Protesta

«L'Università di Trento dice sì al precariato e ignora le voci di ricercatrici e ricercatori»

Le critiche dell'aassociazione Dottorandi e dottori di ricerca in Italia e dell'Assemblea Precaria Universitaria, dopo il no alla mozione contro l'attuale riforma Bernini del preruolo con l'introduzione di nuove forme contrattuali a tempo determinato

TRENTO - «L'Università di Trento dice sì al precariato e ignora le voci di ricercatrici e ricercatori». Questa al denuncia delle sezioni trentine dell'associazione Dottorandi e dottori di ricerca in Italia e dell'Assemblea Precaria Universitaria.

Al centro dell'attacco la mozione presentata a metà luglio al rettore Flavio Deflorian (foto) e ai Direttori dei diversi Dipartimenti, in cui si chiedeva all'Università di supportare (anche attraverso alcune misure concrete) la voce di dottorandi e ricercatori e a contratto che si oppongono all'introduzione di nuove figure precarie, al sempre più difficile accesso a contratti stabili e al nuovo taglio ai fondi di finanziamento.

Nonostante la legittimità delle richieste è arrivato però duro il "no" dell'ateneo: «Si prende atto che la mozione è stata rigettata con motivazioni vaghe e poco convincenti - ribadiscono le due realtà - per essere sostituita dalla promessa di una dichiarazione scritta sul tema da Rettore e Direttori di Dipartimento, senza tuttavia alcun coinvolgimento diretto, almeno per ora, della Consulta dei ricercatori. Da sottolineare anche la scarsa pubblicizzazione del tema e dell'avvenuta discussione tramite i canali ufficiali e all'interno degli organi di Ateneo».

La mozione esprimeva la preoccupazione e contrarietà per l'attuale riforma Bernini del preruolo (con l'introduzione di nuove forme contrattuali a tempo determinato) e per i tagli governativi alla ricerca (una riduzione di 178 milioni rispetto al fondo dell'anno precedente a cui si deve aggiungere la mancata assegnazione di altri 340 milioni di euro relativi al cosiddetto Piano straordinario "Messa" del 2022).

Oltre a questo contrarietà anche al limite massimo di 11 anni cumulativi trascorsi in incarichi pre-ruolo, in «quanto misura controproducente e ulteriormente escludente» .

Da qui le richieste all'Università trentina, ossia: la revisione dei vincoli di spesa e l'incremento dei finanziamenti alle poche figure lavorative contrattualizzate; il privilegiare l'utilizzo dei contratti di ricerca (veri e propri contratti di lavoro dipendente) in luogo di incarichi e borse; il promuovere la discussione e il confronto internamente ed esternamente all'Università; e l'elaborazione di una riforma lungimirante e stabilizzante nelle sedi competenti.

«L'Università di Trento - continuano le associazioni - ha deciso però di non esporsi cercando blandi compromessi con questa deleteria proposta di riforma e dimostrando di non comprendere, o di non voler comprendere, la rilevanza delle conseguenze di una tale posizione sul proprio corpo accademico». «Di fronte a tutto questo - concludono - manifestano contrarietà e sdegno». P. Fi.

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