Itas, all'ex moglie di Grassi un maxi stipendio

Uno stipendio di 6.200 euro al mese senza necessità di rispettare un orario, senza controlli, senza un capo a cui dover rispondere. Il contratto che tutti i lavoratori dipendenti sognano di avere - ma che nel mondo reale ben difficilmente si concretizza - era riservato alla moglie di Ermanno Grassi.

La vicenda è ricostruita nel punto 9 del capo di imputazione contestato nei giorni scorsi a Grassi. L’accusa per l’ex direttore generale di Itas è di truffa: in sostanza la procura contesta al manager di aver fatto gravare sulle spalle di Itas una parte rilevante dell’assegno di mantenimento che Grassi doveva versare in favore della moglie da cui si stava separando. Accuse che, va ribadito, sono ancora tutte da dimostrare e vengono contestate alla radice dall’indagato.

Con questa doverosa premessa vediamo nel dettaglio cosa la procura contesta a Grassi in questo nono capo di imputazione. La vicenda risale al 2011. Il primo aprile di quell’anno la moglie di Grassi veniva assunta dalla Target sas, un’azienda che aveva rapporti commerciali con Itas nel settore delle spese di rappresentanza. Il contratto assicurava a colei che all’epoca era ancora la moglie del direttore generale di Itas un compenso mensile netto di 6.200 euro. Un salario molto elevato anche perché la dipendente di fatto aveva vincoli lavorativi limitatissimi.

Nel contratto, infatti, si stabiliva che l’attività della signora «verrà liberamente svolta ed autonomamente decisa senza alcun intervento né controllo da parte della nostra ditta e senza vincoli di orario». Dunque massima libertà della dipendente. Inoltre era previsto che «il contratto è valido nella misura in cui il contratto tra Target e Itas sarà in vigore». Qualora il contratto tra Itas e Target  fosse cessato, «automaticamente anche questo contratto sarà risolto, liberando le parti da ogni adempimento. Nel maggio del 2012 Grassi si separava consensualmente dalla moglie e - si legge sul capo di imputazione - negli accordi di separazione personale concordava il versamento di un assegno di mantenimento alla moglie pari a euro 1.770. «A condizione che il signor Grassi si attivi per il rinnovo fino al 2015 del contratto lavorativo in essere tra la signora (omissis) e Target e che tale rinnovo si perfezioni contestualmente all’accordo di separazione e con l’intesa espressa in atti che nell’ipotesi in cui il rapporto lavorativo dovesse per qualsiasi ragione cessare, l’assegno di mantenimento sarà soggetto a revisione».

Alla luce di questo accordo, il giudice scrive che in questo modo si poneva l’assegno di mantenimento per l’ex coniuge a carico di Target «e quindi in definitiva a carico di Itas».

Ma perché Grassi avrebbe puntato proprio su Target, una sas con sede a Villa Lagarina specializzata in vendita di articoli promozionali e regali aziendali? «Grassi - scrive il gip Marco La Ganga - quale direttore generale di Itas decideva di utilizzare la ditta Target sas come soggetto cui alcuni fornitori di Itas avrebbero dovuto fatturare beni e servizi, che sarebbero poi stati rifatturati da Target ad Itas a prezzi maggiorati e con causali idonee a consentire di farle apparire come spese di rappresentanza, in questo modo nel solo anno 2011 Target aveva fatturato ad Itas beni e servizi per 560 mila euro».  

Ancora una volta torniamo alla disinvolta gestione in Itas nell’acquisto di gadget, regali e «bonus» per i manager. E da lì, da alcune borse griffate pagate  37 mila euro euro con il successivo  licenziamento della funzionaria addetta al ricco budget dei regali, che la vicenda tutta interna deflagra all’esterno con una potenza che nessuno aveva preventivato.


