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Non è l’orso il nemico, ma chi lo usa

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Si tranquillizzi il sociologo Canestrini, che ha unito la sua voce al già folto coro dell’establishment a favore dell’orso. Preoccupato di rintuzzare quella «rivolta della plebe» che, in nome del «basta orsi», ai signori intellettuali progressisti fa venire un brivido alla schiena evocando jaqueries, falci e forconi branditi dalla «canaglia pezzente».

Sappia che la plebe non se la prende con gli orsi  ma con chi li ha messi e chi li usa. Con  le strutture «umane» del potere (in realtà disumane anche quando parlano di ecologia e solidarietà). Un potere che spregia i sudditi («chi dice di aver visto l’orso è un mitomane», sentenziano i capi della Forestale). Un potere con cui, evidentemente, si identifica il Canestrini non tanto con il suo ostentato disprezzo per gli apicoltori e i pastori (rimproverati dalla sua comoda poltrona di intellettuale conformista di «non proteggere bene il bestiame») quanto con la sua adesione proclamata al progetto di trasformazione del Trentino in un Wild North italiano.

Un progetto quest’ultimo che conferma come gli orsi «trentini», rappresentino pedine inconsapevoli  di un gioco biopolitico in cui la popolazione del trentino, maxime quella dei piccoli paesi di montagna e quella ancora legata al mondo rurale, fa da cavia a cinici burattinai e a potenti lobby, che testano, in una regione fortemente antropizzata, il disegno di rewilding dell’Europa. Lo fanno in Trentino, e non altrove, perché qui sono attivi meccanismi oliati e ferrei di controllo sociale attraverso il clientelismo, la mancanza di alternanza al potere (senza soluzione di continuità sostanziale dai tempi dei principi-vescovi), l’onnipresenza di Mamma provincia. Perché è ancora radicata la cultura della sottomissione.

La valenza dell’operazione Life ursus va però ben al di là dei confini del Trentino e delle Alpi centrali. È un banco di prova continentale. Prefigura un progetto totalitario basato sulla deruralizzazione del territorio e l’artificiosa e forzata divisione dello spazio tra un ambito urbanizzato e industrializzato (compreso quello di un’agricoltura capitalistica basata su ogm e tecnologie hard) e una wilderness inventata e  imposta attraverso la pulizia etnica di presenze antropiche radicate nella millenaria storia dell’Europa rurale. La sociosfera deve ridursi all’ambito di diretto controllo dei sistemi esperti, degli apparati tecnologici centralizzati.

Il disegno è quello che corona in modo lucido e spregiudicato la modernità, pervenendo ad una ipermodernità distopica e dispotica in cui ogni residuo di forma sociale ed economica pre industriale e pre capitalistica (comprese le aggregazioni basate sulla famiglia naturale e le comunità locali), ogni spazio di autonomia sociale viene definitivamente annientato. L’artigianato, l’agricoltura, la gestione dei servizi su scala locale e famigliare, ogni forma di aggregazione e relazione spontanea (non mediata dalle istituzioni e controllabile attraverso le reti informatiche), devono essere totalmente eliminati. Il cibo deve essere controllato al 100% dalle multinazionali (oggi non sono molto lontane dall’aver già raggiunto già un forte controllo), guai a procurarsi da sé cibo, energia (come avviene parzialmente ancora oggi nei piccoli centri, specie in montagna) ma anche informazioni e conoscenze.

Quello che era lo spazio antropizzato delle attività agrosilvopastorali deve diventare wilderness, come risultato di una deantropizzazione ottenuta con le buone o con le cattive. La diffusione dei grandi predatori, intoccabili come lo erano le fiere che popolavano le grandi riserve feudali e reali del medioevo, deve scoraggiare l’uso del territorio. Fino a quando il potere avrà la forza di deportare gli ultimi abitanti della montagna (delle colline, delle aree rurali superstiti) e di proibire ogni insediamento abitativo al di fuori delle aree urbane. Basta pascolare, far legna, raccogliere funghi, cacciare. La montagna deve diventare una grande riserva dei nuovi Signori. Il processo con il quale le comunità di montagna si sono affrancate nel XII-XIII secolo dal potere feudale ha già iniziato ad essere invertito. Il potere statale (più o meno delegato a pallide autonomie e gestito ormai direttamente dalle lobby) deve sostituire la proprietà comunale, gli usi collettivi, la piccola proprietà privata. 

