Alessandro Cattelan alla scoperta dell'AI nel suo nuovo show
Appuntamento con “Benvenuto nell’AI!” mercoledì 25 marzo all’Auditorium Santa Chiara di Trento
TRENTO. Coinvolgere il pubblico in una comica e irriverente riflessione sui tempi moderni e sulle debolezze umane. Questo l’obiettivo di Alessandro Cattelan protagonista dello spettacolo “Benvenuto nell’AI!” in scena mercoledì 25 marzo all’Auditorium (Inizio ore 21; biglietti ancora disponibili). In questa intervista Cattelan. showman e conduttore televisivo, ci racconta il suo rapporto con un A.I. che si rivolge allo showman per compiere l’ultimo passo che la renderà perfetta: diventare completamente umana.
Alessandro Cattelan, perché uno spettacolo sull’Ai e in quale modo ha scelto di raccontarla?
“Perché l'AI è ormai ovunque, dalla voce al casello che ti augura buon viaggio a ChatGPT che risponde a tutto. Oggi conviviamo con la tecnologia: da un lato la temiamo, dall’altro la idealizziamo e a ben guardare l’80% di noi alla fine la utilizza per scopi decisamente futili. Lo spettacolo gioca anche su questo paradosso contemporaneo: abbiamo in mano strumenti potentissimi, e li usiamo per i meme. Ho scelto di raccontare un’AI che vuole diventare umana e sceglie me, l'uomo medio per eccellenza, per imparare vizi, virtù e tutte quelle stranezze che ci rendono…umani”.
Il titolo dello spettacolo sembra quasi un invito ironico a entrare in una nuova epoca: si sente più incuriosito o più inquieto da questo mondo che stiamo costruendo?
“Mi sento entrambe le cose, e credo sia inevitabile. Da un lato c’è la curiosità: vedere fin dove può arrivare questa nuova tecnologia, cosa può fare, come può cambiare il nostro modo di lavorare e di vivere. Dall’altro c’è anche un filo di inquietudine, perché quando qualcosa evolve così velocemente è normale chiedersi quale direzione stiamo intraprendendo. Però, forse, il punto non è scegliere tra le due sensazioni, ma tenerle insieme. La curiosità ti spinge a esplorare, l’inquietudine ti aiuta a non perdere di vista certi limiti”.
In molti casi la comicità anticipa i cambiamenti della società. L’intelligenza artificiale è già diventata materiale comico perché la capiamo davvero o perché, in fondo, ci fa ancora un po’ paura?
"Secondo me entrambe le cose. La comicità spesso arriva prima perché è un modo veloce per mettere le mani su qualcosa che stiamo ancora cercando di capire. Con l’intelligenza artificiale succede proprio questo: da un lato ci sembra già familiare, la usiamo, ci giochiamo, ci facciamo i meme, quindi è naturale che diventi materiale comico. Dall’altro, però, sotto sotto ci mette anche un po’ di inquietudine. E allora riderci sopra è il modo più immediato per gestire quella sensazione. Io la vedo così: più qualcosa ci incuriosisce e allo stesso tempo ci spaventa, più diventa terreno perfetto per la comicità”.
Nel suo spettacolo parla di tecnologia, ma anche di vita quotidiana: c’è qualcosa che l’AI rischia di toglierci come esseri umani, oltre al lavoro di molti di noi?
“La spontaneità è una componente fondamentale. Ho provato a farle scrivere una puntata di Stasera c’è Cattelan e, devo dire, il risultato non era affatto male. ChatGPT può arrivare a qualcosa di tecnicamente molto preciso, ma mancano quelle sfumature imprevedibili: le deviazioni nate da un aneddoto, una risata fuori tempo, o quel momento in cui si crea una connessione vera, sia con chi lavora alla scrittura sia con il pubblico in sala. Inoltre, nel caso di Stasera c’è Cattelan, non potendo prevedere le risposte degli ospiti, è stato comunque necessario intervenire con l’improvvisazione. Ed è proprio lì che si aggiunge qualcosa che l’AI, almeno per ora, non può replicare: quella dimensione che rende tutto più umano”.
Lei ha sempre avuto uno stile molto contemporaneo, tra televisione, podcast e social crede che il teatro sia il posto migliore per parlare di tecnologia?
“Credo che il teatro sia il luogo migliore per parlare in generale, non solo di tecnologia ma di qualsiasi tema. È uno spazio in cui sei davvero davanti al tuo pubblico, senza filtri o intermediazioni: nessuno schermo, nessun algoritmo a dirti cosa funziona e cosa no. Tutto si gioca lì, nel rapporto diretto con le persone, nelle reazioni immediate, nelle risate vere. Ed è proprio questa dimensione così autentica che rende il teatro un posto unico, dove il confronto è diretto e il feedback è sempre reale”.
L’intelligenza artificiale viene raccontata da molti come una rivoluzione epocale: lei crede che la stiamo sopravvalutando o sottovalutando?
“Sopravvalutando nei toni apocalittici e sottovalutando nei rischi quotidiani, come la pigrizia mentale. Non credo che ruberà il posto, ma forse il gusto di fare le cose a modo nostro sì”.
Lei ha spesso raccontato la generazione cresciuta con internet: questo show parla più ai giovani o agli adulti che stanno cercando di capire cosa sta succedendo?
“A entrambi: i giovani ci vivono dentro, gli adulti provano a capirla. L’utilizzo consapevole della tecnologia è un tema importante per le nuove generazioni. Al momento riguarda più mia figlia maggiore per cui è naturale cercare informazioni e spiegazioni on line. È il loro mondo...cerco di partecipare a questo processo, anche per capirne di più io. Iniziamo ad affidargli compiti, deleghiamo la burocrazia, ma teniamo le emozioni”.
Non è una contraddizione che la tecnologia prometta di renderci la vita più facile, ma a volte sembra complicarla?
“Più che una contraddizione, è quasi la sua natura. La tecnologia nasce per semplificarci la vita, ed effettivamente in tantissimi casi lo fa. Il punto è che, quando diventa sempre più pervasiva, finisce anche per introdurre nuove complessità: nuovi strumenti da capire, nuovi ritmi a cui adattarsi, nuove abitudini da costruire. Alla fine siamo noi a dover trovare un equilibrio. La tecnologia può essere un grande alleato, ma non deve diventare qualcosa che ci sovrasta. Se manteniamo un po’ di consapevolezza, resta uno strumento utile; se la subiamo, allora sì, rischia di complicare quello che in teoria dovrebbe semplificare”.