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Quando venne "creato" l'Alto Adige

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Saint Germain en Laye nella Ile de France, più semplicemente San Germano, sede del trattato di pace che concluse la Grande Guerra. E c'è una data, il 10 settembre 1919, dunque 100 anni fa. In quei giorni il Welschtirol divenne Alto Adige radicando una certezza.

La certezza che nessuna valida ragione sussisteva perché il Regno d'Italia rivendicasse il confine al Brennero e l'annessione di un paese di lingua, cultura, tradizioni e secolari radici austro-tedesche. La guerra era finita da 10 mesi dopo lo sfondamento del Regio Esercito nella battaglia, l'unica vinta dagli italiani, attorno a Vittorio (questo il nome del borgo in omaggio a Vittorio Emanuele II, il primo re d'Italia, con quel Veneto aggiunto il 22 luglio del 1923 quando Vittorio Veneto divenne città). Era costata al Regno oltre seicentomila Caduti, migliaia di mutilati, la bancarotta finanziaria, la chiusura delle fabbriche dove si producevano armi, la disoccupazione di un numero enorme di giovani che avevano conosciuto solo il mestiere delle armi e di donne che avevano sostituito gli uomini nel mondo del lavoro, con il ricordo dell'orrore delle trincee che aveva scatenato l'odio al tedesco. Subito si era radicato uno sfrenato nazionalismo nella convinzione che proprio al tavolo di San Germano la vittoria era stata, secondo il verbo di Gabriele D'Annunzio, mutilata e l'Italia tradita dagli alleati.

Nell'estate di quell'anno attorno ai grandi, tumultuosi tavoli dove si disegnarono i confini del mondo, ci si rese conto che la vittoria non aveva portato agli italiani tutto quello che era stato promesso. Il primo ministro Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli esteri Sidney Sonnino capirono forse a fatica, che l'Italia non era diventata una grande potenza e gli alleati - francesi, inglesi, americani - non tenevano in gran conto gli italici desideri. E le promesse del Patto di Londra firmato per portare il Regno nella guerra a fianco degli alleati, erano state disattese. D'Annunzio con quei militari che non volevano abbandonare le armi, si preparava ad occupare Fiume mentre nasceva il culto della guerra che il nascente fascismo ha posto al servizio della sua mistica bellica.

Attorno al tavolo della pace, irredentismo, nazionalismo, imperialismo si congiunsero e rivendicando le glorie del Risorgimento, accamparono pretese su territori che non erano popolati da italiani. Ricorrendo ad argomenti di natura storica, si rifecero alle conquiste delle legioni romane proclamando la necessità di un impero italiano e mentre Orlando e Sonnino abbandonavano il tavolo delle trattative, dal marasma risbucò Ettore Tolomei dimostrando, in contrasto con la realtà, il carattere italiano del Sud Tirolo. Mentre si preparava l'insorgere del fascismo con la mobilitazione dei reduci di una guerra devastante e orgogliosi di averla vinta, per le genti del Welschtirol si apriva un nuovo capitolo di storia con il passaggio dalla Heimat alla nuova, e non desiderata, Patria. Tolomei, "con perfidia" come scrisse nel luglio del 1988 il prof. Umberto Corsini certamente uno di più importanti storici del Trentino, favorì la pretesa del confine al Brennero violando il principio di nazionalità che era stato il faro-guida del Risorgimento e l'articolo 9 dei famosi Quattordici Punti del presidente Woodrow Wilson che recita: «La rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo la linea di demarcazione chiaramente riconoscibile tra le nazionalità».

Tolomei, anche questo lo scrisse Corsini, «in contrasto alle evidenti risultanze storiche tentò, riuscendovi, di dimostrare il carattere italiano del sud Tirolo mediante la traduzione di tutti i toponomi tedeschi». Aggregato per decisione di Orlando e Sonnino in qualità di esperto alla delegazione italiana, esibì carte topografiche con i nomi contraffatti chiamando, per esempio Vetta d'Italia il Glockenkarkopf nelle Alpi Aurine per convincere l'americano Wilson, che non conosceva molto bene la geografia dell'Europa e che aveva di fronte problemi ovviamente più complessi rispetto a quello dell'Alto Adige, della legittimità della pretesa confinaria italiana.
Da ricordare che furono molte le voci di dissenso fra personaggi della politica italiana, poi zittiti dal fascismo. Fra questi l'avvocato Antonio Stefenelli, trentino, liberale, irredentista che il 9 ottobre del 1918 - quindi ancora in tempo di guerra - aveva dichiarato apertamente il suo dissenso all'inclusione nei confini d'Italia di minoranze di altre nazionalità pronunciandosi a favore del confine a Salorno. Ma ormai quella guerra che doveva essere l'ultima del Risorgimento era diventata guerra nazionalista quindi imperialista.

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