La ricostruzione / Primiero

Vaia, la rinascita tre anni dopo la tempesta: viaggio nei boschi trentini

I boschi del Monte Bedolè, in Primiero, pagarono un tributo pesantissimo alla furia della tempesta Vaia: una quantità enorme di alberi venne schiantata dal vento. Tre anni dopo la terribile notte tra lunedì 29 e martedì 30 ottobre 2018, si sta per concludere il recupero di tutto il legname - VIDEO e FOTO

di Paolo Micheletto

TRENTO. Dicono che l’avevano capito. Subito. L’avevano capito che quel vento maledetto si sarebbe portato via il loro amato bosco. L’avevano capito anche con il buio, e a distanza. Il rumore aveva parlato, già nella serata di lunedì 29 ottobre 2018. Il vento di Vaia aveva parlato con gli alberi del Primiero.

29 ottobre 2018: il giorno di Vaia. Un inferno di vento, acqua e fango si abbatte sul Trentino

Tre anni fa, nella serata del 29 ottobre 2018, un autentico uragano si abbatte sul Trentino: i suoi effetti sono devastanti. Milioni di alberi vengono spazzati via come fuscelli, decine di migliaia di ettari di bosco vengono rasi al suolo, i torrenti esondano e si trasformano in colate di fango. Una di queste, a Dimaro, inghiotte Michela Ramponi. È una delle due vittime di Vaia: l’altra è Denis Magnani, colpito da un fulmine. Furono giorni tristi per le nostre comunità, ma fu anche un momento in cui il Trentino diede il meglio di sé. Le ferite di Vaia sono ancora visibili, ma la ricostruzione continua.

Alberi che venivano sradicati, producendo lo scoppio delle radici che si rompono e il lamento della terra che viene mossa e dei giganti che cadevano su altri alberi fratelli. Ma a parlare erano stati gli scoppi. Veri e propri tuoni ripetuti. Uno. Due. Dieci. Cento tutti insieme. E poi altri ancora. I tuoni degli alberi che si spezzavano, traditi dalla forza di un vento cattivo.

La rinascita tre anni dopo Vaia: l'esempio del monte Bedolè, in Primiero

Tre anni dopo Vaia, un esempio di rinascita nei boschi del monte Bedolè, in Primiero: qui una quantità enorme di alberi venne schiantata dal vento [foto ufficio stampa Pat - Daniele Paternoster]

Luigi Gottardo, direttore dell’ufficio distrettuale forestale del Primiero, quell’inferno se lo ricorda bene. Ricorda di aver passato il lunedì in allarme, operativo da un posto all'altro. Ricorda quella corriera di bambini colpita da alcuni piccoli sassi sul tetto. I sassolini non fecero disastri, quel giorno: ma la "pioggia" arrivava da una scarica di roccia, che era stata fermata da una barriera realizzata in maniera provvidenziale negli anni precedenti. Una tragedia sfiorata, davvero. Gottardo ricorda che non andò a casa a dormire, quella notte. E oggi ha ancora nelle orecchie gli scoppi, che fecero capire ai più esperti che i danni in Primiero erano stati pesantissimi.

Nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018 ventimila ettari di bosco vennero pesantemente lesionati o abbattuti in Trentino. Più di 55mila utenze elettriche furono interrotte e 550 persone dovettero evacuare dalle proprie abitazioni. Morirono due persone: Michela Ramponi a Dimaro e Denis Magnani a Segno, strappati ai loro affetti da un destino spietato. Momenti drammatici ed indimenticabili: il Trentino offrì il meglio di sè, con la risposta dell’intero sistema della Protezione civile: i vigili del fuoco, il corpo forestale, le amministrazioni territoriali, le associazioni di volontariato. E la popolazione, certo.

 

Tre anni dopo siamo sul Monte Bedolè, che sovrasta gli abitati di Pieve e Fiera di Primiero: proprio qui i boschi vennero quasi completamente rasi al suolo dalla tempesta di Vaia. Mezzo milione di schianti nel solo Primiero: in poche ore è stato tirato giù un numero di alberi pari a quelli che vengono tagliati in dieci anni. La Val Canali è stata l'area che ha subìto più danni, assieme all'Alta Valle del Vanoi.

Luigi Gottardo ci accompagna a vedere cosa è stato realizzato sul Bedolè e ci spiega perché - tre anni dopo il disastro - parlare di rinascita sia finalmente possibile. Al cantiere sul Monte Bedolè sono stati gestiti 55mila metri cubi di legname, ai quali vanno aggiunti i 30mila di Mezzano. Spiega Gottardo: «Il primo intervento che abbiamo fatto dopo Vaia è stato quello del monitoraggio dei danni: in poco tempo, anche grazie all'utilizzo di un drone, avevamo le immagini di quanto accaduto, che abbiamo sovrapposto alla cartografia in nostro possesso. Siamo arrivati ben presto a una stima dei danni molto precisa».

Prosegue Gottardo: «Poi abbiamo pensato alle infrastrutture necessarie: piazzali e strade per i mezzi». Per arrivare al cantiere percorriamo con i mezzi del Servizio Foreste la strada che è stata realizzata per permettere ai camion, ai trattori e ai cingolati di fare il proprio lavoro, e cioè di provvedere al più presto possibile al taglio, alla lavorazione e alla spedizione del legname rimasto a terra: «In poco tempo sono stati organizzati i lotti di vendita - prosegue Gottardo - Siamo riusciti a trovare un equilibrio tra le prime aste, di piccole dimensioni e quindi adatte alle imprese locali, e i lotti più grandi», che sono finite alle ditte straniere: due austriache e una slovena. I primi che salirono - con grande fatica - sul Monte Bedolè, dopo i disastri di Vaia, si trovarono davanti all’Apocalisse: pochi alberi rimasti al loro posto, un reticolo di rami spezzati, sentieri spariti. Oggi, a distanza di tre anni, il panorama è cambiato: la montagna è spoglia, è vero, ma ormai il lavoro di recupero del legname rimasto a terra può dirsi completato. Il versante sui centri abitati è stato ripulito e il panorama offre una sensazione di sicurezza.

Oggi sul Monte Bedolè quasi tutto il legname a terra è stato portato via o messo in ordine: non tutto, perché in molti casi i tecnici hanno ritenuto di non liberare determinate zone, perché senza gli alberi a terra sarebbe stata compromessa la tenuta del terreno. Al cantiere - e lungo la strada che ci permettono di raggiungerlo - i boscaioli sono al lavoro, con mezzi meccanici, corde metalliche e ruspe: lavoro duro, spesso in solitaria, lontano dalle famiglie. Impossibile non pensare allo sfregio che Vaia ha inferto al Trentino e al fatto che i boschi di buona parte del territorio dolomitico porteranno per decenni le ferite di una notte maledetta.

Ma il Trentino ha reagito, e adesso è arrivato il momento di “aiutare” la natura per un rimboschimento più spontaneo possibile. Il nostro viaggio prosegue al cospetto delle Pale di San Martino, passando accanto alla bellezza del lago di Calaita, nell’alta valle del Vanoi. Anche in questo caso il bosco “parla”. Ci racconta che Vaia ha colpito forte e che anche qui avanza il bostrico, l’insetto che attacca l’abete rosso fino a provocarne la morte: «Ma per fortuna il recupero potrebbe essere più agevole rispetto ad altre zone: il bosco è più “equilibrato”, non come ad esempio sul Lagorai, dove domina l’abete rosso, più delicato al vento e al bostrico», conclude Gottardo.

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