«Al Pd trentino l'obolo dei nominati?» Cinque Stelle sui soldi versati dai dirigenti

La critica è diretta, politica e viaggia in rete, nella tradizione pentastellata.

Filippo Degasperi, consigliere provinciale dei Cinque Stelle, attacca il Pd trentino dopo l’uscita dell’inchiesta giornalistica di Franco Bechis sull’obolo che i dirigenti, nominati dal Partito Democratico in vari enti ed istituzioni pubbliche, sarebbero tenuti a pagare al partito.

Su Facebook Degasperi ha postato un messaggio dal titolo «ANCHE IN #TRENTINO AL PD L’OBOLO DEI NOMINATI?»

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C’è il punto interrogativo perché, annuncia, il Movimento ha depositato «un’interrogazione per fare chiarezza e per far sapere ai trentini dove finiscono i loro soldi». Ma cita gli articoli del regolamento del Pd che prevedono le percentuali.

«I dubbi che il Movimento Cinque Stelle si pone sono molti, ma uno più degli altri non trova pace: può ritenersi davvero rispettato il requisito dell’indipendenza e assenza di conflitti di interesse in questi soggetti, se il loro operato è vincolato da interferenze politiche?»

«Il Partito Democratico - scrive - ha costruito un efficiente sistema di auto-finanziamento, un sistema tanto oliato negli ingranaggi quanto deprecabile per le sue modalità operative».

Sullo sfondo c’è il riferimento al «sistema Paese»: dirigenti scelti perché in quota partitica. Nella Prima Repubblica, in materia di nomine Rai, si diceva: uno è della Dc, uno è del Psi e uno è bravo. E a volte quello bravo manca.

Il consigliere grillino, forte dell’inchiesta di Bechis, fa intendere che le sigle sono cambiate ma il sistema è lo stesso, anzi si sarebbe affinato.

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Bechis parla del Pd nazionale, ma Degasperi riconduce tutto a livello locale: «Nero su bianco, regolamenti federali del Pd suggellano la clausola secondo cui, nelle amministrazioni guidate dallo stesso, i manager di nomina pubblica devono rinunciare ad una percentuale del proprio stipendio, variabile per città e territorio, accettando una sorta di tassazione coattiva finalizzata a rimpinguare le casse del partito.

Verrebbe spontaneo pensare ad un obolo imposto ai malcapitati a titolo di riconoscenza per la nomina ricevuta “in dono”. Siffatta prassi implica un abbrutimento della politica nobilmente intesa, determinando per converso il disvelarsi di un’ipocrisia gestionale che costituisce un chiaro oltraggio verso i cittadini e la salvaguardia del bene collettivo».

In Trentino - dice - la ricetta non  cambia rispetto al resto dell’italico stivale: «Anche in terra nostrana i nominati non sono esenti dal “tributare onori” al padrone che ha messo per loro “la buona parola”, necessaria al conferimento di incarico pubblico.

Dirigenti, presidenti, consiglieri, sindaci di società ed enti partecipati dalla Provincia sono tenuti a sostenere le attività del partito mediante un contributo minimo secondo le fasce di indennità percepita». Degasperi fa notare che non si tratta di tesi campate in aria e cita il regolamento provinciale del partito: «Le percentuali vanno dal 10% per le indennità fino a 6mila euro annui al 30% per quelle che superano i 72.000. La previsione è contenuta negli artt. 9 e 10 del Regolamento finanziario provinciale del Pd Trentino».

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