"A un mese dall'incidente nessuno ci ha chiamato": l'appello del figlio di Enrico Braghin
Enrico è morto il 16 maggio scorso dopo che la sua moto, tra Fornace e Lases, si era scontrata con un furgone che aveva impegnato la carreggiata svoltando per immettersi su una strada laterale
TRENTO. «È passato più di un mese da quel maledetto giorno in cui il tempo si è spezzato. Ho atteso questi giorni infiniti, forse illudendomi che dentro di te potesse riaffiorare un briciolo d'umanità, un sussurro di compassione, una traccia di cuore. Ma non è arrivato nulla. Nessun messaggio, nessuna lettera, nemmeno una parola o un tentativo di mettersi in contatto con noi».
Matteo ieri, 28 giugno, ha compiuto 29 anni e per lui questo è stato il primo compleanno senza il padre: Enrico Braghin è morto il 16 maggio scorso dopo che la sua moto, tra Fornace e Lases, si era scontrata con un furgone che aveva impegnato la carreggiata svoltando per immettersi su una strada laterale.
Matteo, per il suo compleanno aveva un solo desiderio, per sé e per la madre: quello di poter avere un confronto, un dialogo, un segno con l'uomo che era alla guida del furgone, il dipendente di una ditta di dispositivi per la sicurezza nei cantieri che quel pomeriggio stava raggiungendo una cava di porfido.
Per questo ha voluto indirizzargli una lettera, parlandogli direttamente, nella speranza di essere ascoltato. «Da allora non hai un volto né una voce. Eppure, sei il mio primo pensiero ogni singola mattina, che da allora è segnata dallo sguardo spezzato di mia madre che stringe una fotografia tra le dita tremanti, cercando invano una risposta a un "Perché?" che nessuno potrà mai darle. Nemmeno io».
Probabilmente neppure il conducente del furgone potrà mai dare a Matteo e alla madre le risposte a quei perché. Ma madre e figlio hanno bisogno di un confronto, di una parola, di un segno, anche soltanto per poter provare a voltare pagine, provare ad andare oltre un dolore che comunque resterà.
«Compio - prosegue Matteo - 29 anni. Avrei voluto restare figlio ancora un po'. Avrei voluto festeggiare con l'uomo che più di tutti meritava quel titolo. Invece, quel che è successo mi ha costretto a diventare quell'uomo, troppo presto, troppo in fretta, nel dolore. Perché da quel giorno tutto è cambiato: era un tranquillo venerdì pomeriggio di sole, uno di quelli in cui io e parte della mia famiglia ci saremmo dovuti ritrovare, come sempre, per trascorrere insieme il fine settimana. Felici. Uniti. Vivi. Poi, alle 16:55, è arrivata la telefonata. La chiamata dalla caserma dei carabinieri. E con essa, il gelo. Ho dovuto recarmi sul luogo dell'incidente... ma prima, ho affrontato l'atroce compito di dirlo a mia madre. Non ricordo nemmeno la strada percorsa per arrivare a Fornace. Le guance inondate di lacrime, la visiera del casco appannata... Come si può vedere la strada, quando si è accecati dal dolore?»
Ora, dopo oltre un mese di silenzi, Matteo Braghin e la madre vorrebbero cercare di contrastare quel dolore potendo parlare con chi quel giorno si è ritrovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, segnando il destino del loro caro. Chissà che non possa avvenire, presto, proprio grazie a questo appello accorato.