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Quando il prof. Antonio Radice affrontò il tema del Simonino

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“Non ci siamo neppure accorti. Certo, avevamo letto sulla prima pagina del Il Brennero che erano state approvate le leggi sulla razza. Ma pochi leggevano i giornali e nessuno prese sul serio quel titolone. Credo che nessuno a Trento fosse contro gli ebrei”. Questo il ricordo – è di qualche giorno fa – davvero eccezionale di Antonio Sartori, nato nell’agosto del 1919 e che, mente e memoria lucidissima, abita in Corse Tre Novembre dove abitava anche nel novembre del 1938, l’epoca delle tragiche leggi.

Nell’articolo di fondo di quel giorno, il direttore Guido Gamberini dopo aver esaltato come di abitudine, gli accadimenti del fascismo, aveva cercato di spiegare che le citate decisioni erano contro “l’adipe borghese”. Poi erano arrivate le “veline” approvate dal Duce e prontamente pubblicate dai quotidiani, a dare il via alla corrente di odio contro gli ebrei esaltando il comportamento “indignato, ma lodevolmente corretto” del popolo tedesco e così a Trento, Il Brennero raccontando quella passata alla storia come la Notte dei Cristalli, testualmente scriveva: “Continuando in tutto il Reich le dimostrazioni antisemite per l’uccisione, a Parigi, del diplomatico Ernst Eduard vom Rath... dappertutto la polizia ha dovuto (sic!) intervenire a protezione dei giudei. In queste spontanee manifestazioni con cui la popolazione ha sfogato la propria esecrazione contro il banditismo internazionale giudaico, a nessun ebreo è stato torto un capello, nessun caso di saccheggio si è verificato. E’ eloquente il caso di una gioielleria del centro di Berlino. La moltitudine ha fracassato le vetrine, demolito l’arredamento ma ha scrupolosamente rispettato i preziosi esposti”. Questo era il giornalismo durante la dittatura: seguiva supinamente gli ordini di Benito Mussolini. Eppure quando era giornalista a Trento e poi direttore dell’ “Avanti!” a Milano si era battuto contro la censura e ogni forma di imbavagliamento della stampa ben presente agli inizi del Novecento più a Trento dove era forte il movimento irredentista, che nel resto dell’Impero e nel Regno d’Italia più nel profondo Sud che nelle regioni a Nord del Po.
Inoltre, quando, nel 1909, lavorava nella redazione de “il Popolo” di Cesare Battisti e di Ernesta Bittanti non scrisse un solo rigo attorno agli ebrei, né nel libro “Il Trentino veduto da un socialista” stampato a Firenze nel 1911 si contemplano frasi di razzismo. Appellava i cattolici come “sepolcri imbiancati”, oppure “bisce d’acqua”. Contumelie, certo, al pari delle sferzanti risposte che riceveva dal giornale diretto da Alcide Degsperi, ma nella raccolta – in vero non completa – degli articoli scritti dal futuro Duce del fascismo sul quotidiano socialista, non si trovano frasi di giudeofobia. Comunque è storicamente provato che nell’area culturale italiana, non ci sono tracce, almeno fino all’ autunno del 1938, di avversità verso l’ebraismo. Intervistato dal “New York Times”, l’articolo è del 23 giugno del 1937 e la pagina era, almeno fino al 1985 incorniciata nella sala-biblioteca del quotidiano, il Duce affermò, contrapponendosi aspramente ad Hitler, “mai farò discriminazioni razziali o religiose in Italia. Gli Ebrei saranno trattati come tutti gli altri italiani finché rispetteranno le leggi”.
Mai i tedeschi avrebbero, il condizionale è d’obbligo, fatto pressioni sul governo fascista per indurlo a perseguitare gli ebrei, né i nazisti informarono l’alleato fascista di cosa stava accadendo in Germania, in Polonia, comunque dove sventolava la Svastica, che è un simbolo dell’induismo riprodotto migliaia di volte in un tempio indiano eretto in cima ad una ripida collina. La tragedia degli ebrei rimase un terribile segreto fino al processo di Norimberga e a quello, in Israele, contro Otto Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio del popolo ebraico; soprattutto i due avvenimenti giudiziari squarciarono il paravento di silenzio sull’orrore dei campi della morte di massa. Certo, dopo il 1943 trapelarono molte informazioni raccolte dal Vaticano e dalle organizzazioni della Croce Rossa internazionale, ma le notizie – questo lo ha scritto lo studioso Antonino Radice – “rimasero bloccate dalla incredulità per crimini così orrendi, o dal calcolo politico, o da pietoso opportunismo”.
Quel Mussolini che nel 1934 dichiarò ad un rappresentante del comitato organizzatore del congresso ebraico mondiale “conosco Hitler, è un imbecille ed un cialtrone fanatico. Voi ebrei siete più forti di Hitler”, quattro anni più tardi agì di sua volontà, in piena autonomia. Nell’immaginario di molti gerarchi di provincia, poco attenti al succedersi degli eventi, le leggi razziali dovevano essere un diversivo politico, un segno di appoggio al Führer, un modo per tenerselo amico; non tutti, forse, si resero conto che quello che avevano applaudito stava diventato un odioso, gigantesco crimine contro la dignità dell’uomo. E che l’amicizia con Hitler avrebbe portato l’Italia nella sciagura della guerra.

