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L’arresto di Clara Marchetto e l’ accusa di spionaggio

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Clara Marchetto maestra elementare di Pieve Tesino venne arrestata a Bordighera l’8 maggio del 1940, alla vigilia della guerra, mentre stava per portare in Francia i piani della corazzata Littorio. L’ arrestarono i Carabinieri Reali dopo le indagini dell’Ovra, acronimo di Opera vigilanza repressione antifascismo. La Regia Nave Littorio era una corazzata da 35 mila tonnellate, la più moderna e la più possente fra le navi da battaglia varate in Europa e negli Usa alla fine degli anni Trenta. Doveva difendere il Mar Ligure dalle incursioni della flotta francese e inglese che potevano minacciare le città costiere italiane. Clara Marchetto nata nel 1911 quando regnava Francesco Giuseppe, aveva cominciato a lavorare come maestra a Roncegno e nel 1935 aveva sposato Giusto Antonio Gubitta, nato a San Stino di Livenza impiegato nei cantieri Ansaldo, il grande complesso industriale che aveva appena varato la nave da battaglia con dipinti sulla prua – a dritta e a sinistra – il fascio littorio stilizzato – così si affermò – da Fortunato Depero.

Una vicenda che è un rebus con una certezza giudiziaria dettata dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Tribunale ovviamente di parte e del partito fascista. Però la storia ha confermato l’azione di spionaggio che portò al processo 37 persone; il 21 dicembre 1940 il tribunale, con sentenza n. 201, condannò i due coniugi e altri 25 imputati per spionaggio militare. Condanna alla fucilazione, ma per Clara e suo marito la pena venne commutata in ergastolo. L’uomo venne trasferito nel penitenziario dell’isola di Santo Stefano, la Marchetto nel carcere femminile di Perugia. Venne liberata il 19 giugno 1944 dalle truppe anglo-americane perché indicata come prigioniera politica.

Raccontava il giornalista Mario Paoli di Pergine, dal 12 settembre del 1943 e fino alla fine della guerra direttore del giornale “Il Trentino” che portava nella testata la dizione “Quotidiano del Partito Fascista Repubblicano” e aveva sostituto il quotidiano “Il Brennero”, che la Marchetto non tradì per denaro ma perché più che antifascista era profondamente anti italiana. Si sentiva austriaca. È altrettanto certo che, alla vigilia della guerra, il suo tradimento mise a repentaglio la vita dei duemila marinai imbarcati sulla nave da battaglia.

Finita la guerra tornò subito nel Tesino per entrare nel Movimento separatista, l’ Mst per passare nell’ ASAR, l’ Associazione Studi Autonomistici Regionali, formazione politica con oltre centomila iscritti, che mirava ad una totale autonomia del Trentino dal Regno d’ Italia. Nell’ultimo congresso asarino propose l’ unificazione con la Svp, il partito autonomista sudtirolese l’unico che ancora sopravvive al crollo o ai radicali mutamenti degli altri partiti nati dalla Resistenza. Con il citato congresso cominciò la vita del Partito del Popolo Tirolese Trentino; alle elezioni regionali del 28 novembre 1948 ottenne il 16,83%, pari a 33.137 voti. Clara Marchetto venne eletta con 1149 preferenze, ma non la fecero entrare nel Consiglio regionale. La condanna del tribunale fascista, infatti, risultava ancora valida e anziché essere considerata, mutato il clima politico, un merito, fu per la Marchetto motivo di interdizione politica. Ovviamente non poté esercitare il suo ruolo di Consigliere regionale; il 1 febbraio 1949 le subentrò Cornelio Ropelato, primo dei non eletti.

Era il 1948 l’ anno tumultuoso del pieno ritorno alla democrazia quando il professor Umberto Corsini che aveva potuto leggere i fascicoli relativi ai processi del Tribunale speciale, durante un comizio in Vallarsa rinfacciò il passato di detenuta della Marchetto indicando i motivi della condanna. Corsini, nella Valle di Sole aveva creato un movimento di resistenza e negli ultimi giorni di guerra, mediante trattative con i soldati tedeschi in ritirata, scongiurò inutili atti di violenza, rappresaglie e rovine, aiutato anche, nei primi giorni del maggio 1945, da una provvidenziale bufera di neve che accompagnò la ritirata della divisione fascista “Tagliamento”. Corsini era un importante esponente del Cln, il Comitato di liberazione nazionale e quando si scagliò contro la Marchetto era già uomo di punta del Partito liberale italiano, il Pli, ma anche attento studioso della storia trentina.

Rincarò la dose Flaminio Piccoli, anche lui del Cln, personaggio di spicco nella Dc trentina. Sul giornale “Liberazione Nazionale” aveva fatto riemergere il perché della condanna a morte poi tramutata nell’ergastolo della Marchetto. I giornali dell’epoca pubblicarono articoli feroci, in vero anche fantasiosi, e quello con il titolo “Cupidigia di leccare le scarpe altrui - bramosia di fare i servi” apparso sul periodico “Panorami” ed attribuito a Piccoli, subito querelato dalla donna. Il giornale l’aveva accusata di aver collaborato per danaro, con il Deuxième Bureau de Etat-major général, uno dei servizi di informazione militari francesi, sciolto nel giugno del 1940 quando la Francia si era arresa alle truppe dell’Asse.  

L’8 gennaio 1949 i giornali diedero notizia che la Marchetto era stata minacciata di morte da alcuni marinai superstiti di siluramenti durante la guerra. Lei rispose a mezzo stampa di essere stata incarcerata un mese prima che l’Italia entrasse in guerra; difesa molto traballante, destinata a far crescere la tensione attorno all’ imminente processo. L’11 gennaio si tenne la prima e unica udienza perché il 1 febbraio 1949 la donna venne arrestata con la motivazione che era stata messa in libertà in maniera illegale. Il giornale “Alto Adige” scrisse un articolo molto duro dicendo che le stava meglio indossare la casacca a righe degli ergastolani che quell’abitino da quattro soldi comperato per entrare in Consiglio. Venne ricondotta a Perugia e nel novembre 1949 ottenne la libertà provvisoria, in attesa della revisione del processo. Nel frattempo, Piccoli era stato assolto dall’accusa di aver offeso la reputazione della Marchetto e lei condannata al pagamento delle spese processuali.

Nel 1950 la Marchetto espatriò ad Innsbruck, poi volò in Tunisia e venne accolta in Francia, a Parigi. Nel 1951 il deputato Giovanni Aliatta di Montereale presentò un’interrogazione al Ministro degli Esteri per sapere se “la nota spia Clara Marchetto” fosse espatriata clandestinamente o con regolare passaporto. Tre anni dopo, nel 1953, a seguito del riesame del processo, venne condannata a 15 anni e 4 mesi di carcere per rivelazione di segreti di Stato e partecipazione a complotto politico. La pena le venne condonata; tornò brevemente nel Tesino solo nel 1979. In quell’anno venne pubblicato il suo libro “Non c’è storia del Trentino senza il Tirolo”. Poi tornò a Parigi dove rimase fino alla morte.

(2. Continua)

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