Covid/ La denuncia

La lettera di Elisa, 23 anni: «E’ questo il Paese che volete? Ci avete ucciso i sogni»

Cameriera per mantenersi e studiare Medicina dello Sport, con la chiusura dei ristoranti e bar è senza soldi. Ma ha qualche idea per la ripartenza, e soprattutto ci invita tutti alla riflessione sui giovani

TRENTO. Ha 23 anni, lavora (o meglio: lavorava) come cameriera per essere indipendente, ed ha un sogno, andare avanti nella formazione per specializzarsi in Medicina dello Sport. Ma questo lockdown le sta togliendo ogni speranza. Elisa Nicolussi ci ha scritto questa lettera, che vi proponiamo.

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Costituzione Italiana, Articolo 4

Secondo la Costituzione ogni cittadino italiano ha diritto al lavoro, che diventa diritto fondamentale per garantire l’integrazione sociale e la partecipazione attiva di ciascun individuo all’interno dello Stato.

Sono una ragazza di 23 anni e lavoro all’interno del settore della ristorazione. Da marzo 2020, in seguito alle restrizioni messe in atto per rallentare il diffondersi della pandemia COVID, il mio settore è stato messo “al bando” con l’accusa di essere motivo di contagio. Ad oggi, aprile 2021, dopo un’estate di stentata ripresa economica per il settore del turismo, ripresa che ha visto una rapida ricaduta nei mesi successivi, siamo ritornati alla stessa situazione di un anno fa. I locali rimangono chiusi, i datori di lavoro sono in sofferenza, “compensati” da ristori esigui se non assenti; i dipendenti rimangono a casa in cassa integrazione (anticipata dal datore di lavoro) e consolati da effimeri Bonus promossi dallo Stato non esenti da tassazione. Molta sono sono le persone rimaste senza lavoro: imprenditori costretti a chiudere il proprio locale o dipendenti rimasti senza alcuna occupazione.

La mia domanda allora è: tanti sacrifici, tanta sofferenza, tante rinunce sono davvero servite? Che cos’è cambiato se i numeri dei contagi non diminuiscono e la situazione sanitaria rimane drammatica? Come mai, ad oggi, nonostante sia iniziata la campagna vaccinale ovvero quella specie di terra promessa a ragione della quale noi saremmo dovuti ritornare alla vita “normale”, le restrizioni per il settore della ristorazione rimangono le stesse di un anno fa?

Chiedo allora a voi, governatori del nostro Paese, di iniziare a riflettere su questo punto: tutto questo ha davvero ancora un senso? No. E ora cercherò di esemplificare perché.

Se dovessero riaprire bar e ristoranti, seppur vero che potrebbero aumentare gli scambi interpersonali e quindi le possibilità di contagio, d’altra parte non è forse vero che i dipendenti degli stessi potrebbero diventare dei vigilantes monitorando al meglio gli afflussi delle persone ed evitando assembramenti? Ogni cliente che entrasse in un locale s’inserirebbe in un ambiente “Covid-free” perché continuamente sanificato e nella garanzia del rispetto della distanza interpersonale, anche grazie al distanziamento dei tavoli. In secondo luogo, il cliente sarebbe sottoposto a controlli che, forse meglio dei tamponi, individuerebbero soggetti potenzialmente contagiosi e grazie alla catena d’informazione promossa dal locale, ne verrebbe quindi informato se entrato in contatto con gli stessi perché presente nel corso della stessa serata. Tutto questo grazie alla misurazione della temperatura corporea e alla raccolta dati dei clienti presenti in sala.

All’interno dei locali, quindi, gli avventori sono “costretti” ad un comportamento responsabile verso le normative messe in atto per prevenire il diffondersi della pandemia e sicuramente potranno essere più controllati rispetto a contesti quali quelli dei supermercati, tabacchini, passeggiate all’aria aperta, chiese, Vorrei inoltre sottolineare che quest’operazione di controllo effettuata da esercenti privati, avrebbe costo pari a zero per lo Stato e si inserirebbe accanto al monitoraggio effettuato attraverso i tamponi o ai controlli delle forze dell’ordine per prevenire assembramenti, rendendo così entrambe le operazioni più efficaci.

Infine, se si vuole tornare all’Articolo 4 della Costituzione, con la riapertura delle attività (non solo in ambito ristorativo poiché per palestre, piscine, cinema e teatri varrebbero le stesse argomentazioni di sopra) si riuscirebbe a ritornare ad una situazione per cui ad ogni cittadino italiano, attraverso la garanzia di un lavoro pienamente retribuito, sia data la possibilità di avere pari dignità rispetto ad un qualsiasi altro compatriota che magari abbia sempre potuto lavorare.

Sottolineando quindi l’inefficacia del protrarsi della zona rossa per cui i contagi continuano ad essere in aumento, invito tutti a porsi questa riflessione e pensare che almeno potrebbe essere un’ipotesi accampabile. In fondo, dal momento che sino ad ora sembra che si sia provato ad andare avanti un po’ a tentoni, tentar non nuoce!

Perché così non possiamo andare avanti. Vi espongo la mia situazione per farvi meglio calare nel contesto. Come già riportato nella presentazione, io sono una ragazza di 23 anni. Vivo sola, indipendente dai miei genitori quasi a tutti gli effetti ed ho un sogno, cioè quello di crescere a livello professionale in ambito sportivo e poter aiutare la gente con la Medicina dello sport. Ma ora sono in difficoltà. Il lavoro scarseggia e lo stipendio mi garantisce un’entrata bastante solo al pagamento della rata d’affitto ed altre spese necessarie alla vita quotidiana. Non ho alcun surplus: non posso investire nel mio futuro. Vorrei inoltre sottolineare che la mia non è certo la realtà più drammatica: nella mia stessa situazione ci sono genitori di famiglia o persone che hanno da gestire mutui in aggiunta alle spese necessarie al proprio sostentamento.

Quindi vi domando: è questa l’Italia che volete? Un paese in cui un giovane non ha più le possibilità di realizzare il suo sogno? Un paese in cui le famiglie sono costrette a vivere contando con ansia i soldi rimasti alla fine del mese? Un paese in cui il divario sociale sta crescendo e ognuno pensa solo a sé stesso e al proprio benessere, incurante delle situazioni drammatiche appena fuori l’uscio di casa?

Elisa Nicolussi


 

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