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Il sequestro Moro/12

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Trattare con le Brigate Rosse per salvare Moro? Scarcerare detenuti comunisti per liberare il presidente della Democrazia Cristiana? Nella sede della Dc di via San Francesco c’ è un concitato dibattito. Ci sono Ermanno Holler, Giorgio Cogoli, Fernando Cioffi, Rino Rocco Perego, Enrico Pancheri, Giorgio Grigolli. Si attende una telefonata da Flaminio Piccoli che è a Roma, a Piazza del Gesù, con Giorgio Postal. Ma il telefono non squilla. La gente nella sala piena del fumo di troppe sigarette consumate in fretta è molto perplessità di fronte alla notizia, falsa ma pubblicata da quasi tutti i giornali, che le bierre chiedono, a riscatto di Moro, le dimissione di Giovanni Leoni da Presidente della Repubblica, sessanta miliardi di lire, la confessione dei “crimini commessi dalla Dc”.

È il 10 di aprile del 1978; a Genova è stato gambizzato Felice Schiavetti presidente dell’Assoindustriali; è confermato che le Br hanno diffuso il comunicato numero cinque e uno scritto di Aldo Moro contro Paolo Emilio Taviani accusato dal presidente prigioniere di aver dato parere favorevole alla trattativa ai tempi del sequestro del magistrato genovese Mario Sossi. Da tempo, Tavani aveva smentito; dalla prigione del popolo, Moro aveva rincarato la dose e nella sede della Dc non si sapeva cosa pensare. E allora si accennò ad un nucleo eversivo composto da taluni trentini, emuli delle  Br, che si accodavano ai cortei indossando eskimo, passamontagna per gridare “Curcio libero” e sentirsi rispondere  da qualche beffardo borghese “e Bacigalupo in porta”.

A Trento non c’erano attorno alle Br veri e propri fiancheggiatori, ma simpatizzanti e così erano stati addottati slogan come: “I brigatisti sono compagni che sbagliano” e “né con lo Stato né con le Br”. Sbagliavano, ovvio. Ma erano pur sempre compagni e quel restare nel limbo senza schierarsi o con lo Stato o con le bierre, sembrava una benevola attesa per vedere cosa sarebbe successo. Comunque c’era in giro un’aria di complicità, non con la strage, sia ben chiaro, ma con l’idea di abbattere la Dc. Del resto molti giovani entrati nella clandestinità erano figli o nipoti di quanti avevano combattuto la guerra partigiana nelle file del Pci e avevano mal sopportato la sconfitta nelle urne nell’aprile del 1948.

C’era stato un altro spunto di dibattito:  l’intervista a Leonardo Sciascia. Il giornalista Alberto Stabile di “la Repubblica” gli aveva chiesto: “I brigatisti sembrano aver definitivamente imboccato la strada della violenza più sfrenata” e il grande scrittore aveva risposto: “Si può capire che ci siano, specialmente tra i giovani, delle persone che vivono follemente l’ideologia rivoluzionaria e che non vedono altra possibilità che la violenza, per rompere il contesto. Un contesto opprimente sopratutto per i giovani, che non so quali prospettive possano scorgere in questa società”. Poi lo scrittore farà parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e l’assassino di Moro con una forte critica alla ”linea della fermezza”. Infatti, con la sua autorevolezza, si era prodigato per la trattativa con le Br: categoricamente rifiutava ogni forma di violenza pur restando fortemente critico su quello che chiamava “potere costituito”.

In quei giorni l’attenzione di Sciascia, lo si legge sui giornali dell’epoca, era per il linguaggio di Moro che “affiora dentro una più vasta e disperata visione delle cose italiane… sintomi del correre verso il vuoto di quel potere democristiano che era stato la pura e semplice continuazione del regime fascista”. Si dibatteva, si discuteva, si scriveva ma in pochi si erano accorti dello zelo postale in una organizzazione che aveva la sua sopravvivenza nella più ferrea segretezza. Nei 55 giorni di prigionia di Moro, i fiancheggiatori recapitarono, non senza rischio e ai vari indirizzi, almeno settanta lettere del presidente. Dunque, un’ attività di “postini” che ha tenuto in tensione le loro risorse logistiche brigatiste.

Già nei primi comunicati, i “giudici” di Moro avevano affermato “che nulla sarà nascosto al popolo” per accorgersi che il presidente rapito non possedeva quei segreti che speravano di carpirgli.  I giornali usavano le espressioni come “il grande statista”, “il grande leader”, “il leader prestigioso” e il segretario generale dell’Onu lo definì “uno dei più eminenti statisti d’Italia”. Moro difendeva la sua vita; sia pure confusamente aveva visto cosa era accaduto attorno a lui in via Fani e, abilmente, cercava di allungare i tempi,  guadagnare giorni ed ore in quella trattativa. Rimase “vigile, accorto, calcolatore… pur vivendo nell’incubo di una costante minaccia di morte”.

Le due fotografie scattate nella prigione del popolo che hanno come sfondo il drappo delle Brigate Rosse, testimoniavano che il prigioniero era vivo. Ma quel mostrarlo, sottolineava la volontà di concludere una trattativa. In pubblico, Moro appariva in preda ad una profonda noia, un’antica stanchezza. Distacco e apatia che scompare nella lettera indirizzata a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti, Cossiga dove ricorda che “il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza”.

Scrive quel “tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità e senza aver subito alcuna coercizione… tanta lucidità almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetta”. Poi quel tragico “mi sento un po’ abbandonato da voi… Che Iddio  vi illumini e lo faccia presto, com’è necessario” con l’immancabile, e forse beffardo: “I più affettuosi saluti”.

(12. Continua)

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