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Le leggi razziali, e l'articolo di Indro Montanelli

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Le leggi razziali e l’ articolo di Indro Montanelli. Il titolo a tutta pagina su “Il Brennero-Quotidiano Fascista Tridentino” di venerdì 11 novembre 1938 è a caratteri di scatola: “L’ approvazione delle leggi razziali”. A metà pagina, l’altro annuncio: “Ondata di fierissima indignazione - antiebraica in tutta la Germania”. Per una casuale coincidenza proprio in quel giorno cominciava nel Reich l’orrore della “settimana dei cristalli” con sinagoghe, abitazioni, botteghe ebraiche incendiate e molti ebrei trucidati. I testi dei due articoli erano arrivati da Roma alla redazione che si apriva al numero 6 di via Zanella; bastava passarli ai linotipisti e poi all’ impaginatore per annunciare ai trentini quell’orrore che segnerà lo stermino degli ebrei e un capitolo vergognoso nella storia d’Italia.

Sulla prima pagina del quotidiano si legge che “il Consiglio dei Ministri è tornato a riunirsi stamane 10 novembre a Palazzo Viminale sotto la presidenza del Duce” per assumere “energiche misure per la difesa della razza” sintetizzate nel sommario: “Il matrimonio di cittadini italiani di razza ariana con appartenenti di altra razza[è] vietato – Le misure per il trattamento giuridico degli ebrei – Limitazione di diritti ed esclusione dagli impieghi nelle pubblica amministrazione, divieto di fissare stabile dimora nella Penisola, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo, revoca delle concessioni di cittadinanza italiana accordate dopo il 1919, obbligo di abbandonare i territori del Regno entro il 12 marzo dell’Anno XVIII”, cioè il 1939 perché il Duce decidendo di mutare anche il calendario, aveva creato “l’ era fascista” adottando come data di inizio quella del giorno successivo alla marcia su Roma, che avvenne il 28 ottobre 1922; il primo anno della “nuova era”.

Mussolini aveva deciso il primo luglio del 1938 di infiggere “un poderoso cazzotto nello stomaco della borghesia” introducendo l’uniforme per gli impiegati statati, che comportava un considerevole onere di trecento milioni, affermando che “la divisa agli impiegati è la riforma della burocrazia. Ricordatevi: l’abito fa il monaco” e poi, sul modello germanico, assumere un “atteggiamento deciso” verso la politica antiebraica. L’ordine era di “affrontare la questione razziale. Bisogna mettersi in mente che noi non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli… Siamo evidentemente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal nord e quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri”.

Si cacciarono gli insegnanti ebrei dalle scuole nel quasi totale silenzio degli italiani. Con qualche rara eccezione raccontata il 28 gennaio del 2020 dal giornale “l’Adige” dove Chiara Zomer ha ricostruito la vicenda del professor Ennio Gallico docente di Scienze all’Istituto Fabio Filzi di Rovereto, cacciato dalla scuola “perché ebreo nell’Italia di allora, che aveva appena emanato le leggi razziali… per genuflessione all’alleato tedesco. Da un giorno all’altro restò senza stipendio. I colleghi rimasero zitti. I genitori degli alunni rimasero zitti. Uno solo scrisse una lettera di solidarietà: il preside Ravagni”.

Adesso Ennio Gallico è stato idealmente reintegrato in quella scuola che 82 anni fa aveva dovuto abbandonare. Certo, c’è voluto del tempo, molto tempo.

Fra i giornali solo “Il Piccolo” di Trieste diretto da Rino Alessi prese le difese degli ebrei sostenendo che la città rappresentava un caso speciale perché gli ebrei avevano sempre ricoperto posizioni di prestigio, perché Trieste era, con Trento, la città redenta e gli ebrei triestini erano, tutti, italianissimi e di provata fede fascista.

E nel Trentino? Non c’era un “problema ebraico” perché secoli prima la comunità ebraica era stata distrutta, bandita e indicata quale responsabile dell’omicidio del Simonino. Si narrava, ma probabilmente è una leggenda, che il giorno dell’ annuncio delle leggi sulla razza un manipolo di camicie nere si fosse recato alla chiesa di San Piero per rendere omaggio alla salma del bimbo «trucidato dai “perfidi ebrei”», trovando però il portale chiuso.

L’antisemitismo e il razzismo mancavano in Italia di qualsiasi reale consistenza e tradizione. C’era in alcuni settori del clero e i particolare fra i gesuiti della “Civiltà cattolica”, un’impronta in chiave antibolscevica che, come scrive Renzo De Felice nella enciclopedica storia sul fascismo, indicava l’ebraismo come padre e anima di tutte le rivoluzioni.

Tra i fascisti della “prima ora”, cioè quelli ante Marcia su Roma, c’erano più di duecento ebrei, numero notevole in relazione alla scarsa consistenza dell’ebraismo in Italia. Erano ebrei ufficiali del Regio Esercito come il maggiore Cesare Pettorelli Lalatta, quello del Sogno di Carzano, vice capo del servizio Informazioni della 1ª Armata (il capo era Tullio Marchetti di Bolbeno).

