Monsignor Tisi sulla 'ndrangheta «Il Trentino apra gli occhi»

Serve alzare lo sguardo, di fronte alla sberla in faccia al Trentino, ai trentini, arrivata dall’Operazione Perfido. «Almeno smettiamo di pensarci differenti dagli altri» dice l’arcivescovo Lauro Tisi di fronte alle evidenze emerse dall’indagine sul radicamento, che è qualcosa di più della infiltrazione, della ’ndrangheta in Trentino, dalle cave della val di Cembra all’autotrasporto, agli investimenti immobiliari nella zona - “strategica” l’ha definita il magistrato dell’Antimafia, Roberto Pennisi - del lago di Garda.
 
Don Lauro, qual è la stata la prima reazione alla scoperta, sancita dall’indagine, che la criminalità organizzata si è insediata nelle nostre valli?
«Innanzitutto, questa azione della magistratura e della guardia di finanza è una buona notizia per il Trentino: vuol dire che c’è ancora qualcuno che riesce a far venire a galla certe situazioni. Detto questo, la prima reazione è stata pensare che per la ennesima volta viene fuori che non possiamo continuare a ritenerci diversi dagli altri. A me l’autonomia sta bene, è un valore radicato nel nostro sistema, nella nostra tradizione. È la nostra cultura dell’autogoverno. Ma questo, spesso, ci ha portato a pensarci diversi, inattaccabili, immuni da certi fenomeni, e ciò è stato un danno per la nostra realtà. L’autonomia non ci rende automaticamente immuni! Pensarlo, in un mondo globalizzato, è totale miopia».
Quale altra reazione le ha suscitato questa vicenda criminale?
«È emerso che non si è voluto vedere, che si sono chiusi troppi occhi di fronte a questa realtà, come se non potesse intaccarci. L’altra riflessione la ricavo dalle parole forti del salmo che dice: “Ma l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”. Noi, per decenni, abbiamo raggiunto un certo benessere, le classifiche ci mettono ai primi posti... Ma ci siamo adagiati, seduti su questa situazione di benessere economico, e ciò ci ha fatto perdere creatività, originalità, la nostra specificità».
Don Vittorio Cristelli, alla fine degli anni ’80, la chiamò “sindrome del pitone”...
«Ecco, è proprio questa “sindrome del pitone” che ci ha fatto chiudere gli occhi e fatto pensare che il mondo finisca nella nostra realtà, che invece ha bisogno di aperture. Con questo, ripeto, non metto in dubbio il valore dell’autonomia e dell’autogoverno. Ma il rischio di guardarsi l’ombelico è reale».
Colpisce, dagli atti dell’indagine, che i magistrati parlino, oltre che di voti di scambio e minacce, anche di riduzione in schiavitù, soprattutto nei confronti degli immigrati, in particolare dei cinesi lavoratori in cava.
«È un punto che mi ha colpito molto, la riduzione delle schiavitù dei lavoratori tra le cave. Dice che abbiamo dimenticato le fasce deboli della popolazione, che abbiamo un atteggiamento di pregiudizio nei confronti degli immigrati la cui presenza è la nostra salvezza, come si è visto durante il lockdown e nella raccolta delle mele. Questa dimensione di non attenzione al lavoro, ai poveri, è venuta avanti negli ultimi anni. A livello generale, abbiamo chiuso gli occhi di fronte ad una serie di realtà come quella dei migranti che non sono quelli che ci portano via la roba e il lavoro, ma sono il nostro futuro. Così come, accanto al lavoro, le questioni ambientali, importantissime, sono ancora considerate seccature, utopie. Invece è da qui che dobbiamo ripartire: dal mettere al centro le persone. Riconoscere la riduzione in schiavitù è riconoscere il nostro atteggiamento verso le fasce deboli. Mi diranno che abbiamo un welfare all’avanguardia, in Trentino, e non lo metto in dubbio. Ma abbiamo perso la compassione per chi vive la fatica».
È tipico della criminalità organizzata, ma in ogni caso inquieta sapere che i terminali della ’ndrangheta avevano collegamenti ai massimi livelli con magistrati, carabinieri, vicequestori: cene, rapporti di vicinanza, contatti plurimi. Non ci sono solo, in basso, le prevaricazioni e le violenze sulla manodopera...
«Ciò fa molto pensare. È inquietante, ed è vero che è tipico del sistema mafioso. Ma sono convinto che questa penetrazione sia possibile perché si approfitta di un sistema acquiescente».
Cosa intende dire, don Lauro?
