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Il sequestro Moro/10

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Cercare alle Viote del Monte Bondone la prigione di Moro. L’ordine arrivò dal Viminale e quando l’ufficio politico della questura di Trento lo ricevette, si pensò ad un errore di trasmissione commesso dai telescriventisti di turno al Ministero degli Interni. Il questore ordinò una verifica telefonica e poco dopo la telescrivente riprese a sussultare. Una fonte, ovviamente confidenziale, aveva indicato le Viote come luogo “sensibile”. Lì poteva esserci la prigione del presidente rapito.
Il questore che, forse, non era mai salito a Trento Alta, convocò i cronisti. Ricordo Antonino Vischi, buon fondista, che rispose con un “dai è un errore” né poteva essere diversamente. In quell’epoca alle Viote si viveva la stagione migliore. Il tracciato del fondo era percorso dall’alba al tramonto, persino nelle notti di Luna piena, da sportivi più o meno esperti, tutti affascinati dalla bellezza dei tracciati. Inoltre era il luogo dove, nei giorni di sole, le bellissime della città correvano ad abbronzarsi nelle buche scavate fra la neve in luoghi non sempre lontani da possibili occhi indiscreti. Era il paradiso dei fondisti, dello sci alpinismo e degli appassionati – erano ancora pochi – delle ciaspole. C’ erano fienili e baite e baracche che, magari, potevano ospitare qualcuno; ovunque orme più o meno profonde e nei giorni di festa c’era più gente ai piedi del Palon che in piazza del Duomo. Famiglie con bambini, slittini, sdraio, centinaia di auto. Sempre in molti a spingere sugli attrezzi leggeri – così venivano chiamati gli sci da fondo – a discutere di scioline, dei nuovi modelli di attacchi con relative calzature. Insomma, alle Viote si radunavano quelli della Marcialonga e quanti si preparavano per le molte “luzolade” le gare podistiche che, a partire da maggio, avrebbero impegnato centinaia di trentini scatenati, di sera e fino a tarda notte, a macinare di corsa, alla luce di lampadine tascabili – non c’erano ancora i frontalini – decine di chilometri.

Si intuiva che Moro era, probabilmente, nascosto attorno a Roma; si capiva benissimo che era assurdo solo pensare ad un trasferimento dalla Capitale a Trento. Ma la citata informativa non lasciava dubbi: le Viote erano le Viote del Monte Bondone, insomma di Trento Alta. Bisognava obbedire, muoversi, agire, controllare, perquisire. Si cominciò con i posti di blocco lungo le tre strade che salgono alla montagna, si mossero pattuglie armate che aprirono portoni, porte, portoncini di fienili, baite, casupole. Sull’edizione di mercoledì 29 marzo del quotidiano Alto Adige la cronaca di quell’impresa è intitolata “Alle Viote coi mitra in pugno – cercavano la prigione di Moro” e il racconto di carabinieri forse del battaglione Laives,  che “pistole spiante si sono avvicinati con ogni precauzione al rifugio Viote. Comprensibile lo sgomento e lo stupore dei molti sciatori che a conclusione di una giornata sulla neve si stavano riposando dentro e fuori il rifugio bevendo soprattutto birra mentre il sole stava tramontando”. Il rifugio venne perquisito e tutto finì con una nota trasmessa dal questore al Viminale. La prigione di Moro non era stata trovata.


Se quella di via Fani non fosse stata una cupa tragedia, la storia delle Viote sarebbe una delle comiche di quei giorni. Ecco un colonnello del Gruppo Carabinieri della Capitale annunciare i rastrellamenti concordati con i servizi segreti: erano stati ispezionati tutti i locali dello zoo di Roma (anche le gabbie dei leoni?) . Inoltre è stato pedinato “un trentino somigliante a uno degli identikit dei componenti del commando”. Nei giorni successivi al rastrellamento sul Bondone si esplorò il versante grossetano del Monte Amiata perché era stata segnalata la scritta Brigate Rosse in una grotta.

Armi in pugno, militari dell’Esercito, carabinieri, poliziotti, un reparto di avieri e uno di guardie forestali a cavallo, piombarono in cascinali, grotte, fienili senza rendesi conto che c’era una differenza abissale fra i sequestri compiuti dai briganti sardi capaci di nascondere le loro vittime nel profondo di un buco in attesa dei soldi di riscatto e quello di custodire un personaggio come Moro che si doveva processare, soprattutto mantenere in vita fino al momento dell’uccisione, trasmettere i suoi interrogatori, le fotografie e tenere i contatti con le colonne dei fiancheggiatori. Ma sul Monte Amiata, ad Abbadia San Salvatore, c’era stata la rivolta, cruenta, dopo l’attentato del 14 luglio del 1948 a Palmiro Togliatti e, forse, Moro era stato portato in quei luoghi “noti ai rivoluzionari rossi”. Come si legge in una delle tante informative di quei giorni. Poi i servizi segreti – il Sismi, all’epoca diretto dal generale Ambrogio Viviani – indicarono che Moro era stato imbarcato a Civitavecchia e trasferito “nella villa di un ricco greco sita in una piccola isola” come si legge a pagina 61 nella relazione parlamentare di inchiesta. Ma nelle “comiche” ci sono anche i fantasmi, gli spiriti, le ombre dell’al di là, soprattutto i medium. Ecco il tenente colonnello dell’Arma Giuseppe Calabrese dell’ufficio Oaio (Ordinamento, addestramento, informazioni, organizzazione) a riferire che “un sacerdote, noto veggente, ha visto morire Moro attorno alle 11,30”.  Non male per l’indagine sul più importante sequestro di persona commesso in Italia dal rapimento di Giacomo Matteotti. Ma quello avvenne nel giugno del 1924, ai tempi del Duce.

