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Hofer, Degasperi, Menapace

Trentino e Sudtirolo dopo il 1945

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La rivolta dei contadini tirolesi guidati da Andreas Hofer fu la prima in tutto il mondo tedesco contro il dominio straniero. Dettata da motivi patriottici aveva preso l’avvio dalla sollevazione dell’Austria contro il dominio di Napoleone collocando Hofer a figura simbolica nota in tutti gli stati tedeschi.

La tradizione sorta dall’epopea del 1809 ha caratterizzato quel patriottismo mai sopito e cresciuto nel giugno del 1924 nei giorni dell’avvento del fascismo e del delitto Matteotti. Mentre a Roma l’opposizione abbandonava il Parlamento e si ritirava sull’Aventino, cominciava la fascistizzazione dell’Alto Adige – si finiva in carcere chiamandolo Sudtirolo – mentre nella clandestinità nasceva l’Andreas Hofer Bund a difendere cultura e tradizioni tirolesi.

Quella era anche l’epoca che vedeva l’inizio dell’insegnamento scolastico della lingua tedesca, l’epoca delle Katakombenschulen, ideate dal canonico Michael Gamper capo redattore del “Volksbote”. Lui raccolse un primo nucleo di 24 giovanissime maestre che, se scoperte, venivano esiliate a Lipari, Pantelleria o alle Tremiti all’epoca regno di miseria e degrado. In quelle “scuole” clandestine, collocate in fienili, cantine, stalle si raccontava di Hofer mentre il fascismo con il primo prefetto di Bolzano Umberto Ricci cominciava la cancellazione del carattere tedesco – l’ordinanza è del 16 novembre del 1927 – imponendo persino sulle lapidi i nomi dei defunti in italiano e radiando dall’albo degli avvocati l’ex deputato Eduard Reut-Nicolussi reo di aver difeso due maestre accusato di aver insegnato il tedesco ad un gruppo di bimbi tirolesi.

Era il 1959 quando Luigi Menapace di Tassullo in val di Non, antifascista, giornalista, uomo di punta della Democrazia Cristiana trentina di un’epoca definita felice per lo Scudo Crociato, dava alle stampe, a Roma e per le “Edizioni 5 Lune”, un librino intitolato “La Questione Alto Atesina”. Un documento probabilmente poco noto, visto i sessant’anni trascorsi ma che si spalanca su quello che fu il lento ritorno alla normalità dopo la tragedia della seconda guerra mondiale.

Menapace ricostruisce gli accadimenti fra l’estate del 1945 – la guerra era finita da poche settimane – e l’epoca di Alcide Degasperi presidente del Consiglio a Roma e di Erich Amonn presidente della Svp a Bolzano, l’unico partito nel panorama italiano che ancora mantiene il suo nome. Era in ballo il confine al Brennero e il quotidiano francese “Le Figaro”, in quegli anni attentamente letto a Mosca come a Washington, scriveva che “l’Unione Sovietica vuol fare dell’Austria un trampolino di lancio contro l’Europa. Grazie alla neutralità austriaca e alla posizione geografica del territorio… l’Austria rappresenta per l’Urss una pedana ideale per intraprendere un’opera di penetrazione in Occidente” pronta ad entrare “nello spazio vuoto che si estende da Vienna fino a Verona”.

In vero, l’Urss più interessata ad appoggiare la Jugoslavia, con la quale era ancora amica, nelle sue pretese territoriali ad est dell’Isonzo, aveva accantonato le richieste austriache che guardavano a sud del Brennero, anche per non indebolire l’immagine del Partito comunista italiano, il Pci di Palmiro Togliatti, in un’Italia dove erano ancora milioni quelli che avevano combattuto la Grande Guerra contro l’Austria.

Intanto l’atteggiamento delle potenze occidentali verso l’Italia di Degasperi e del Vaticano era cambiato. Il Paese già nemico diventava necessario per l’Europa occidentale e a Londra il 14 settembre del 1945, il Consiglio dei Ministri degli Esteri delle potenze vincitrici stabiliva che “la frontiera con l’Austria resterà immutata”.

Su questi temi fondamentali per l’Europa aleggia la figura di Andreas Hofer. Menapace, a nome dei democristiani trentini scrive: “Siamo anche noi disposti a rivolgere pensieri di ammirata considerazione per la figura di Hofer”, ricordando “le nobili parole [pronunciate] da monsignor Enrico Forer nelle celebrazioni di Merano” per l’eroe tirolese. Che cominciava ad essere ricordato anche nel Trentino dove quel nome restava solo nella memoria di quegli uomini che avevano combattuto la Grande Guerra con la divisa dell’Impero.

Alcune schegge del puntuale racconto di Menapace con Alcide Degasperi a dichiarare che “l’Alto Adige dovrà diventare un ponte, non una barriera”; Antonio Segni che poi diventerà il quarto Presidente della Repubblica, a ribadire a Trento in occasione di un congresso delle Dc “che l’Italia è certa di aver fedelmente osservato l’accordo Degasperi-Gruber” respingendo “come assurda qualsiasi allusione a rettifiche di confine” perché “quello del Brennero era stato segnato dalla storia”. Questa era la voce degli italiani.

A nord di Salorno c’era, ovviamente, un altro spirito. “Vi è un popolo di mezzo che comincia a perdere la pazienza. Restate saldi, costringete l’Italia a saltare oltre l’ombra di una falsa unità nazionale. Costringete l’Italia a dire sì oppure no”. Questo, in estrema sintesi in discorso di Alois Oberhammer, capo della Volkspartei e grande animatore del Berg Isel Bund pronunciato a Caldaro in occasione delle feste hoferiane e ancora Menapace polemicamente scrive: “Attorno a lui non c’era un popolo in catene che gemeva sotto la sferza degli oppressori, ma c’erano festoni, fiori, musiche, cerimonie sacre e profane, banchetti, discorsi, cortei”.

Il fascismo era scomparso il 25 luglio del 1943, si poteva tornare a commemorare e celebrare Andreas Hofer in una terra dove il verbo di Degasperi predicava quell’ “Italiani e tedeschi della zona [Sudtirolo] dovranno collaborare in piena parità per il progresso economico e turistico della regione”. Primo fra tutti, Degasperi aveva capito che quella del turismo sarebbe stata per trentini e tirolesi l’industria vincente dal lago di Garda al Brennero.

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