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La cattura di Hofer, trasferito a Trento e poi ad Ala

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È la notte del 27 gennaio che le cronache dell’epoca ci tramandano come gelida; gli assalitori guidati dal delatore, s’arrampicano sulla montagna “stritolando il ghiaccio, squagliando sotto i lor piedi la neve e tremando pel freddo. All’ apprestarsi dell’aurora del giorno 28 afferravano la sommità e divisi in alcune quadriglie attorniavano la di lui abitazione rallentando il rumore dei passi”. E’ l’attimo della cattura. “Il capitano Renouard s’appresta al luogo in cui Hofer giaceva coll’amata consorte, col figliolo Giovanni e con un giovane scrivano che con ardente entusiasmo aveva ovunque seguito la di lui fortuna. Il capitano picchia [sull’uscio], Hofer si scuote, ondeggia fra molti pensieri, indi fra i gemiti de’ suoi apre la porta. L’aprire, il ravvisare la gente armata, l’intimargli l’arresto, l’assalirlo e l’afferrarlo furono tutt’ uno”. E’ l’attimo della resa, così come è stato tramandato. Con animo imperturbabile dice: “Se cercate Andreas Hofer sono io. Fate pure di me ciò che più vi piace, ma rispettate l’innocenza della moglie e del figlio. I soldati tripudiano e fanno gazzarra, caricano e stringono di catene il disgraziato Hofer e il convoglio che lo scorta marcia verso Merano” dove Baraguay “ordina che il prigioniero venga subitamente sciolto dai ceppi [e messo] in una prigione decente… la desolata moglie è posta in libertà insieme al singhiozzante figliolo”. Hofer passò la prima notte da prigioniero in una stanza della pensione Steinhäuser, edificio che si vede in una fotografia, ovviamente in bianco e nero, scattata nel 1907. La mattina del 29 gennaio il corteo che scorta, sorveglia e conduce il prigioniero, riparte fra imponenti misure di sicurezza diretto a Bolzano dove Hofer trascorrerà la seconda notte da prigioniero.



È stato il professor  Antonio Zieger già direttore della Biblioteca Comunale di Trento a ricostruire che Hofer arrivò a Trento nel pomeriggio del 31 gennaio del 1810 alle 3 del pomeriggio “entro una carrozza, imbrogliati i piedi con catene, scortato da trecento francesi. Levato fuori dalla carrozza alla presenza di una moltitudine [accorsa] in piazza del Duomo, fu condotto nella casa della polizia” e poi in altro luogo, forse la Torre Vanga.
Sulla cattura del guerrigliero, Andreis raccolse la testimonianza di Antonio Bresciani da Ala, della nobile famiglia Borsa, gesuita, scrittore. Da bambino, quando aveva 12 anni, “vidi il generale Barbon passare in catene fra i soldati che lo avevano arrestato e ascoltai come lo avevano preso quando, spenta già la rivoluzione contro i bavari, quel fellone di suo amico lo diede per tradimento in mano ai francesi e scendea dal Tirolo alla volta di Mantova” dove verrà fucilato.

Da Trento ad Ala sempre nel racconto del Bresciani che lo vidi smontare dalla carrozza nel cortile della dimora “dove alloggiava il comandante Ferru” indicato come “uomo atroce, più tiranno che soldato” che forse tanto tiranno non doveva essere se, visto Hofer “circondato da grossa guardia” lo invita alla sua mensa con gli ufficiali che scortavano il prigioniero “ma essendo di venerdì e vedendo i cibi grassi, Hofer con aria dolce e cortese, gentilmente scusandosi, disse che più tardi avrebbe pranzato con un po’ di pane e cacio”. Era “un inverno grande e freddissimo”, Hofer si siede accanto alla stufa “e toltosi dal collo la lunga e grossa corona cominciò a recitare a mani giunte il rosario pregando la Madonna”.
Bresciani ricostruì quella scena vista nella sala del pranzo circondata da una loggia “ed io con un amico, il figlio del signore della casa, stavamo spiando e considerando quel gran prigioniero”, descritto “ancor fresco d’età, alto nella persona, di fronte elevata, di viso lungo e scarno, con lunga barba e fini capelli che piovevano sulle spalle. Talvolta orando alzava i suoi occhi azzurri al cielo in atto di affettuosa pietà e più spesso rivolti a terra, chinava il viso sul petto”. Al gesuita, uomo di profonda fede, non piacevano i francesi e li descrive come “crapuloni i quali tracannando il vino si beffavano di lui saettandolo con biechi sguardi e alzandogli il bicchiere in faccia a maniera di brindisi!”

