Ricattata con le immagini hot: paga ma trova le sue foto sul web
Il processo per revenge porn, il materiale divulgato a parenti e amici. Vittima una ventenne, ma l’imputato è stato assolto
TRENTO. Cercava un amico, sperava nell'amore, ma è rimasta vittima di individui spregiudicati, più grandi di lei, in cerca di denaro facile. Una giovane trentina, poco più che ventenne all'epoca dei fatti, è finita in una trappola architettata via social. Prima lusingata e poi ricattata, è stata costretta a subìre una delle umiliazioni peggiori per una giovane donna: ha visto le sue foto intime pubblicate sui social e ha saputo che erano state inviate alle persone a lei più vicine da chi - nascondendosi dietro lo schermo di un computer - si era finto amico dimostrandosi poi un approfittatore.
La drammatica vicenda di estorsione, minacce e revenge porn, reato che consiste nella diffusione di immagini intime senza il consenso della persona ritratta, è partita nel 2021 dal Trentino con la denuncia della vittima e, seguendo le tracce lasciate in "rete", ha portato a Torino, dove vive uno dei due imputati.La ragazza, persona fragile e molto sensibile, attraverso i social aveva stretto amicizia con un soggetto che sosteneva di essere suo coetaneo.
Si è infatuata. Il sedicente giovane, interessato non al sentimento ma ad avere qualche soldo in più in tasca, ha fatto scattare la trappola: ha finto di ricambiare la passione e le ha chiesto una "prova" d'amore, ossia immagini di lei senza veli. Ottenute le prime foto, ne ha volute altre e, passata qualche settimana, ha iniziato a ricattare la ragazza: «Se non mi dai i soldi invio le immagini alle persone a te vicine». Spaventata, la vittima è riuscita a mettere da parte un po' di denaro e, in più tranches, ha inviato al ricattatore circa 200 euro. Ma il finto amico non si è accontentato e ha continuato a minacciarla. Quando lei ha trovato la forza di chiudere i contatti, è iniziato l'incubo: ha scoperto che le sue foto intime erano state pubblicate su diversi canali social attraverso profili creati a scopo denigratorio. Le stesse immagini erano state mandate ai parenti e agli amici, identificati dal malintenzionato grazie ai contatti social della ragazza. La vittima, scioccata al punto da non voler più uscire di casa per la vergogna, ha trovato la forza di denunciare.
Gli investigatori hanno seguito le tracce dei pagamenti e delle utenze telefoniche collegate e hanno identificato due soggetti, uno straniero (che nel frattempo è deceduto) ed un sessantenne residente in provincia di Torino. Quest'ultimo, già noto alle forze dell'ordine, è finito a processo. I difensori - gli avvocati Marco Fusaro e Gabriele Mezzi - hanno sostenuto che non si possano attribuire all'imputato i reati contestati, in quanto il soggetto risulterebbe solo intestatario formale di una delle utenze telefoniche. La tesi ha evidentemente convinto la giudice Claudia Miori, che ieri ha assolto l'uomo. La procura aveva chiesto una pena di 7 anni e non è escluso che, lette le motivazioni della sentenza, decida di ricorrere in appello.
Con l'assoluzione dell'imputato nulla spetta alla vittima, che si era costituita parte civile chiedendo 15mila euro di risarcimento per danno morale e danno relazionale legato alla perdita della socialità.