IL SUPERATTICO

Ermanno Grassi voleva acquistare da Itas Patrimonio la casa in cui vive in affitto in piazza Silvio Pellico, immobile - sostiene la procura - al centro di una presunta truffa relativa all’acquisto nel 2014 di arredi e impianti di domotica per oltre 600 mila euro.

Il prestigioso attico dovrebbe essere acquistato da Grassi. Questo almeno è quanto prevede un contratto preliminare di compravendita datato 28 aprile 2015 e depositato al Libro fondiario. L’accordo prevede che «il prezzo definitivo di vendita, dal quale dovrà essere in ogni caso dedotto l’importo della caparra confirmatoria di cui infra, verrà determinato sulla base di apposita perizia di stima che verrà redatta da un tecnico all’uopo designato di comune accordo tra le parti».

Il contratto prevede una caparra confirmatoria di  910 mila euro (da pagare in venti rate semestrali di 45.500 euro). Di certo l’attico è di assoluto pregio: 450 metri con, tra l’altro, enorme zona giorno, spa e terrazzo.


BORSE DI LUSSO, MA PIENE DI GUAI

Borse, borse e ancora borse. Tutte rigorosamente griffate e proposte a prezzi irraggiungibili per chi ha stipendi normali e senza ulteriori benefit.

È dall’acquisto massiccio di beni di lusso che nascono in Itas le prime voci su una gestione disinvolta di questo capitolo di spesa. L’origine di tutto ciò la ritroviamo negli atti della causa di lavoro intentata dalla ex funzionaria licenziata con l’accusa di non aver rendicontato acquisti nel solo 2013 per 388 mila euro.

Il contenzioso, come noto, è stato vinto dall’azienda in primo grado, ma ora è pendente l’appello. Proprio in una comparsa di costituzione e risposta Itas Mutua spiega che «tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 iniziano a circolare strane voci a proposito di una anomala gestione delle spese di rappresentanza autorizzate dalla ricorrente. Viene fatta una analisi a campione delle fatture emesse nel 2013 dal fornitore ufficiale di gadgets e ne salta fuori una che insospettisce per il modo di descrizione della merce: borsa P, borsa F,  porta fogli, borsa B, porta i-pad, ma soprattutto per il valore della medesima. La borsa P costa 2.045 euro più iva, una delle due borse F costa 1.300 euro più iva, uno dei due portafogli costa 530 euro più iva. Si scopre così che la borsa P è una borsa Prada, la borsa F è una borsa Fendi, la borsa BV è una borsa Balenciaga, le borse M sono borse Miu Miu, i due portafogli sono Bottega Veneta e Prada e Prada è pure il porta i-pad: gadget poco attinenti all’attività e poco in linea con  le consuetudini aziendali».

Accanto agli omaggi dove spadroneggiano le borsette griffate - che non sono di per sé illegali, ma sono inopportuni anche per una società in salute come Itas - emerge anche la prassi di incentivare i manager con dei «bonus» da spendere in alcuni negozi della città (anche qui, come sopra, nulla di illegale, ma un po’ di sobrietà forse non guastava).

A «fotografare» questo sistema sono ancora gli atti della causa di lavoro in cui troviamo copia di una mail che descrive bene la prassi dei bonus. La comunicazione risale all’8 novembre del 2012. Un funzionario scrive alla collega che all’epoca gestiva il budget di regali e gadget. «Ciao, scusa una cortesia. Quando alcuni mesi fa mi hai comunicato del bonus di (nome di un negozio di abbigliamento del centro, ndr) regalatomi da Ermanno (Grassi, ndr) io sbadatamente non ho segnato la cifra. Adesso devo fare l’acquisto e non vorrei disturbarlo; tu per caso ti ricordi quant’era?».

Risposta: «Ciao, non ricordo. L’anno precedente cosa ti era stato assegnato?» Il funzionario replica: «Non c’era un criterio fisso era un suo regalo volta per volta e non tutti gli anni». «Bonus» a cui in seguito la società ha dato un netto taglio dopo una modifica della normativa fiscale in materia.

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