Asservita al marito, condannato a dieci anni per maltrattamenti e violenza
La donna ha raccontato che era costretta a stare in casa e che, non conoscendo bene l’italiano, era costretta a uscire solo in compagnia del marito, che le faceva da interprete. L’uomo, artigiano trentenne originario dell’Est Europa, era in aula quando è stata letta la sentenza. La difesa attende le motivazioni per poi presentare ricorso
TRENTO. Era diventata mamma da poco quando le è crollato il mondo addosso. Il marito, originario come lei di un Paese dell'Est e con il quale si era trasferita in Trentino, sembrava essere cambiato: le impediva legami con l'esterno, voleva che stesse a casa, pretendeva più attenzioni, anche dal punto di vista sessuale. Nessuna amicizia, nessun lavoro o possibilità di svago per lei. La donna aveva la "libertà" di fare un giro con il passeggino solamente vicino a casa, ma non poteva andare da sola da nessuna parte. Anche perché - e questo non è un particolare secondario - conosceva davvero poco la lingua italiana e dunque faceva fatica ad interagire con le persone. Eseguiva la volontà del marito, che non di rado la insultava e in qualche occasione ha pure alzato le mani contro di lei. Questa la situazione rappresentata dalla vittima e da tanti testimoni in aula.
Per il marito è arrivata la condanna: dieci anni per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale in continuazione, con l'aggravante della violenza assistita da minori (il figlioletto era presente quando avvennero gli episodi contestati). Nel 2017 sono iniziate le condotte violente dell'uomo, trentenne. Per tre anni la moglie ha sopportato, non trovando via d'uscita ad una situazione che considerava anche figlia della cultura di appartenenza: è nella tradizione della terra in cui è nata che la donna debba accontentare il marito, nella vita quotidiana come in camera da letto. Dunque non poteva dire di no. E anche se avesse voluto confrontarsi con qualcuno, sfogarsi, chiedere aiuto, magari avere un'amica con cui parlare, c'era la barriera linguistica a frenarla: la donna sapeva solo poche parole in italiano, insufficienti sia per andare autonomamente al supermercato, sia per recarsi da sola con il figlioletto dal pediatra. Poteva uscire di casa solo se accompagnata, e il marito le faceva da interprete.
Ma qualcosa in lei è scattato nel 2020, quando ha raggiunto la sorella che vive fuori regione: lontana dal marito, è riuscita a raccontare la sua storia. Sono intervenuti i servizi sociali, mentre è scattato il "Codice rosso" con l'apertura di un fascicolo per maltrattamenti e violenza sessuale. Da allora madre e figlio vivono via dal Trentino, sono seguiti dai servizi (c'è in corso, parallelamente, un procedimento davanti al tribunale dei minori per la custodia del figlio, affidato alla mamma), mentre il padre continua a vivere ed a lavorare nella nostra provincia. L'uomo, giovedì, giorno dell'udienza, era in aula accanto al suo legale, l'avvocato Stefano Giampietro. La moglie si è costituita parte civile con l'avvocata Maria a Beccara. La procura aveva chiesto una pena inferiore a quanto stabilito dal tribunale, ritenendo le attenuanti prevalenti sulle aggravanti, ma il collegio presieduto dal giudice Marco Tamburrino ha dato una diversa valutazione: dieci anni con la attenuanti equivalenti alle aggravanti. La difesa attende le motivazioni; scontato il ricorso in appello.