Tutto cominciò alla fine del 1938, l’anno nel quale si profilava, anzi cominciava a fare passi più spediti, dopo quella politica nata con l’ aggressione all’Etiopia, l’alleanza militare fra l’Italia fascista e la Germania nazista. La tragedia divenne devastante dopo l’8 Settembre del 1943 a Merano, Roma, Trieste dove erano più numerose le comunità ebraiche. Le armate germaniche occuparono l’Italia e le truci angherie commesse dal fascismo divennero deportazioni verso i campi di sterminio.
Un cenno, doveroso, sulla figura di Antonino Radice, l’uomo che ha esaminato e pubblicato nel 1984 il Diario di Ernesta Bittanti-Battisti. Partigiano, studioso della storia, era nato a Bronte nel 1917. Completato brillantemente gli studi, dalle falde dell’ Etna fu trasferito a Trento per il servizio militare e poi sul fronte libico prima a Tobruck quindi ad El Alamein a combattere gli inglesi, trovandosi in prima linea con Remo Wolf pittore, incisore, grandissimo artista trentino. La notte del 9 settembre 1943 era ufficiale di picchetto nella caserma “Cesare Battisti” di via Maccani, la prima attaccata dai tedeschi dove il primo italiano ad essere ucciso fu Mario Bailoni da Vigolo Vattaro, quella notte sentinella all’ingresso dell’ edificio attaccato dai carri armati. Quella notte, Radice combatté strenuamente meritando la medaglia d’argento al valor militare, con Alboino de Julis, Domenico Caramaschi, Nello Sichel, Damiano Bifano, Riccardo Bonazzi, Ferdinando Dalfollo, Vincenzo Longobardi, Silvio Nardo, Bruno Piscini, Ferruccio Tabai, Mario Tomasi e quell’ Enzo Mirigliani che fu il celebre patrono di Miss Italia. Ferito, portato all’ospedale, curato dal dr. Mario Pasi e dall’infermiera Carmela Moser poi sposata Grisenti venne dal medico e dall’ infermiera aiutato a fuggire. Raggiunse Cagnò in Val di Non dove incontrò e sposò Bice De Pretis. Finita la guerra si mise al servizio della scuola prima a Trento poi a Merano e Riva del Garda come insegnante e come preside, dirigendo come ultimo atto della sua carriera il neonato Liceo scientifico “Leonardo Da Vinci” e tenendo anche corsi di Latino all’Università di Padova. Ha scritto molti saggi sull’ attività culturale del Trentino e del Sudtirolo compiendo ricerche sulla resistenza e sull’illuminismo sudtirolese.

Suo il veemente richiamo alla verità storica sulla vicenda del Simonino, il “beato declassato” immagine che improvvisamente ricomparve il 9 febbraio del 1979 con una sorta di “supplica” portata nella redazione di Trento del giornale Alto Adige da un gruppo di militanti del “Sodalizio Cattolico” che aveva sede a Ferrara. Scritta con inchiostro azzurro, con riprodotta la xilografia di Hartmann von Schedel del 1493 intitolata “Il Martirio del Simonino” ha per titolo “Ridateci San Simonino!”. Questo il testo: “Il 23 marzo 1475 il piccolo Simonino da Trento, secondo Papa Benedetto XIV fu crudelmente messo a morte in odio alla fede. Papa Gregorio XIII ne iscrisse il nome nel martirologio col titolo di santo. I trentini hanno sempre venerato il Beato Simonino come loro patrono e celeste protettore. Com’è possibile che nel 1964 alla semplice richiesta di tal Gemma Volli, Mons. Gottardi abbia chiuso la cappella del beato (nella chiesa di San Pietro), ne abbia occultato il corpo e soppressa la processione? Com’è possibile che nel 1965 la Congregazione dei Riti ne abbia soppresso il culto? Dei non cristiani possono costringere a togliere i santi dal paradiso? Può la chiesa aver preso in giro i trentini per 400 anni? Si può occultare il corpo di un martire? Unitevi a noi per ottenere che venga svelato dov’è nascosto il corpo del beato Simone; che sia immediatamente ristabilito il suo culto. Beato Simonino, prega per noi”.

Assieme al volantino i militanti del citato Sodalizio si presentarono con Anneliese Kappler seconda moglie dell’ufficiale delle SS Herbert Kappler, comandante a Roma, della polizia nazista. Portava un cartiglio con stampato il necrologio del marito morto a Soltau in Germania un anno prima, l’8 febbraio del 1978. Nella notte del Ferragosto del 1977 Kappler se ne era andato dall’ospedale militare del Celio dove era ricoverato e l’auto guidata dalla moglie, sulla quale viaggiava diretta al Brennero, attraversato grazie ad un accordo fra il Governo italiano e quello di Bonn (la Germania era ancora divisa in due) era stata abbandonata nella stazione di servizio Paganella Est dove, per beffa, svitato l’apposito dado, era stato svuotato il serbatoio dell’olio. Poiché il motore era stato tenuto acceso, si era grippato.

(11, continua)

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