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Il virus, la paura e il dialogo

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Ora il problema è il contagio della paura.
Fare i conti col virus del terrore non è facile.

I primi morti italiani di coronavirus ci dicono che il mondo è davvero un grande villaggio. Se è vero che il contagio è inarrestabile, è vero anche che il virus si può sconfiggere. Primo: non va confusa la malattia con la morte. Le tantissime persone che guariscono non fanno il rumore mediatico ed emotivo che fanno quelle che soccombono. Ma proporzioni e numeri non vanno confusi. Secondo: i rimedi ci sono. E altri se ne troveranno. Bisogna avere fiducia: nei medici e nella scienza. L’emergenza sanitaria non deve trasformarsi in psicosi. Terzo: Provincia, Governo e scienza fanno ciò che devono fare. La cautela è massima. L’attenzione anche. Inutile trasformare tutto nell’ennesima e inutile emergenza politica.

C’è poi un altro virus, fra noi. Fa meno rumore. Ma non smette di uccidere. È un grumo di violenza fatto di razzismo, nazismo, xenofobia, timore di ogni forma di diversità. L’attentato di Hanau, le svastiche e le scritte che iniziano a comparire sulle porte di alcune case certo non scelte a caso - perché ci vivono ebrei - non sono un segnale: sono una mostruosa realtà con la quale fare i conti.

Ha ragione la cancelliera Angela Merkel: «Il razzismo avvelena la società». I valori dell’Europa - di cui questa nostra terra è da sempre portatrice, benché non manchino pericolose fughe verso un nero passato - sono convivenza e rispetto delle diversità. Nessuno può essere definito straniero, in un mondo nel quale, in un certo senso, lo siamo tutti. Ma non continuiamo a sottovalutare quelli che solo all’apparenza sembrano piccoli segnali: una scritta sulla porta di una casa è la condanna a morte della libertà, del pensiero, della cultura, della memoria.

Per questo sono convinto che gli anticorpi si possano costruire anche nel nostro contesto regionale, da sempre considerato un laboratorio, anche se è invece un motore che batte un po’ in testa. Il tentativo di “regionare” (ragionare insomma sul contesto regionale) dimostra ancora una volta come l’Alto Adige tenda a chiudersi, non partecipando al dibattito che s’è aperto su queste pagine - mentre il Trentino non smette di aprirsi. Troppo semplice pensare che l’Alto Adige possa farcela anche da solo e che nessuno metterà mai in discussione l’autonomia sudtirolese, considerando il Trentino persino una sorta di palla al piede, un equivoco da chiarire. Sbaglia profondamente Kompatscher a non capire ciò che è invece evidente: la Regione che ci ricordiamo è certo finita, ma ce n’è una da costruire, come ha spiegato bene il professor Toniatti. E i primi mattoni deve metterli la politica. Perché certi virus non si abbattono con i muri, ma con il dialogo, con l’apertura.

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