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Vigo Cavedine, 1873: quando il virus era il colera

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Vigo Cavedine, agosto 1873. C’ è, improvvisa, un’epidemia di colera che s’annuncia devastante e può dilagare in tutti i borghi della Valle dei Laghi. E c’è un ordine immediato: un cordone sanitario sorvegliato dai gendarmi che isola il paese con l’ordine di stare tutti a casa per salvarsi e per salvare. Come oggi sta accadendo in tutto il mondo.

A scoprire quella vicenda raccontata con precisione attraverso i documenti dell’epoca, è stato Walter Cattoni che ha già ricostruito molti momenti storici della “Val del Vent” attraverso le testimonianze raccontate anche da capitelli, cappelle, chiese e raccolte di ex voto presenti sul territorio, eretti e gelosamente conservati dalla popolazione come testimonianza di richieste di aiuto, protezione divina e ringraziamento. Una storia antica che oggi si ripete con quell’ordine di stare a casa e, – fisicamente – lontano dagli altri. Per cercare di rompere il contagio.

Era il 21 agosto di quel 1873 quando a Vigo Cavedine si manifestò un focolaio di colera o meglio, il medico condotto chiamato d’urgenza nel paese si trova di fronte ad una situazione che non riesce a diagnosticare. Racconta Cattoni: «Viene avvisato il capo comune Francesco Nicoletti che si reca a Vezzano, allerta il medico di quel borgo che il giorno seguente, dopo attenta analisi, dichiara: è colera».
Era quel morbo tristemente comune per via della mancanza di igiene, dell’acqua inquinata, delle stalle e dei  letamai in mezzo alle case, reso popolare dalla ballata che racconta l’ultima ora di Venezia assediata dagli austriaci e minata dal colera nell’ anno del “quarantaeoto” glorioso per i tirolesi tragico per l’italico Risorgimento, con quel “Ehi! Della gondola qual novità? Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”.

Dunque, colera micidiale ma che il medico di Vezzano sa affrontare. Ecco arrivare a Vigo Cavedine una «commissione capitanale che ordina subito la chiusura della frazione con un cordone sanitario sorvegliato da guardie onde impedire l’uscita degli abitanti dal paese e l’entrata di estranei».

C’è l’ordine di restare in casa, di non andare in chiesa, all’osteria, a far legna. Possiamo pensare che quella disposizione venne gridata dal banditore che, accompagnato da un gendarme, attraversò le vie del paese. Proprio come sta accadendo in questi giorni con le camionette dai vigili del fuoco che percorrono strade e piazze ricordando a tutti l’obbligo di un civico dovere.

L’Imperial e Regio governo si muove molto bene e con tempestività. Inizia l’opera di soccorso con il rifornimento di generi alimentari e di medicine, fra le quali, forse, primeggiava l’acqua di riso. Probabilmente si puliscono strade e abitazioni; si era convinti che «l’aria faceva male se puzzava» e già nel 1842 era raccomandata la rimozione dei rifiuti umani, degli ammassi di letame, la pulizia di fontane e lavatoi e si suggeriva un costante giro d’aria nelle abitazioni, soprattutto delle stanze dove si dormiva. Questo almeno fino al 1880 quando si cominciò a parlare di germi.

A proposito di fontane. Ancora nel 1947 nelle scuole, ai bambini si insegnava che la fontana non doveva essere «lordata», termine, in vero, di non facile comprensione; si raccomandava alle donne che alle fontane andavano a lavare i panni, di ripulire accuratamente il lavatoio, a tutti di non sputare per terra e nelle farmacie comparvero monumentali sputacchiere di ottone come quella collocata all’ingresso della farmacia Gallo in Piazza delle Erbe a Trento.

Racconta Cattoni che i rifornimenti di generi alimentari «vengono consegnati sulla linea del cordone che isola Vigo e gli addetti al trasporto, al loro ritorno sono sottoposti alla disinfezione mediante fumigi [che avvengono] nella frazione di Brusino. La gendarmeria è rinforzata per le operazioni di sorveglianza diurna e notturna del cordone e alle guardie deve essere allestito un alloggio».

