“Lavoro, ho il posto fisso ma vivo in un dormitorio. Una casa Itea? Ho l'Icef troppo alto”
Arrivato qualche anno fa dal Pakistan da studente di Scienze politiche, oggi, suo malgrado, si trova a far parte di una fascia quasi invisibile della popolazione
TRENTO. Hassan (nome di fantasia per garantire l'anonimato), trentenne, da due anni lavora in un magazzino di Lavis. Località che raggiunge ogni notte in sella alla sua E-bike, unico mezzo di trasporto che possiede per sposarsi dal capoluogo fino all'abitato nel cuore della Rotaliana. «Ci impiego trentacinque minuti», ci dice con orgoglio in inglese.
Non importa quale sia la stagione o se le condizioni meteo siano avverse. Deve pedalare per arrivare a svolgere quella mansione che lo porta a guadagnare un fisso mensile di poco più di 1. 200 euro. In tasca ha un tempo indeterminato. Eppure ogni giorno, al suo rientro, verso le 4 del mattino, non torna a sedersi su un comodo divano e nemmeno al caldo perché una casa non ce l'ha. E non perché non possa averla, ma perché sul mercato degli affitti qualcosa si è rotto, creando un cortocircuito infinito che blocca lavoratori, studenti e famiglie della cosiddetta fascia grigia. Ce lo dice davanti a un caffè, al bar, in un freddo pomeriggio di metà dicembre.
È combattivo e soprattutto è convinto che le cose per lui cambieranno. In questo ci crede. «Non ho mai pensato il contrario», sostiene con estrema chiarezza. L'iter per riuscire ad ottenere quello status di rifugiato tanto agognato, non è stato semplice: come spesso accade in questi casi, ha rappresentato un percorso tortuoso. Arrivato qualche anno fa dal Pakistan da studente di Scienze politiche, oggi, suo malgrado, si trova a far parte di una fascia quasi invisibile della popolazione.
Lavoratore straniero, con un'entrata fissa, e dunque fondamentale per l'economia trentina, impiegato - come sempre più di frequente - in mestieri considerati non più allettanti in quanto a orari e paghe. Tuttavia, Hassan, passato per la rotta balcanica per approdare in terra trentina nella speranza che qui gli potesse essere garantito un futuro migliore rispetto a quello che il suo Paese poteva offrirgli, ha dovuto dormire per quasi tre mesi sotto un ponte.
«Al parco delle Albere e in stazione», precisa. «Poi mi hanno chiamato in un dormitorio del centro Astalli a Lavis». Pochi mesi soltanto, poi il trasferimento alla Residenza Fersina per più di un anno. Terminata la permanenza nella struttura di via al Desert, è passato alla Residenza Brennero. «La mia salvezza è stata la nostra insegnante di italiano, ci ha trasmesso tutto ciò che era necessario sapere su come muoverci a livello burocratico». Finalmente, due anni fa, gli viene riconosciuto lo status di rifugiato. Diventa ufficialmente residente trentino. «Subito trovo un lavoro. Poi ho cominciato a cercare casa ed è stato un disastro».
Inserzioni online, agenzie, privati: nulla di tutto questo è servito per permettergli di trovare una soluzione. «In più agenzie immobiliari mi hanno detto di "no" e tante chiedono un pagamento anticipato. Sono bloccato». Vorrebbe ricongiungersi con la moglie, con la quale si è sposato soltanto pochi mesi fa. Anche lei è pakistana e fa l'estetista. Ma il loro riavvicinamento, al momento, sembra un miraggio.
«Posso anche dirle di venire qui, ma non ho una casa dove ospitarla. Vorrebbe dire dividerci di nuovo». Ancora oggi, quel riscatto che tanto sta attendendo, sembra essere lontano. «Dormo ancora in dormitorio, mangio al Punto d'Incontro ogni giorno e ora rischio di perdere la residenza perché non ho un alloggio. Pago le tasse, ho dovuto aprire tre conti correnti. Ho fatto tutto ciò che mi è stato detto di fare, quello che per legge è giusto fare. Ma io che servizio ricevo in cambio? ».
C'è poi un grande punto, già più volte trattato. Le richieste per alloggi a canone moderato. «Volevo fare richiesta a Itea, ma il mio Icef è troppo alto, sono fuori per pochissimo». Nei suoi giorni liberi e durante le ore diurne, quando non lavora, Hassan, quando riesce, trova appoggio da amici. Sono anche loro lavoratori, connazionali, stipati in alloggi condivisi. Nel gruppo c'è qualcuno che, come lui, non hauna casa. Un'occupazione fissa, evidentemente, non è più sinonimo di garanzia.
«Al lavoro in magazzino, siamo per la maggior parte stranieri. Vogliono inserirsi come me, ma non riescono. È impossibile. Quindi di fatto rimani per strada». Impossibile parlare di "tempo libero" e hobby, quando non si ha un posto dove dormire. «Sto facendo dei corsi online per prendere la patente e continuo a prendere lezioni di italiano. Vorrei una macchina. Il mio vero sogno però sarebbe aprire il mio ristorante. Amo questo posto: ho visitato tante città da quando sono arrivato in Italia: Milano, Venezia. Ma qui io sto bene».