in fiamme? (What You Gonna Do When the World’s on Fire) di Roberto Minervini, un cineasta nato in Italia che si è formato professionalmente e vive in America, apprezzato per la sua capacità di coniugare l’approccio documentaristico con la narrazione di vicende ordinarie di personaggi esemplari che non sono attori di professione.

Il tema è quello della condizione degli afro-americani negli States trattato attraverso le vicende velleitarie dei militanti di un gruppo delle Pantere Nere, di una madre sola con due figli, un ragazzino e un bambino, che vuole tenere lontani dai pericoli delle strade e di una donna sola e orgogliosa con alle spalle un’infanzia e un’adolescenza in cui ha subito stupri e varie forme di sfruttamento. Una condizione chiusa e senza immaginabili vie di riscatto fatta emergere con cupo disincanto.

L'utilizzo della piattaforma dei commenti prevede l'invio di alcune informazioni al fornitore del servizio DISQUS. Utilizzare il form equivale ad acconsentire al trattamento dei dati tramite azione positiva. Per maggiori informazioni visualizza la Privacy Policy