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Una particolare forma di sopravvivenza: la prolifica lepre

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La lepre è molto presente nei nostri boschi e nei nostri prati. Questo simpatico animale costituisce una presenza fissa all’interno del nostro territorio, colonizzando rapidamente grazie alla sua prolificità tutti gli ambienti che si dimostrano sufficientemente adatti ad assicurarne la sopravvivenza. Infatti, ovunque vi sia erba a sufficienza per sfamare le numerose colonie e un terreno abbastanza morbido da permettere lo scavo delle lunghe e articolate gallerie che fungono da tana e rifugio, lì vi si potrà trovare una folta popolazione di lepri.

Animale ben noto a tutti, si caratterizza per le lunghe orecchie (che gli assicurano uno tra gli uditi più efficaci del regno animale) e per le forti zampe posteriori, evidentemente più lunghe rispetto a quelle anteriori, che le permettono non solo di compiere ampi balzi, ma anche di raggiungere grandi velocità, fino addirittura a sessanta chilometri orari.

Del resto non può che aver bisogno di queste importanti abilità di fuga, dal momento che, priva com’èdi ogni strumento di difesa fisica, è alla base dell’alimentazione di un gran numero di predatori. Dovendo far fronte ai temibili e agguerriti avversari provenienti sia da terra (volpi, lupi, linci ecc.) sia dal cielo (gufi, falchi, aquile e quasi tutti i rapaci) la lepre si affida alla sua grande velocità nella fuga, assicurata dal suo veloce scatto e dal suo rapido procedere a zig zagche mette in difficoltà molti dei suoi predatori.

Molto spesso, tuttavia, né questa abilità né il fine udito le assicurano la salvezza. Nel corso dei millenni, perciò, questo mammifero ha acquisito una tecnica differente di sopravvivenza che, più che sulle abilità possedute, si basa sull’elevato numero di figli per cucciolata. La lepre, infatti, è in grado di partorire fino a tre volte l’anno con cucciolate tra i due e i cinque piccoli: in tal modo, la prosecuzione della specie viene comunque assicurata. Animale prettamente erbivoro muta la propria dieta in base alla stagione, spaziando dalla soffice erba nel corso dei periodi più caldi fino a concentrarsi su radici ed erbe secche nei mesi freddi e invernali.

La grande diffusione della lepre nel nostro territorio dev’essere precisata, tuttavia, con una regola che ogni buon fototrappolatore non può non conoscere. Sui rilievi collinari e montuosi che si spingono fino a raggiungere al massimo i millecinquecento metri di altitudine si può trovare la lepre comune, lunga fino a settanta centimetri e con la pelliccia di colore fulva–grigiastra, sopra i millecinquecento metri di quota si trova, invece, la lepre variabile (anche detta lepre bianca): leggermente più piccola di dimensione rispetto alla sua parente che vive a quote meno elevate, ma con un manto che nella stagione fredda diventa di un bianco perfettamente adatto alla sopravvivenza ad altitudini in cui la neve è la regola.

A proposito di quest’ultima, una particolarità è degna di nota; la lepre bianca rappresenta un perfetto esempio di “specie relitta”, cioè di una specie che ha la sua origine in ambienti posti a latitudini molto più settentrionali delle nostre, ma che nel corso delle varie glaciazioni si è spinta via via più a sud. Al mutare delle condizioni climatiche e con la ritirata dei ghiacci perenni, si è stabilita sulla catena alpina, ponendo il proprio habitat alle quote in cui il suo manto le assicura un efficace mimetismo con l’ambiente che la circonda. L’appassionato fototrappolatore che avesse quale suo obiettivo quello di imbattersi fotograficamente in un esemplare di lepre dovrebbe, perciò, innanzitutto tenere conto della grande distinzione di habitat tra le due differenti famiglie, ponendo il suo apparecchio ben mimetizzato all’interno di un fitto boschetto o a ridosso di una radura in cui rintracciare dell’erba se l’aspettativa è di rintracciare la prima specie, oppure nei più aspri ambienti di alta quota, dove le riserve di cibo sono certamente più rare e la sopravvivenza più ardua, se l’obiettivo è quello di ottenere degli scatti della seconda.

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