Qualche anno più tardi fra gli archivi conservati a Palazzo di Giustizia si capì come si era arrivati alle Viote. Pensando che nel rapimento ci fosse lo zampino di Marco Pisetta, l’ortolano di Canova di Gardolo che a Trento si era guadagnato la fama di terrorista, si sospettò che fosse lui il custode del presidente e perché era anche un alpinista, soprannominato Ercolino per la sua forza in montagna, si stabilì che poteva averlo nascosto in una baita. Ma perché proprio alle Viote? Questo, in vero, resta un mistero.
 A Trento, Pisetta aveva conosciuto molti che parlavano di protesta, anarchia, rivoluzione. Poi l’11 aprile del 1969 era comparso, pacioso e sorridente, pochi minuti dopo lo scoppio di una potente carica di tritolo che aveva scavato un cratere davanti all’ ingresso automezzi del palazzo della Regione. C’era stato un altro attentato. Pisetta aveva preso di mira, chissà perché, la sede dell’Inps. Collocata sul davanzale di una finestra, la carica era esplosa lasciando quasi intatta la borsa che la conteneva, dove gli agenti della squadra mobile avevano trovato un documento intestato alla sorella del terrorista. Si stavano recando a Canova di Gardolo per perquisire l’abitazione quando l’ortolano vedendoli arrivare, si era allontanato dall’abitazione per rifugiarsi nelle soffitte di via del Suffragio per una lunga latitanza trascorsa nelle ampie soffitte della via che mezzo secolo fa dove erano luoghi vocati alla prostituzione, locali divenuti “comune”, altri trasformati in precari dormitori e altri ancora affittati a latitanti. E in quei luoghi la fama di Pisetta “partigiano” era cresciuta a dismisura.

Il 2 maggio del 1972, a Milano, al numero 33 di via Boiardo, la polizia stava per entrare in un appartamento affittato da Giorgio Semeria e divenuto, il primo “covo” delle Br. Più esattamente, gli agenti guidata dal giudice Guido Viola, si trovarono di fronte a Pisetta che, chiavi in mano, s’accingeva ad aprire la porta. Doveva allestire una “prigione del popolo” destinata a Massimo de Carolis, avvocato e fondatore a Milano del gruppo Maggioranza Silenziosa. Era l’anno della morte di Feltrinelli sul traliccio di Segrate; il giudice Viola indagava sui primi attentati a firma Br, Pisetta collaborò immediatamente, anzi fu il primo fra i pentiti e i brigatisti cercarono di ucciderlo. Quelli dei servizi segreti lo trasferirono a Friburgo dove lavorò come cuoco al consolato italiano. Un “nucleo di fuoco” delle Br guidato da Mara Cagol, la terrorista di Sardagna, lo cercò per ammazzarlo ma quelli dei servizi lo trasferirono a Bruxelles  dove morì per infarto il 15 aprile del 1990.
Fra storia e leggende – francamente pochi lo ricordano fra i personaggi di quella confusa, tremenda stagione –  terrorista, brigatista o infiltrato nelle Br, pentito, informatore, manovrato dai servizi segreti o, forse, fu lui a manovrarli? Comunque storia confusa come poche. Ecco il suo nome affiorare nelle prime indagini attorno a Piazza Fontana perché “visto fra Milano e Torino con quella sacca sportiva di colore rosso e nero che di solito portava in spalla”. Il tutto culminò nella perquisizione a Trento, in via Gazzoletti, di una sorta di “comune” dove i Carabinieri che impugnavano un ordine di perquisizione firmato dall’allora capo della procura della Repubblica Mario Agontini si trovarono di fronte a due ragazzi che un po’ intontiti dal vino, dormivano profondamente. Ricomparve nelle prime ore di via Fani;il suo nome e la sua fotografia sono fra le immagini e i dati distribuiti dal Ministro degli Interni degli indiziati della strage. Nessuno si curò di spiegare che era già stato sospettato per la strage a Milano e già preso in via Boiardo.

Insomma, da tempo Pisetta era nelle mani dei servizi segreti. Resta nelle tavole giudiziarie il suo “memoriale” scritto in una villetta a Pochi di Salorno, località a metà strada fra Trento e Bolzano che finì sulle pagine del Borghese il famoso settimanale della destra italiana. Quando lo scritto apparve, si ebbe subito la sensazione che si trattava d’un imbeccata, per giunta realizzata in maniera maldestra e goffa. In effetti, più che un memoriale, sembrava un verbale il cui impianto, come scrisse l’Alto Adige, “appare ossequioso, rispettoso delle precedenze istituzionali, il che è tipico di tutti i verbali. Quasi un rapporto alla superiore autorità”.

Scrisse il giudice Viola: “Fu subito chiaro che il Pisetta era stato strumentalizzato per coinvolgere in una dura caccia alle streghe, alcuni esponenti della sinistra extraparlamentare più in vista… Ripetiamo: per noi Pisetta non è né un infiltrato né un provocatore. E’ un individuo sbandato, senza una vera fede politica: egli ha realmente vissuto in certi ambienti della sinistra extraparlamentare, nelle organizzazioni clandestine dei Gap prima e delle Brigate Rosse poi, svolgendo ruoli secondari”.
Da ricordare che Pisetta scrisse il memoriale davanti agli uomini del Sid, mentre su di lui incombeva un ordine di cattura firmato dal giudice istruttore del tribunale di Trento Antonino Crea per il reato di partecipazione a banda armata contro la sicurezza dello Stato. Insomma, da parte degli agenti dei “servizi” una omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento personale. Tutto questo accadeva fra il marzo e l’aprile di 42 anni fa.

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