Della montagna il rampante biocapitalismo vuole gestire suolo, sottosuolo, soprassuolo, acque, vento, biomasse. Senza impacci, senza avere per i piedi amministrazioni comunali, privati, diritti collettivi, consuetudini, tradizioni, lacci e lacciuoli (dal suo punto di vista, ovviamente). Orsi e forestali sono gli agenti ideali di questo esproprio. Niente di nuovo del resto se si pensa che il forestarius nasce nell’alto medioevo come sgherro delle grandi riserve feudali. Era il simpatico personaggio addetto alla feroce repressione dei contadini (chi cacciava un cervo finiva impiccato). I forestali trentini (e anche quelli del CFS) si stanno dando molto da fare per emulare questo modello e preparare il terreno alla perdita di ogni diritto dei montanari sulla propria terra. L’orso è solo uno strumento per imporre una gestione neo autoritaria del territorio che si inscrive con coerenza nell’attuale strategia del biocapitalismo: utilizzare il green, l’ideologia verde per aumentare i propri profitti, per continuare a inquinare e distruggere gli ecosistemi utilizzando abilmente delle foglie di fico simboliche,  servi sciocchi e servi ben remunerati pronti a certificare la «sostenibilità», il contributo alla biodiversità delle politiche biocapitalistiche. Politiche che implicano la pulizia etnica di contadini, pescatori, allevatori, pastori, boscaioli accusati di non essere abbastanza ecologici e quindi da eliminare (come a suo tempo fecero i bolscevichi con i kulaki) non già con le fucilazioni e la fame ma soffocati dalla burocrazia , dalla trasformazione del territorio in un grande National Park. 

L’ideologia del ritorno salvifico dei grandi predatori a redimere la natura violata dalla specie umana nociva (identificata non con le multinazionali biocide e genocide ma con i suddetti piccoli produttori indipendenti) è perfetta per questi sordidi scopi sociopolitici.

Dietro Life ursus ci sono la lobby LCIE (Large carnivores initiative Europe)  e il WWF internazionale. Ma il WWF è l’anello di giunzione tra quel mondo di finzione rappresentato dall’animal-ambientalismo (nelle sue declinazioni accademiche, istituzionalizzate, fanatiche) e le multinazionali. Il ruolo del WWF nell’ambito dei circoli che contano delle élite capitalistiche mondiali è  lampante. Nel 1961 a fondare, l’aiuto della Shell, l’organizzazione c’erano sì le teste coronate (protagoniste della finanza di allora) ma, soprattutto, personaggi come il biologo Julian Huxley fondatore- correva il  1931 - di un influente think tank (Political economic planning, PEP) che indirizzò diversi aspetti della politica economica e sociale governativa britannica, un intellettuale cosmopolita e ambiguo legato al Foreign office e ai servizi ma anche al governo sovietico (era al tempo stesso «di sinistra» e lagato ai circoli capitalistici, prefigurando una simbiosi che oggi appare normale). Ovviamente era massone. 

Oggi il Wwf è, insieme a multinazionali quali Cargill (cereali), Novartis (ogm, chimica), Shell, Eni, Total, Coca cola, Crop-life (l’associazione dei pesticidi e degli ogm composta da BASF, Bayer CropScience, Dow AgroSciences, DuPont, FMC Corp., Monsanto, Sumotomo  e Syngenta) membro – unico tra gli ambientalisti -  di Friends of Europe uno dei più influente  think tank che opera a Bruxelles (think tank , «pensatoio», è un nome elegante per dire «lobby delle lobby») . Nei confronti di Bruxelles il Wwf ha svolto un’azione lobbystica per accreditare la certificazione privata RTRS (Round table for responsible soy) che rappresenta il cavallo di troia della soia ogm Monsanto  nel mercato europeo delle energie rinnovabili .  Risultato: nel 2011 la soia ogm «benedetta» RTRS (grazie al WWF) destinata a biodisel è stata accreditata dalla UE come «energia rinnovabile per un’agricoltura sostenibile» e subito importata  dal Brasile. A venderla la società  Amaggi una società partner del Wwf nel RTRS che annovera tra i soci alcuni tra i principali deforestatori del Brasile.  
Friends of Europe tra i suoi (pochi) esponenti italiani vede Mario Monti (che tutti ricordiamo amabilmente per via della riforma Fornero, e non solo), Giuliano Amato (quello del furto dei conti correnti in nome dell’Europa), Monica Frassoni, eurodeputata verde, Stefano Micossi (presidente CIR di De Benedetti e membro del comitato scientifico di Confindustria). Il Segretario generale dell’organizzazione è un lobbysta di professione Giles Merritt . 

Friends of Europe rappresenta una lobby strategica che si prefigge di «predigerire» gli indirizzi politici della UE. Tra i sei temi di cui si occupa campeggia «Greener Europe». Un modo per dire un’Europa con più biocarburanti, più politiche pseudo ecologiche per sostenere il profitto capitalistico, con più rewilding. Con più orsi e meno montanari. Mentre il business ambientalista si arricchisce con la vendita delle eco-indulgenze (in assenza di un Lutero ambientalista) vendute alle multinazionali della soia brasiliana e dell’olio di palma indonesiano, dove la deforestazione avanza e, anche con il sostegno del WWF, si cacciano le tribù native del Borneo per «proteggere la foresta».

Michele Corti

Michele Corti, milanese ma legato alla montagna da ascendenze famigliari e precoci frequentazioni è docente, non poteva essere diversamente, di zootecnia... di montagna presso l’Università di Milano (corso di laurea sulla... montagna).

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