L’indagine

I segreti della banda: dalle case violate più di una volta alle minacce con armi e benzina

Dal lavoro di indagine della squadra mobile della questura di Trento che ha portato martedì a 23 arresti emergono la determinazione e la durezza della banda. I vertici del gruppo non esitavano a picchiare chi sgarrava. Uno dei capi “tradito” da un guasto all’impianto idraulico dell’alloggio che usava come rifugio: «Mi hanno beccato»

IL BLITZ L’operazione della polizia

di Leonardo Pontalti

TRENTO. «Ti ricordi dove sono le ville dove eravamo entrati l'altra volta? Questi sono pieni di soldi. Bisogna entrare di nuovo lì, sono ricchi».Non solo rubavano nelle abitazioni. Spesso, lo facevano più volte. Il lavoro di indagine portato avanti dalla squadra mobile di Trento e che all'alba di ieri ha portato all'arresto di ventitré persone tra il capoluogo, la Rotaliana, la Val di Non, Lazio, Campania e Sicilia ha permesso di accertare come in molti casi la banda capeggiata dal 28enne Oligert Rryci, albanese residente a San Michele e dal 20enne connazionale Orgito Gjoni, prediligesse colpire dove già aveva potuto mietere raccolti soddisfacenti. Per mesi, dall'estate alla fine del 2024, avevano girato mezzo Trentino mettendo a segno - questa la ricostruzione degli inquirenti suffragata da numerosi elementi di prova - almeno 53 colpi.Numeri frutto di un meticoloso lavoro di preparazione, fatto di sopralluoghi e cura dei dettagli, come quello legato all'impiego in buona parte di auto a noleggio reperite in centro Italia. Tutto per tenere lontano i sospetti da Trento e dai luoghi in cui vivevano quasi tutti i malviventi.Ma a volte la cura del dettaglio non basta e proprio altri particolari finiscono per scompaginare i piani. Come una perdita d'acqua in un appartamento di Piedicastello che veniva usato come base dalla banda: quando mesi fa l'amministratore di condominio aveva invano tentato di contattare l'inquilino dall'alloggio del quale arrivavano le infiltrazioni (un connazionale dei vertici del gruppo che al bisogno offriva ospitalità alla banda), si era visto costretto a mobilitare vigili del fuoco e polizia, con gli agenti che avevano forzato la porta trovando all'interno Oligert Rryci: il 28enne era fuggito, ma aveva dovuto lasciare in casa parecchia droga, un'arma e numerose tracce come lui stesso, inconsapevole di essere intercettato, racconta ai complici: «Mi hanno preso un chilo di coca, un chilo di fumo, una pistola, ho lasciato impronte, passaporto e contratto della macchina».L'episodio non aveva portato a bloccare Rryci ma aveva rappresentato un tassello fondamentale nelle indagini. L'inquilino e connivente della banda aveva accettato di accollarsi la responsabilità della presenza in casa di arma e stupefacenti, venendo poi ricompensato da Rryci con 10mila euro di "indennizzo". Una cortesia che tuttavia non sempre era la cifra dei capibanda, pronti a investire nell'acquisto di armi e a usare la violenza per appianare divergenze, come è emerso in più di un episodio. «Sono uscito e gli ho dato venti volte con la parte inferiore della pistola, calci, pugni. Dopo io, Ghito (Orgito Gjoni, ndr) e Xhemal (Piku, ndr) lo abbiamo picchiato forte. Ti è piaciuto vederlo così? Meritava il proiettile in gamba», racconta in un'occasione sempre Oligert Rryci. Violenza utilizzata anche durante una trasferta in Spagna per trattare l'acquisto di 65 kg di droga. Non solo: quando sorgevano dissidi intestini nella gestione dello spaccio o qualcuno voleva "sgarrare", le minacce erano immediate, con tanto di vetture cosparse di benzina e accendini lasciati sul parabrezza come messaggio intimidatorio.Nel frattempo, ieri sono iniziati gli interrogatori di garanzia, che proseguiranno in questi giorni. Per ora gli indagati comparsi davanti al giudice si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

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