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Il sequestro Moro/25

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Aldo Moro poteva essere salvato. Non da una trattativa fra lo Stato e le Br, non con lo scambio di prigionieri, ma con una operazione di polizia. Scrisse il senatore trentino Giorgio Postal: “E’ noto oggi che il Psi di Craxi e Claudio Signorile tentò di salvare la vita di Moro, anche attraverso i massimi esponenti di Autonomia Operaia Franco Piperno e Lanfranco Pace. Ed è altrettanto noto che questi ultimi ebbero, durante il periodo del sequestro, un certo numero di contatti con Valerio Morucci e Adriana Faranda indicati come i postini delle Br”. Lo scrive Postal. Lo scrive Sergio Flamigni, parlamentare del Pci dal 1968 al 1987 che, con Postal, ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, certamente due personaggi autorevoli e conoscitori, con Marco Boato anche lui parlamentare, della storia di quei 55 giorni di agonia di Moro e dell’Italia.

Appunto Flamigni scrive che a Roma, all’Hotel Raphael, il quartier generale del Psi, Craxi accompagnato dal senatore Landolfi incontrò Lanfranco Pace che, ma questo lo si seppe molti anni dopo il delitto, incontrava Morucci e Faranda, abboccamenti “numerosi e preordinati, ben fissati negli orari e nei luoghi” come stabilito dall’inchiesta del giudice Rosario Priore. Morucci e Faranda erano i postini dei brigatisti che custodivano Moro; più esattamente da un brigatista – probabilmente Mario Moretti – ricevevano gli scritti del prigioniero e i documenti delle bierre con l’obbligo di recapitarli agli indirizzi indicati. Il loro compio era di collocarli nel luogo prescelto, fare una telefonata – da un telefono pubblico e con un gettone – attendere l’arrivo della persona che doveva raccogliere il messaggio, osservala mentre frugava e se ne andava. Succedeva anche a Trento dove un cronista dell’ “Alto Adige” raccolse un messaggio lasciato in una cabina telefonica di via Pio X dal componente di una “banda” che tentava di emulare le Br.
E’ facile pensare che Lanfranco Pace, se fosse stato accortamente pedinato, poteva portare alla coppia Morucci-Faranda, quindi a quel Moretti che portava fuori dalla “prigione del popolo” lettere e documenti. Agganciato Moretti, uomini di un reparto speciale potevano arrivare al covo. Scriverà Anna Laura Braghetti: “Nessuno dei due il riferimento è a Morucci e Faranda), pur essendo militanti esperti ed affidabili e politicamente tutt’ altro di secondo piano, faceva parte dell’esecutivo. Credo volessero essere loro quelli che avrebbero incontrato frequentemente Mario Moretti per prendere in consegna le lettere del presidente, perché assumersi un compito così delicato avrebbe garantito occasioni di discussione e di influenza”. Dunque incontravano Moretti e un pedinamento poteva avere successo.

Sarà Anna Laura Braghetti la brigatista titolare dell’appartamento-prigione, la donna che ha ricostruito i 55 giorni di Moro nell’unico libro che racconta puntualmente la tragedia, a fissare la vicenda. “A metà aprile i socialisti cercarono, e senza accorgersene trovarono, un contatto con le Br. Arrivarono molto più vicini a noi di quanto riuscirono a capire. Signorile, il vice di Bettino Craxi, aveva mandato a chiamare due dirigenti del disciolto Potere Operaio, appunto Lanfranco Pace e Franco Piperno. Chiese loro che cosa avessero in mente le Brigate Rosse e di che cosa si sarebbero accontentate… Accettarono una sorta di mandato esplorativo”. Pace era stato nell’autunno del 1977, per breve tempo, nelle Br “rivelandosi un pessimo acquisto” perché giocava a poker, ma con Piperno “conosceva molto bene Adriana Faranda e Valerio Morucci, i nostri postini [attraverso di loro] Pace fece arrivare ai suoi vecchi compagni di militanza la richiesta di un appuntamento. Mario Moretti autorizzò. Si era ormai intorno al 20 aprile. L’incontro avvenne in un ristorante del centro [di Roma]”. Ecco il primo degli incontri che portarono i vertici del Psi a pochi passi dal covo-prigione.

Craxi, Signorile e Landolfi non avevano creato un “ufficio di suggeritori”, non afferrarono l’importanza derivata dal contatto con Pace e omisero di rivolgersi alla magistratura. Scriverà il giudice Priore: “Se la circostanza fosse stata riferita all’autorità di polizia o a quella giudiziaria, si sarebbe forse potuto avviare un meccanismo di pedinamento e passare da Pace a Morucci, addirittura a Moretti e da quest’ultimo a Moro. Quindi se questo fosse stato denunciato, forse le cose avrebbero preso una piega completamente diversa”. Priore, questo lo scrive Flamigni, “esprimerà una censura nei riguardi dei tre uomini politici”.
Sempre dallo scritto della Braghetti: “Signorile dice senza mezzi termini, che sente di avere una sorta di responsabilità personale per ciò che avvenne. Non si rese conto di essere stato ad un passo dal risultato, che a suo parere, consisteva intanto nel dire, magari non con queste parole, che le Br erano una delle forze politiche nella tempesta dell’Italia di quegli anni”.

Vent’anni dopo anche Craxi riconoscerà lo sbaglio: “Fu un errore, un tragico errore in quanto facendo pedinare Pace, forse li avremmo presi” e prendendo anche la Bracchetti si sarebbero evitati altri orrendi omicidi. Forse. E’ un’ipotesi. Ma questa vicenda, quella che più di tutte le altre andò vicina al covo dei terroristi, si può leggere sulle pagine di “la Repubblica” del 15 marzo 1998.

(25. Continua)

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