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Simeoni, primo trentino giudice istruttore

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Un personaggio, Francesco Simeoni, protagonista da quell’ufficio al secondo piano a Palazzo di Giustizia di una lunga e difficile stagione giudiziaria, scossa da cambiamenti rapidi quanto imprevedibili e spesso violenti.

Era quella l’epoca che correva dalla Guerra dei Tralicci originata dalle spinte separatiste nel Sudtirolo, alle Brigate Rosse; dai fermenti del Sessantotto e dell’Autunno Caldo e di quel periodo passato sotto il nome di “strategia della tensione” e degli “opposti estremismi” per scivolare nella stagione del tracollo dei partiti che, nati dalla Resistenza, vennero sepolti dal cataclisma delle tangenti. E poi le cupe giornate del cataclisma di Stava mentre cambiava il linguaggio giuridico con il titolare delle indagini – appunto il pubblico ministero e il giudice istruttore, figura da tempo scomparsa – che diventavano personaggi di primo piano seguiti, vigilati, spiati, fotografati.

Prima di lui, in quell’ufficio, c’erano stati Luigi Spadea che veniva da Verona e Mario Agostini che era stato pubblico ministero a Bolzano; poi la decisione, solo politica, di avere un trentino a capo della Procura della Repubblica, idea appoggiata fortemente dalla Democrazia Cristiana, partito dove Simeoni era molto presente, ma anche dal Partito Comunista. Si va nel passato remoto, alla fine degli anni Cinquanta. I giudici erano Giuseppe Giacomelli, Marco Cetto, Nestore Capozzi, Marcello Dini Ciacci, Carlo Alfano, Giacomo Jellici, Rocco Latorre, Romolo Zamagni, Francesco Grieco, Michele Mazzaracchio. E gli avvocati Luigi a Beccara, Tito de Bertolini, Eduino Borzaga, Enrico Cristanelli che era anche vicesindaco, Carlo Dolzani, Giuseppe Frizzi, Bruno Kessler, Giuseppe Menestrina il grande amico di Alcide Degasperi, Tullio Odorizzi sindaco di Trento dopo la morte di Gigino Battisti e primo presidente della Giunta regionale, Luigi Pompeati, Riccardo Rosa che era stato, addirittura, con don Luigi Sturzo il fondatore dei popolari e fu presidente del Consiglio regionale e ancora Renato Valcanover e Mario Vialli.

Personaggi di toga, ma anche della cultura e della politica trentina e, certamente, una parte non minima, comunque intensa della storia di casa nostra è passata anche attraverso le aule di Palazzo di Giustizia e dall’ufficio di Simeoni, che era arrivato nei corridoi della procura dalle scrivanie dell’Intendenza di Finanza.

Ci sono delitti restati famosi che hanno visto l’attività del procuratore capo. Quello scoperto il 25 ottobre del 1967 in via Pietrastretta con la ragazza di 17 anni strangolata e buttata in una cisterna, la giovane donna scomparsa il 25 aprile del 1982 a Sardagna e mai più ritrovata, l’orrore della ventenne bruciata in un boschetto a Piazze di Avio o quello, ancor più atroce, della bambina uccisa da una setta di squilibrati e abbandonata a Commezzadura vicino alla chiesa di Sant’ Agata. E poi i mesi dell’inchiesta del giudice Carlo Palermo che andò a lambire le figure di personaggi vicini a Bettino Craxi, all’epoca rampante personaggio della politica non solo italiana, e di una massa di personaggi che si andavano smarrendo in oscuri dedali segnando la fine di partito come lo Scudo Crociato e il Psi. Un’arida stagione correttamente descritta da Pasquale Profiti, attuale pubblico ministero a Trento, nella recente lettera pubblica su questo giornale.
Poi 14 luglio 1978 c’era stato, alla Sloi di via Maccani, il famoso incendio con quella enorme nube nera e quelle fiamme spaventose che se avessero raggiunto i depositi del piombo tetraetile, trenta volte più micidiale del gas usato dagli austro tedeschi a Caporetto, potevano uccidere tutti gli abitanti di Trento. L’allora sindaco Giorgio Tononi aveva ordinato l’immediata chiusura della tragica fabbrica e solo dopo quella decisione presa collegialmente da tutte le forze politiche presenti a Palazzo Thun, era arrivato l’ordine di sequestro firmato da Simeoni, criticato – però sottovoce – da molti esponenti della politica, per il presunto ritardo investigativo.

Verso la fine della sua carriera ci fu un episodio amaro. Carlo Palermo, che non era più giudice ma faceva l’avvocato, era andato nell’ufficio del procuratore generale Adalberto Capriotti e gli aveva carpito, segretamente registrandola, una dura dichiarazione sull’operato del capo della Procura. Palermo aveva poi reso tutto pubblico in un affollatissimo dibattito. In sala c’erano Erminio Boso senatore della Lega, Profiti, l’allora pubblico ministero Gianni Kessler, avvocati, giornalisti, personaggi della politica. Nel momento cruciale dell’esternazione, e ovviamente ignari di quanto stesse accadendo, Simeoni a Capriotti tornavano da Venezia – il veicolo aveva da poco oltrepassato Grigno – a bordo dell’auto blindata in dotazione alla Procura. Era l’ora del giornale radio regionale; Capriotti chiese all’autista di accendere la radio che si sintonizzò sulle frasi del procuratore generale e nell’abitacolo scese il gelo.

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