La sentenza

Maltrattava la moglie e le vietava di lavorare: condannato, seguirà un corso contro la violenza

L'episodio che aveva spinto la vittima a chiedere aiuto si è verificato nel 2023: al culmine di un litigio l'imputato aveva preso a male parole la moglie davanti ai figli, l'aveva strattonata, trascinandola lungo il corridoio e sbattendole la testa contro il muro. Poi aveva rotto il cellulare di lei e colpito con violenza la porta della stanza in cui si era rinchiusa

di Marica Viganò

TRENTO. Lei ha raccontato in aula i 13 anni trascorsi a fianco di un marito "distante", che non le concedeva grandi attenzioni, controllava le spese e la relegava in casa ad accudire i figli. Lui, pur ammettendo di essere un compagno poco presente, ha sostenuto di fronte al giudice che le tensioni in famiglia si erano acuite solo quando la moglie aveva espresso l'intenzione di porre fine alla relazione, e ha spiegato il motivo per cui lui non voleva separarsi: da cristiano praticante, fedele agli insegnamenti della Chiesa evangelica, considera il matrimonio come una unione indissolubile di anime.

Maltrattamenti in famiglia è il reato contestato all'uomo, un artigiano 45enne residente in Trentino, difeso dall'avvocata Katia Finotti. Davanti al giudice Luigi Lunardon la scorsa udienza hanno parlato la moglie, che si è costituita parte civile, e un'amica di lei. Negli scorsi giorni invece è stato sentito l'imputato, per il quale la procura ha chiesto una pena di tre anni. L'uomo è stato condannato a due anni, pena sospesa vincolata alla partecipazione di un corso inerente alla violenza sulle donne, con supporto psicologico.

L'episodio che aveva spinto la vittima, esasperata, a chiedere aiuto si è verificato nel settembre 2023: al culmine di un litigio l'imputato aveva preso a male parole la moglie davanti ai figli, l'aveva strattonata, trascinandola lungo il corridoio e sbattendole la testa contro il muro. Poi aveva rotto il cellulare di lei e colpito con violenza la porta della stanza in cui si era rinchiusa.

La donna, con in braccio il figlioletto di pochi mesi, era infine riuscita a scappare lungo le scale di casa e a trovare rifugio da una vicina. Aveva quindi chiamato i carabinieri e si era recata in ospedale per farsi medicare. Il marito era stato immediatamente separato dal nucleo familiare e tuttora è ospite di un conoscente.

Nella denuncia la donna ha raccontato la violenza psicologica ed economica che ha subìto dal 2012 in poi. Innanzitutto non ha mai potuto avere un'occupazione: era stata costretta a rimanere a casa non solo per prendersi cura delle faccende domestiche e per seguire i cinque figli, ma anche - lei ha sostenuto - affinché non frequentasse per lavoro luoghi in cui erano presenti altri uomini.

A portare a casa il denaro era il marito, che partiva di casa al mattino e rientrava la sera senza dedicarle attenzioni; lui le dava il bancomat per gli acquisti, controllava quanto era stato speso ma non voleva che lei avesse altre entrate. Nella primavera del 2023 la donna, stanca di sentirsi confinata a ruolo di mamma e domestica, aveva detto di volersi separare, e in tal modo era andata contro il "credo" del marito, convinto cristiano evangelico.

Per l'uomo la volontà della moglie era innanzitutto un'offesa alla sua religione. La tensione in casa è andata pian piano ad aumentare, fino alla violenta lite del settembre 2023. Ma anche nel periodo successivo l'atteggiamento dell'uomo non si è molto ammorbidito, ad esempio quando - sempre in nome della religione - si era rifiutato di sottoporre uno dei figli ad un intervento chirurgico.

Era dovuto intervenire il legale della donna, l'avvocato Alessandro Meregalli, portando la questione davanti al giudice tutelare del minore. L'imputato ha scritto una lettera di scuse e in aula ha parzialmente ammesso le proprie mancanze, insistendo sul fatto non era sua intenzione fare violenza psicologica sulla moglie. Ha versato a favore della donna 5mila euro, a cui si aggiungono altri 7mila euro di risarcimento decisi dal giudice, a fronte dei 50mila chiesti dalla vittima.

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