Fisco: 156 giorni di lavoro per le tasse, focus sul Trentino
Tra i grandi partner europei solo la Francia ha registrato un peso fiscale superiore al nostro. Nella nostra regione ci sono 41.800 occupati irregolari, pari al 7,2%.
TRENTO. Anche nel 2025 gli italiani hanno dovuto lavorare per quasi metà anno prima di guadagnare realmente per sé stessi. Secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, infatti, sono stati necessari 156 giorni per onorare le richieste del fisco, un impegno che si è tradotto nella possibilità di lavorare per la propria famiglia solo a partire dal 6 giugno. Le imposte e i contributi raccolti dallo Stato vengono utilizzati per finanziare servizi fondamentali come la sanità, la scuola, i trasporti e la sicurezza, ma il peso resta molto alto per i contribuenti onesti, anche perché una parte consistente della popolazione continua a sottrarsi al pagamento delle tasse.
Secondo le ultime stime fornite dall’Istat e riferite al 2022, in Italia sono quasi due milioni e mezzo i lavoratori che operano irregolarmente, senza contratto o senza partita Iva. In valore assoluto le cifre più elevate si registrano in Lombardia, Lazio e Campania, mentre i tassi percentuali più alti si trovano nel Mezzogiorno, con la Calabria che guida la classifica con un 17,1% di irregolari, seguita da Campania, Sicilia e Puglia.
La media nazionale è del 9,7%. Il dato è diverso se si guarda al Trentino-Alto Adige, dove si contano complessivamente circa 41.800 occupati irregolari, pari al 7,2% del totale. All’interno della regione emergono differenze tra le due province autonome: a Bolzano il tasso di irregolarità si ferma al 6,6%, mentre a Trento sale al 7,9%. Numeri che, pur restando contenuti, rappresentano comunque un bacino significativo di lavoro nero.
Il rapporto della CGIA offre anche uno sguardo di lungo periodo sull’andamento della pressione fiscale. Negli ultimi trent’anni il livello più basso si è registrato nel 2005, durante il governo Berlusconi II, quando la pressione fiscale si attestò al 38,9% del Pil e furono sufficienti 142 giorni per “liberarsi” dal fisco. Da allora i valori sono sempre rimasti più alti, fino a toccare il record negativo del 2013, sotto il governo Monti, quando il carico fiscale complessivo raggiunse il 43,4% del Pil.
Per il 2025, il Documento di Economia e Finanza stima una pressione fiscale pari al 42,7%, leggermente più alta rispetto al 2024. In realtà, spiegano gli analisti, si tratta di un effetto statistico, legato alla sostituzione della decontribuzione con nuove misure come bonus e detrazioni fiscali. Se si tenesse conto di questo cambiamento, la pressione effettiva scenderebbe al 42,5%, ma resterebbe comunque sopra la soglia del 42%.
Nel confronto internazionale l’Italia continua a figurare tra i Paesi più tassati d’Europa. Nel 2024, con il 42,6% del Pil, si è collocata al sesto posto nella classifica dell’Unione Europea, dietro a Danimarca, Francia, Belgio, Austria e Lussemburgo. La pressione fiscale italiana è risultata superiore di 1,8 punti rispetto a quella della Germania e addirittura di 5,4 punti rispetto a quella della Spagna. Tra i grandi partner europei solo la Francia ha registrato un peso fiscale superiore al nostro.