Finisce la cena e Hofer con i soldati di guardia, “andarono a dormire in una camera dove c’ era un gran caldano di carboni accesi. L’esalazione maligna fece cadere a terra, tramortita, la sentinella e l’ufficiale che gli dormiva a lato. Hofer sentendosi soffocare” ma svegliato dal rumore del corpo del militare che con le armi cadeva sul pavimento, “gagliardo com’era balzò dal letto e invece di fuggire andò a svegliare i soldati nelle altre stanze affinché accorressero a salvare le due guardie”. Che lo rimisero in catene.
Arriva un nuovo mattino, riprende la traduzione a Mantova “di stazione [di posta] in stazione”. Doveva essere tradotto a Milano, ma a Trento la scorta aveva ricevuto l’ordine di recarsi a Mantova. “La curiosità di vedere il prode tirolese così come si manifesta nel Tirolo tedesco e italiano, si accende nei paesi del Regno d’Italia. Le genti accorrono in folla e se grande è stata la meraviglia nell’udire le sue gesta, altrettanto grande ed universale diviene la compassione per la prigionia di un uomo tanto pietoso”.
La cattura è annunciata a Innsbruck il 31 gennaio con manifesti scritti in gotico, a caratteri cubitali, ricchi di maiuscole e stemmi, firmanti dal generale Jean Baptiste Drouet d’Erlon, comandante delle truppe francesi che avevano conquistato dopo duri combattimenti tutto il Tirolo. “Andreas Hofer, denominato Oste al Sand e capocomplotto della ribellione del Tirolo, che di sovente infranse la sua data parola e che mai cessò di eccitare il popolo con false dicerie, venne nei giorni scorsi arrestato dalle truppe di Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi e Re d’Italia che stanziano nel Tirolo settentrionale”.

Il titolo è Zu Mantua in Banden . È quello della canzone popolare cara al popolo tirolese che la intona con passione e un filo di nostalgia. “Zu Mantua in Banden – der treue Hofer war – in Mantua zum Tode…” ma anche del librino scritto con “affettuosa passione” dal professor Roberto Sarzi, che il 2 febbraio del 1988 fece conoscere il processo ad Hofer ai trentini incontrando a Zagabria in un festival di scrittori, il giornalista Luigi Zoppello del giornale l’Adige, che subito portò a Trento quella notizia. In vero, Zu Mantua in Baden è una corretta ricostruzione del momento giudiziario concluso con la condanna a morte del comandante tirolese che diventa omaggio alla memoria di un personaggio romantico, quasi ignoto a sud di Borghetto, però assai vivo fra le genti di Mantova.
Un Hofer raccontato come uomo d’azione ma anche un sognatore che dice: “Fratelli, preghiamo con tutte le nostre forze. Questo stato di cose non può durare; a Dio nulla è impossibile e noi col suo aiuto potremo ottenere un governo migliore”. Spicca un pensiero di pentimento: “Il povero e abbandonato peccatore Andreas Hofer” racconta la solitudine di un uomo stretto nella morsa del nemico che lo ha catturato per il tradimento dell’immancabile Giuda. E’ il cristiano che si dichiara peccatore; è il condottiero attraversato da una crisi forse dettata dal rimorso per aver trascinato la sua gente in una lotta terribile quanto inutile perché il destino del Tirolo non è stato deciso sui campi di battaglia, da vittorie o da sconfitte ma dalla diplomazia attorno ai tavoli dei palazzi dove alloggia il potere.

Sull’ immagine di un Hofer pentito c‘è una nota di Andreas Oberhofer, ricercatore dell’Università di Innsbruck: “Si sentiva colpevole per le vittime, i feriti, le vedove, gli orfani. Aveva capito che sarebbe stato meglio rimanere calmi dopo la firma nell’ottobre di 1809 della pace fra Austria e Francia. Negli ultimi scritti dell’ex generale Barbon notiamo che la crisi psichica era diminuita. L’ultima lettera” quella vergata con mano ferma poche ore prima della fucilazione, comunemente indicata come testamento, contiene infatti una frase divenuta famosa che, lo scrive Oberhofer, “è stata interpretata come la riconciliazione di Hofer con se stesso e con il suo destino”.
Hofer aveva mantenuto la certezza nella giustezza della causa e solo alla fine, dopo aver conosciuto l’abbandono e il tradimento e il fallimento della sua impresa, affrontò il destino. Con coraggio e con cristiana accettazione. Anche per questo è diventato un simbolo per il proprio popolo.

Scrisse il giornalista Aldo Gorfer il 19 gennaio del 1960 sulle pagine del giornale l’Adige. “Apprezzato a Mantova dove non insorgeva una polemica sempre in agguato sia di parte italiana dove si è sempre in allarme che una commemorazione di Hofer diventi una larvata apologia di legittimismo asburgico, sia da parte tedesca dove si ama portare avanti Hofer come vessillo di rivendicazioni quasi razzistiche in funzione anti italiana”. Di certo il generale Barbon è apprezzato, e questo lo scrisse il prof. Zieger, al punto che i mantovani esternarono “il senso di compassione verso il prigioniero in catene con una partecipazione così massiccia, che in pochi giorni versarono spontaneamente ma invano, una somma di oltre 5000 scudi per il riscatto e la liberazione”. Da aggiungere che il re di Baviera aveva chiesto a Napoleone di risparmiare la vita del ribelle, che l’Imperatore Francesco aveva telegrafato all’ambasciatore d’Austria a Parigi per chiedere la grazia a Napoleone. Inspiegabilmente  il messaggio telegrafico con la richiesta di grazia venne trasmesso con due giorni di ritardo. Un errore o una callida scelta?
Probabilmente si doveva eliminare Hofer. Perché era un ribelle e come tale un pericolo per tutte le teste coronate di quell’epoca e perché i francesi, impegnati nella sanguinosa guerriglia in Spagna, volevano dare un chiaro esempio di spietatezza.

(2. Continua)

QUANDO HOFER VENNE VENDUTO AI FRANCESI

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