Sanità / Il caso

Caso Pedri: «Ho vissuto anch’io l’incubo di quella dottoressa, non mi stupisce affatto»

Parla una ginecologa che anni fa venne licenziata dal reparto, ma fece causa e la vinse: «Io sono scappata, Sara non ce l’ha fatta. Qualcuno nel reparto dovrebbe averla sulla coscienza, se ha una coscienza»

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di Patrizia Todesco

TRENTO. Era il 2012, direttore generale era Luciano Flor, direttore dell'ospedale S. Chiara Mario Grattarola, quando la dottoressa E. venne licenziata dal reparto di ostetricia e ginecologia del S. Chiara. Per quel licenziamento fece causa all'Azienda, la vinse e furono costretti a rimetterla in organico. In realtà poi la ginecologa vinse altri due concorsi e al S. Chiara non mise mai più piede. La vicenda di Sara Pedri, a distanza di quasi 10 anni, ha fatto riemergere i ricordi di quelli che lei definisce "sei mesi da incubo".

«Mi sono ritrovata in tante cose che ho sentito sono capitate a Sara e non mi meraviglio di quello che è successo. Non posso non pensare che se qualcuno si fosse mosso prima tra i direttori e i colleghi, forse ora non saremmo qui a piangere questa ragazza. La dovrebbero avere un po' tutti sulla coscienza, se una coscienza queste persone ce l'hanno».

Dottoressa, sono passati 9 anni dai suoi sei mesi trascorsi a lavorare in ginecologia a Trento. Ci racconti cosa è successo.

Io avevo lavorato prima due anni a Rovereto con un contratto a tempo determinato e mi ero trovata benissimo. A dirigerlo c'era il dottor Ioppi, che era anche capo del dipartimento. Poi vinsi il concorso per il posto a tempo indeterminato. Chiesi di rimanere a Rovereto come prima scelta e misi Trento come seconda. Purtroppo mi mandarono lì. Rimasi per sei mesi, da giugno a novembre. Sei mesi da incubo.

Cosa accadde in quel periodo?

Potrei elencare tantissimi episodi. Devo dire che l'atteggiamento del primario nei miei confronti è stato da subito ostile. Dopo 15 giorni ero stata chiamata d'urgenza in sala operatoria e ero riuscita a risolvere una situazione difficile tanto che la collega che era con me mi aveva pubblicamente elogiata durante il briefing mattutino. Tateo fece subito capire che non aveva gradito quell'attestazione di stima e per mesi cercò ogni espediente per addossarmi errori. Al briefing della mattina iniziava sempre dicendomi che io non sapevo fare nulla. All'inizio ero basita perché non capivo. Lo faceva solo con me nonostante non ci fosse stato alcuno diverbio o screzio. Accadeva poi che dopo la riunione mi chiamasse nel suo studio, con sempre un collega come testimone, per farmi degli appunti su qualcosa. Una volta, ad esempio, una paziente si lamentò di essere stata dimessa tardi. Io volevo spiegare il perché ma lui mi zittiva sempre e zittiva chi cercava di prendere le mie difese. Non c'era possibilità di dialogo, mi diceva che avrei dovuto rispondere di tutto alla direzione sanitaria.

Ma lei ha cercato di difendersi chiedendo aiuto a colleghi o superiori?

Quando ho iniziato a capire che tutto era costruito per farmi fuori ho iniziato a telefonare al direttore Grattarola, che non ho mai avuto il piacere di conoscere. La segretaria mi disse che il direttore non mi poteva ricevere in assenza del primario, anche se credo fosse un mio diritto considerato che andavo lì a chiedere aiuto perché lui mi massacrava a parole dalla mattina alla sera. Pur di dire la mia accettai anche un appuntamento con la presenza di Tateo. La data fissata saltò. Allora mandai mail, fax e raccomandate al direttore dell'ospedale, all'assessore alla salute e al direttore generale. Nessuno mi rispose mai. Solo due giorni prima del mio licenziamento Grattarola mi ricevette insieme al capo del personale Federici il quale mi disse che a volte i primari sono costretti a prendere queste decisioni, che se volevo potevo fare ricorso ma che non avrebbe fatto bene né a me né all'Azienda. Io però non sono stata zitta perché nelle mie lettere chiedevo aiuto per le condizioni in cui ero costretta a lavorare, per il malessere psicofisico che le pressioni mi avevano provocato. Lui urlava, mi zittiva, mi denigrava senza che nessuno facesse nulla o intervenisse in mia difesa. Un giorno una collega si avvicinò a me e mi chiese se non avevo capito perché di quell'atteggiamento ostile nei miei confronti: mi disse che al mio posto doveva venire un'altra professionista. Per trovare qualcosa contro di me aveva chiamato anche il reparto dove avevo lavorato prima.

Ma queste cose sono emerse nel corso del procedimento eppure non sono intervenuti, nessuno è stato rimosso e la professionista di cui parla è stata poi regolarmente assunta.

Sono emerse ma la mia causa era per il licenziamento. L'obiettivo era dimostrare l'infondatezza delle accuse addotte per il licenziamento.

L'Azienda sanitaria ora sta facendo un'inchiesta interna. L'hanno contattata?

L'Azienda? Le sembra che un'Azienda sanitaria che mi ha licenziata senza aver mai voluto sentire le mie ragioni ora voglia davvero fare chiarezza. Non ci conterei. Hanno voluto insabbiare tutto.

Perché dei suoi colleghi nessuno è intervenuto in sua difesa?

Chi cercava di farlo veniva zittito. Poi credo sia una questione di omertà, di mancanza di dignità, di onestà, di personalità che si fanno plagiare. É stata una delusione su tutti i fronti. Io a fatica, sono riemersa. Sara, purtroppo, non ce l'ha fatta. Da quando me ne sono andata ho vinto due concorsi, uno a Imola e poi in Puglia dove tutt'oggi lavoro. Con il Trentino ho chiuso.

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