Il punto

Rovereto, questione caporalato: 200 euro a testa agli operai

I due titolari pachistani della fabbrica cartaria «Euro K2» hanno concordato con la procura 3 anni di reclusione e 13.700 euro di multa. Per la segretaria 1 anno 10 mesi. Il gup Peloso si è preso tempo fino al 5 marzo per decidere se applicare la pena che obbligherà la coppia ad affidarsi ai servizi sociali ma non impedirà di aprire nuove ditte. Confiscati i 500mila euro sequestrati. 
 

ROVERETO. Hanno scelto di patteggiare una pena altissima, ma almeno potranno avviare nuove imprese quando vorranno senza chiedere il permesso a chicchessia. Tanto i 28 lavoratori, nonché connazionali, sfruttati dai due pachistani (marito e moglie) sono stati risarciti con una pippa di tabacco: 200 euro. Certo, i soldi sequestrati dalla procura (mezzo milione di euro) saranno confiscati e finiranno nelle casse dello Stato, ma per quanto riguarda i contributi previdenziali, se l’Inps li vorrà incassare, dovranno arrivare attraverso una causa civile.

Il processo per caporalato – che vede imputati due imprenditori pachistani e la segretaria italiana – si concluderà il 5 marzo, quando il gup Fabio Peloso emetterà la sentenza. Le parti, difesa e procura (i pm Viviana Del Tedesco e Fabrizio De Angelis), ieri pomeriggio si sono accordate su 3 anni di reclusione a testa per i titolari dell’azienda e 1 anno e 10 mesi (con la sospensione condizionale della pena) per la segretaria, oltre a una multa di 13.700 euro ciascuno. I due impresari, in caso di accoglimento della proposta da parte del giudice, dovranno quindi rivolgersi ai servizi sociali per la messa alla prova ed evitare quindi il carcere, ma in questo modo eviteranno le sanzioni penali accessorie e quindi potranno aprire altre società.

L’inchiesta per caporalato riguarda la «Euro K2», una fabbrica che produceva carta e che aveva diramazioni in tutto il Trentino. Secondo il sindacato, la Slc Cgil, ai lavoratori sono state sottratte somme per oltre un milione di euro sotto forma di retribuzione mancante. Insomma, oltre al sfruttamento degli operai, non sarebbero nemmeno stati versati i contributi per la pensione. I fatti sono emersi nel luglio del 2024, quando uno dei dipendenti sottopagati si è rivolto alla Cgil segnalando che sarebbe stato costretto a rimboccarsi le maniche anche per dieci ore al giorno. Il caso è quindi approdato in procura, che è riuscita a scoperchiare il pentolone.

Le indagini condotte hanno infatti permesso di scoprire che gli operai, tutti in situazione di grave bisogno economico, con scarsa conoscenza della lingua italiana e con la necessità di ottenere il permesso di soggiorno, venivano pagati 4-5 euro l’ora. Parte del loro stipendio, formalmente corretto, veniva inoltre prelevato dalla società che li aveva a libro paga o versato a soggetti indicati sempre dalla stessa azienda in Pakistan attraverso Money Transfer. I lavoratori erano obbligati anche a pagare di tasca propria un corrispettivo per il vitto e l’alloggio. Tra l’altro, vivevano tutti in condizioni abitative precarie ed erano sprovvisti dei buoni pasto, non avevano ferie né malattie retribuite e, come detto, i turni di lavoro si protraevano spesso ben oltre le otto ore.

Come detto, i tre imputati – i due titolari pachistani e la segretaria roveretana – hanno concordato con la pubblica accusa il patteggiamento sul quale il giudice Peloso si esprimerà il 5 marzo. Nel procedimento, d’altronde, non ci sono parti civili, visto che i 28 operai hanno accettato 200 euro a titolo di risarcimento. «Cifre ridicole – ricordava alla scorsa udienza Norma Marighetti della Cgil – se si tiene conto del fatto che, stando ai calcoli, i datori di lavoro dovrebbero pagare oltre un milione di euro ai dipendenti sfruttati solo a titolo di retribuzione, senza contare i contributi».

La pena prevista per caporalato va da 1 a 6 anni di reclusione e prevede una multa da 500 a mille euro per ogni lavoratore sfruttato. Il patteggiamento proposto, dunque, è più alto di un’eventuale condanna con rito abbreviato, ma aver concordato la pena consente alla coppia di avviare altre attività.

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