L’unico vero antisemita era stato Giovanni Preziosi, direttore nel 1920 de “La Vita italiana” arrivato al fascismo attraverso il nazionalismo di Ettore Tolomei. Appunto Preziosi elaborò le linee di un antisemitismo in perfetta consonanza con le tesi naziste; Hitler con un articolo firmato “un bavarese” collaborò alla citata rivista dove vennero ricalcate tutte le argomentazioni naziste, a cominciare da quella sulla congiura mondiale dell’ebraismo, attingendo largamente a quel grossolano falso che porta il nome di “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”.

Si schierarono alcuni studiosi subito indicati come scienziati tra i quali figurava un solo nome di rilievo, quello dell’endocrinologo Nicola Pende. Sottoscrisse il “Manifesto degli scienziati razzisti” dove si legge che “la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana… e i caratteri fisici e psicologici puramente europee degli italiani non debbono essere alterati in nessun modo”.

Il Re Vittorio Emanuele III domandò solo un po’ di attenzione agli ebrei ex combattenti nella Grande Guerra; era ebrea anche Margherita Sarfatti, una delle amanti del Duce, scrittrice e critica d’arte. Di Mussolini scrisse una delle prime biografie intitolata “Dux” che uscì quasi immediatamente in un’edizione in inglese dal titolo “The life of Benito Mussolini”.

Il libro ebbe un successo enorme soprattutto all’estero (17 edizioni, tradotto in 18 lingue, un milione e mezzo di copie vendute). Per le leggi razziali Margherita Sarfatti se ne andò in Argentina. Tornò in Italia nel primo dopo guerra vivendo a Cavallasca presso Como per morire a 81 anni nel 1961. L’archivio di Margherita Sarfatti è conservato all’ Archivio del 900 del Mart di Rovereto, che le ha dedicato recentemente una bella mostra.

Sulle leggi razziali vale la pena leggere quanto scrisse nella primavera del 1998 Indro Montanelli, testimone di quell’epoca, oggi accusato di razzismo da chi, forse, poco conosce il suo intenso lavoro di giornalista. “[Le leggi] furono motivo di sgomento per gli ebrei e di indignazione per la stragrande maggioranza degli altri italiani” e basterebbe questa frase per cogliere il pensiero del giornlista. “Ne apparve chiara, immediatamente, la estraneità non soltanto alla storia del Paese, ma alla storia stessa del fascismo. L’idea razzista era stata, in Italia l’idea di pochi, inascoltati, e per lo più disprezzati profeti, e almeno fino al 1936 Mussolini l’aveva respinta”. Un censimento del 1938 registrava la presenza nella Penisola di 47 mila ebrei, l’uno per mille della popolazione. Oltre la metà erano concentrati in tre città: Roma, Milano, Trieste e circa 300 a Merano dove già nel maggio 1931 era stata creata la “Auslandsorganisation” del “Nsdap” ovvero l’organizzazione estera del partito nazionalsocialista tedesco che aveva in realtà l’incarico di creare nel Sud Tirolo nuclei nazisti locali, o meglio volenterosi seguaci di Hitler.

Non c’erano mai stati tentativi o tentazioni di pogrom; nel 1918 le truppe polacche fecero un sanguinoso pogrom a Leopoli e nel  1919 a Vilnius. In Italia non c’era un problema ebaico. Continua Montanelli: “La più alta e tragica protesta contro l’odiosa persecuzione fu espressa dall’editore Angelo Formiggini, quello dei “Classici del ridere”. A Modena, vestito inappuntabilmente come per una cerimonia, si gettò dalla Ghirlandina, l’altissima torre che domina la città. Con l’eleganza che lo distingueva, Achille Starace gli dedicò questo epitaffio: E’ morto proprio come un ebreo. Si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.
Questa era l’Italia delle leggi razziali; le leggi sulla razza costituirono un passo decisivo sulla strada di un sempre più stretto accordo con la Germania e persino Roberto Farinacci il più aperto sostenitore dell’alleanza con Hitler non nutriva nei confronti degli ebrei i pregiudizi tipici del vero antisemita. Eppure il “Ras di Cremona” era stato fra i principali artefici della scellerata decisione delle leggi contro gli ebrei, anche se la sua adesione alle teorie razziali tedesche non fu totale. Infatti nei tedeschi lui vede principalmente gli artefici di una nuova ideologia più pura da contrapporre al fascismo italiano ormai imborghesito e il razzismo diventava il pegno da pagare. Però continuò a tenere molto cara la sua segretaria, Jole Foà, che era ebrea. Che nel dicembre del 1943, quando ormai l’Italia del Nord era nelle mani della Germania venne arrestata e nell’aprile del 1944 deportata ad Auschwitz dove morì il 21 gennaio 1945.

(9. continua)

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