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Dall'entusiasmo ai soliti mugugni

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La Trento rosa fra poco si spegnerà. Il passaggio dall’entusiasmo ai mugugni è dunque garantito. Non solo perché c’è chi ama il pelo nell’uovo, il puntolino nero in mezzo all’azzurro (o al rosa, nello specifico), la brutta pagella a prescindere. Ma anche perché i campioni che hanno reso grande questo Festival dello sport se ne andranno davvero. Portandosi via emozioni contagiose, attimi sospesi fra il mito e la quotidianità, giornate piene di cose e persone da vedere e da ascoltare.

Slacciate pure le cinture di sicurezza. Le turbolenze sono finite. Si torna a viaggiare sotto le nuvole. Si atterra nella normalità che entusiasma chi arriva da fuori e che risulta invisibile a chi ce l’ha davanti tutti i giorni: una città che funziona, perfetta per ospitare un festival non meno che per viverci, per lavorarci, per muoversi, anche se a noi - che siamo abituati bene - il minimo disagio, la minima insicurezza, il più piccolo dei problemi, sembrano spesso drammi insormontabili. Trento un difetto lo ha: da qualche tempo non sogna. Non getta il cuore oltre l’ostacolo. Non sfida il presente e il futuro. Naviga con discreta abilità. Talvolta galleggia su idee antiche. Ma ammettiamolo: sono in pochi - stando anche a tutte le statistiche e agli studi degli esperti - a stare come noi o meglio di noi.

Però, fateci caso: la voglia di cambiamento, lo spirito rivoluzionario (presunto rivoluzionario?) e il mal di pancia cronico sono abituali compagni di viaggio. Ci sembra di poter sempre star meglio. E in fondo è questo il messaggio che la città lancia a chi si appresta a correre per prendere il posto di Alessandro Andreatta a Palazzo Thun. Un messaggio che agita il centrosinistra. Chi frequenta quest’area politica teme infatti di perdere il fortino cittadino, ma fa poco o nulla per cercare una soluzione. Non dico per cercare un nome - visto che i nomi, in politica, si tengono da sempre coperti fino all’ultimo - ma almeno per immaginare un progetto definito, che tenga conto, al contempo, dell’aria di cambiamento che si respira un po’ ovunque e della necessità di difendere ciò che s’è fatto, ciò in cui s’è creduto.

Il centrodestra il nome del candidato giusto lo cerca con meno angoscia. Per ragioni diverse. La prima è che la campagna elettorale, nel bene e nel male, la fa solo Salvini: il capitano non può certo fare il sindaco di Trento, ma può (potenzialmente) trascinare un qualsiasi candidato invisibile, in questo tempo dell’incertezza. La seconda ragione è che gli elettori del centrodestra badano meno ai nomi e molto di  più all’idea della ruspa che s’appresta ad abbattersi sulla città. Sembra poca cosa, ma la campagna elettorale che vedrà da una parte Salvini e dall’altra non il resto del mondo, ma il resto di Trento, sarà per tutti in salita.

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