«Vedo, a volte, un sistema che non si ferma a ragionare, dove si preferisce la delega e si attende il nome del salvatore della patria che risolva i problemi. Un Trentino di poche idee e troppo chiacchiericcio. L’autogoverno e l’autonomia non stanno in piedi se alla partecipazione si preferisce la delega. Ecco, prima che al dolo, al lato penale e giudiziario, vorrei si ragionasse su questo atteggiamento diffuso, rinunciatario. Di idee, oggi, ne circolano poche. Circolano slogan. Le infiltrazioni sono facilitate da questo contesto di rinuncia alla complessità, di mancanza di confronto, in cui si procede per schematismi, bianco e nero. Serve ricostruire reti di partecipazione comunitaria. Non vedo visioni, non vedo circolare nuove idee e progetti».
Dall’indagine emerge anche un atteggiamento omertoso: che in parte dipende dalla paura, conseguenza delle intimidazioni, ma anche dal semplice girarsi dall’altra parte. Come se non ci fossero più sentinelle nelle comunità. Nemmeno parroci che si accorgono di quanto succede.
«Sono d’accordo. Oggi, per altro, i parroci sono molti meno, vi sono comunità che ne sono prive. Ma venendo a noi, come chiesa, vorrei capissimo che la “sindrome del pitone” ha coinvolto anche noi. Per dire che questa potrebbe essere una grande occasione per fermarci, tutti, tornare a parlarci, ad elaborare idee non per risolvere il singolo problema A, B o C. A partire, ad esempio, dalla pandemia che sta mettendo in ginocchio l’intera umanità. Il mio auspicio è che riusciamo a tornare a confrontarci su una visione del Trentino che metta al centro la persona, le fasce deboli, i migranti e che non abbia paura della diversità. Un Trentino che ritrova se stesso, la sua generosità, e non ha paura delle sfide che ha davanti».
Vale anche per la chiesa trentina?
«Certo, in questo quadro, a partire da quanto emerso, anche la chiesa trentina deve mettersi i in gioco. In dialogo e in sinergia con tutti. Perché da soli non si va da nessuna parte. La situazione è drammatica, ma può diventare una provvidenza se cominciamo a gettare ponti».
È questa la lezione data dalla scoperta della locale della ’ndrangheta in Trentino? 
«Sì. Ha fatto emergere la nostra sonnolenza, l’ostilità verso gli immigrati, la nostra perdita di compassione. Il dialogo che io auspico per mettere in circolo idee e una nuova visione del Trentino, dovrà però riagganciare i giovani. La partecipazione nelle nostre comunità è oggi latitante. L’impressione è netta se si guarda alle recenti elezioni comunali, al fatto che in molti paesi c’era una sola lista. Non un bel segnale in un momento in cui c’è bisogno di partecipazione, confronto, al posto delle affermazioni lapidarie, sloganistiche. Questo è un tempo in cui, anche nelle nostre comunità, si tende a dare risposte semplificate, gridate. Dovrebbe invece essere il tempo in cui si pongono domande, il tempo della pensosità ritrovata».
Quello che è successo e succede racconta un pezzo di storia dell’unico distretto industriale naturale del Trentino, quello delle cave. È anche un fatto economico. Racconta di comunità che non hanno saputo autogovernarsi, non crede?
«Una riflessione sull’economia, in questa occasione, è fondamentale: l’economia non è quella che crea profitto. È economia circolare, valorizzazione del creato, della casa comune. Dove la tutela dell’ambiente e delle persone sono centrali. Questa è l’economia che crea sviluppo. L’economia selvaggia che bada solo al profitto è quella dove prospera la criminalità. Custodire il creato, tutelare le fasce deboli non è fare assistenzialismo: è fare investimenti nel segno della equità e della creazione di ricchezza non per pochi. Quella che arricchisce pochi fa danno e crea spaccature e divisioni».
Il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, Roberto Pennisi, va spiegando che oggi non è la criminalità organizzata che cerca le imprese, ma sono le imprese che cercano la mafia, e che ciò succede perché comanda la finanza a livello internazionale. Cosa ne dice don Lauro?
«Condivido al mille per mille. L’economia basata sulla finanza che produce guadagni e non sulla produzione che crea sviluppo e lavoro, è la nostra malattia».
Qual è il suo auspicio, visto quanto successo?
«Sogno una chiesa che, con tutti i suoi errori, con tutte le batoste che sta prendendo, sia una chiesa leggera. Umile. Che mette in circolo pensiero con gli altri. Con un atteggiamento di grande dialogo con tutti. È il modo per uscire dalla sonnolenza che spiega la situazione drammatica emersa».
C’è chi ha osservato che se non ci fosse stata questa “sonnolenza”, a tutti i livelli, si sarebbero potute risparmiare molte sofferenze a tante persone.
«Ne sono convinto».
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