Ci furono quattro morti come si evince dalle «specifiche di spesa dei becchini. Domenico Turrina e il suoi aiuto pro tempore Giovanni Comai» vennero rimborsati con 22 fiorini il 14 settembre di quello stesso anno. Infatti Giovanni Bolognani nella sua qualità di Capofrazione, certifica che Turrina e Comai «hanno provveduto a vestire i cadaveri, trasportarli al cimitero e seppellirli. Poi hanno incendiato i loro mobili, le suppellettili, i vestiti e hanno provveduto alla disinfezione delle camere».

Non c’ è accenno ad una cerimonia religiosa. Si intuisce che le quattro vittime ebbero solo una benedizione sull’ingresso del camposanto.
Anche Turrina e Comai presentarono la loro “specifica” per avere «sgomberato quattro camere ove morirono quattro collerosi, incendiato gli utensili» quindi il giaciglio, le coperte, insomma quanto era stato a contatto con le vittime del morbo.

C’è anche la nota spese del capo frazione di Brusino, il «Sig. Sportelli che ha provveduto alla disinfezione con fumigi, delle persone che avevano avuto contatto con i gendarmi della cintura di sicurezza di Vigo e di altre attività di igiene». Dalle note delle spese si scopre che «la Commissione Sanitaria ha fatto coprire il letame della frazione di Brusino» e con un’altra lettera datata 22 settembre 1873 il Capofrazione  Sportelli spiega di «essermi prestato a trovare un Casino per fare i fumigi a quelli che ritornavano dai confini [della quarantena] e fatto trasportare un mucchio di legna vicino al Casino». Si era anche prestato «a fare i fumigi alla famiglia di Elisabetta vedova di Emanuele Chesani»” una delle quattro vittime e «sorvegliare che non sorta di casa».

Nella nota delle spese si legge che «datto alle guardie ad imprestito una mia carega, melanno restituita tutta rotta e prego anche per questo di abbonarmi qualche cosa».

C’è anche la nota spese firmata da Antonio Manara «per la disinfezione della biancheria e la distribuzione degli alimenti ai sequestrati di Vigo e per la ricerca delle assi necessarie per formare il lazzaretto sito in un angolo attaccato al cimitero» dove, probabilmente, vennero portati gli ammalati. Dalle note si capisce che l’epidemia durò fino al 10 settembre, che si comperò «una giacchetta di lana per l’eletto infermiere Antonio Lever» si spesero alcuni fiorini «per il tempo impiegato a nettare un paiolo grande di rame del custode forestale Eccher dove si fece la liscia per purgare la biancheria degli infestati colerosi e per portare a Vigo le some di farina e altri  generi con la minuta distribuzione della farina e del riso».

E ci sono altre spese. Il fieno e la biada per i cavalli, la paglia pagata a Domenico Botes di Brusino, i lumi – petrolio e candele – per l’alloggio dei gendarmi, un viaggio a Calavino e uno a Trento per incassare una somma di danaro, il costo di una «suppiera di latta imprestata alle guardie» e forse restituita rovinata, lo stipendio alla guardia Antonio Cattoni e per gli utensili usati dalla Commissione Sanitaria. Si aggiunge la «richiesta di un compenso per il lavoro straordinario di sorveglianza del cordone sanitario svolto dai custodi forestali durante il periodo del morbo asiatico che serpeggiò nel paese di Vigo, onde non sortissero o intrassero individui in quel paese acciò il male non si dilatasse nei paesi limitrofi. Tale incarico» di sorveglianza «fu eseguito con la più scupolosa attività tanto di giorno che di notte da Alessandro Brigadolli, Basilio Travaglia, Antonio Cattoni, Domenico Dallapè».

Ancora una nota: la supplica di aiuto all’Imperatore Francesco Giuseppe. Scrive Walter Cattoni. «Il testo è tragico e commovente… leggendolo è impossibile non essere mossi dai sentimenti della pietà, che si ceca di stimolare con velato ricatto nel far presente all’Imperatore di aver offerto il proprio sangue e la vita nell’ultima campagna militare del 1866». La terza guerra di indipendenza italiana con  le sconfitte di Custoza e Lissa, ma grazie al francesi, la conquista di Venezia.

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